Roberto Ceriotti: “Non avevo mai visto Bim Bum Bam, e così sostituii Bonolis”

Da questa sera, per cinque settimane, in prima serata su Mediaset Extra arriva l’attesissimo appuntamento con Bim Bum Bam Generation, che vogliamo celebrare con un’intervista a un grande protagonista della trasmissione che fece impazzire milioni di bambini.

Nel 1990 Paolo Bonolis lascia Bim Bum Bam per dedicarsi ad un pubblico più adulto. Il programma, però, non solo continua a esistere, ma nel giro di poco cresce, si sviluppa, si trasforma e raddoppia il successo. Anzichè una sola coppia con un pupazzo alla conduzione, arrivano due coppie, due inviati e due pupazzi (Uan e Ambrogio). Da Italia Uno si passa a Canale 5. L’appuntamento non finisce più alle 18, ma tiene compagnia fino alle 19. Senza considerare le prime serate di Sabato al Circo, in cui la cosiddetta Gang di Bim Bum Bam è sempre presente. La tv dei ragazzi è chiaramente uno dei prodotti di punta di casa Fininvest. E fa bene, perché se è vero che nessuno insegna come si deve giocare coi bambini, è pur vero che il talento e la professionalità sono alla base di ogni grande successo: Alessandra Valeri Manera trovò talenti di grande qualità.

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Arrivato quindi dal teatro, il sostituto di Bonolis è un ragazzo ricciolino che in breve tempo entra nei cuori dei bambini degli anni ’90, soprattutto di quelli per i quali Piolo è solo un appannato ricordo se non addirittura un racconto dei fratelli più grandi. Irresistibili sketch lo portano a diventare un’icona: BatRoberto è, senza eccessive adulazioni, qualcosa di leggendario nella storia del programma. Un Batman pasticcione e mai risolutivo ma che, consapevole della sua goffaggine, conquista il pubblico con un umorismo sempre perfetto. Niente di meglio per trasmettere il messaggio che l’autoironia e il coraggio dell’accettazione dei propri limiti siano le armi migliori per far fronte agli ostacoli. Il nostro ospite d’eccezione, quindi, con la sua proverbiale e disponibile discrezione, è proprio lui: Roberto Ceriotti.

ceriotti

Roberto, quando iniziasti a Bim Bum Bam avevi già un’importante gavetta alle spalle sebbene fossi giovanissimo…

Avevo 23 anni. Arrivavo da undici anni di teatro e da qualche esperienza di sceneggiati Rai. Iniziai infatti a 8 anni nei Piccoli Cantori di Milano con cui spesso andavamo in Rai per le sigle dei programmi del sabato sera: Johnny Bassotto e La Tartaruga, per esempio, le avevamo cantate noi. Quando capitava che la Rai avesse bisogno dei bambini per alcuni lavori, attingeva quindi spesso dagli archivi delle foto dei bambini del coro. Così recitai in 3 sceneggiati televisivi e 4 radiofonici, e mi iscrissi al Centro Teatro Attivo di Milano, la prima scuola a introdurre il doppiaggio, anche se poi non avrei seguito quella strada. Grazie all’esperienza al CTA, mi chiamò quindi Umberto Simonetta per lavorare al Teatro Gerolamo dove rimasi 3 stagioni prima di andare nella compagnia di Piero Mazzarella per 8 stagioni, al Teatro Milanese San Calimero. Mio fratello, che insegnava danza al CTA, aveva saputo che stavano cercando il sostituto di Bonolis a Italia Uno: erano già stati provinati un po’ di attori ma nessuno aveva convinto, quindi provammo ad andare noi due, semplicemente per gioco.

Come andò il provino?

Lo feci con Uan: era tutto improvvisato, ma facendo così tanto teatro era una situazione a cui ero abituato quindi mi divertii tantissimo, non avevo nessuna preoccupazione. Di provini se ne facevano tanti, ma nella maggior parte dei casi non andavano bene: il giorno dopo, giovedì, mi chiamarono per dirmi che il lunedì successivo avremmo iniziato a registrare Bim Bum Bam. Era giugno 1990.

In pieno clima Italia ’90 quindi. Andavi a sostituire Bonolis, che era già proiettato verso una carriera di livello: come fu l’impatto con quella responsabilità?

Io in realtà non avevo mai visto il programma fino a quel momento, e conoscevo Bonolis solo di nome. Guardai a cuor leggero la puntata del sabato pomeriggio e chiesi ad alcuni amici, che andando all’università avevano sempre più tempo per vederlo, di raccontarmi un po’ la trasmissione. Quindi il lunedì andai a lavorare (o meglio, a divertirmi) praticamente senza sapere nulla di quello che mi avrebbe aspettato. Fu indubbiamente un vantaggio potere muovermi spontaneamente davanti alle telecamere senza l’ansia del confronto e di volere somigliare a qualcuno. Non sentivo il peso della responsabilità. Poi incontrai Paolo, che registrando Urka! negli studi di fianco passava spesso a trovarci. Iniziammo anche a giocare subito insieme nella Nazionale Artisti Tv, quindi anche lo spirito dello spogliatoio ci avvicinò molto: gli confessai che solo in quel momento capivo chi stavo sostituendo. Rimasi molto vicino a lui quindi, e gli chiesi anche dei suggerimenti: fu molto carino con me e mi disse che lui era sempre rimasto se stesso, mettendo un po’ del suo e cercando di arricchire quello che c’era scritto sul copione.

E anche voi negli sketch mettevate molto di vostro, cosicché emergevano le vostre personalità e il vostro rapporto…

Sicuramente, anzitutto perché avevamo ritmi produttivi elevatissimi, quindi anche per gli autori, che scrivevano dei testi eccezionali, umanamente non sarebbe stato possibile stare dietro a tutto: quindi potevamo un po’ improvvisare conoscendoci a memoria. Credo che il grande successo fosse dovuto a due fattori: la grande abilità di Alessandra Valeri Manera da capostruttura della tv dei ragazzi, e la nostra possibilità di divertirci come dei pazzi che traspariva anche attraverso il teleschermo.

Mai nessuno screzio tra voi?

Mai. Fu uno dei meriti di Alessandra, che sapeva farci sentire tutti uguali. Non esisteva nessuna primadonna, semmai l’unica avrebbe potuto essere Cristina, che però aveva un altro percorso. Eravamo tutti liberi di proporci, ma nei limiti del consentito: Alessandra era un generale di ferro che seppe creare una disciplina invidiabile. Io, arrivando dal teatro, ero già un po’ abituato a dovere rispettare certe regole per fare funzionare il meccanismo: a teatro non si può rifare. Remare tutti dalla stessa parte fa arrivare a risultati meravigliosi, e infatti il successo fu straordinario.

Vi vedevate anche fuori dagli studi?

All’epoca soprattutto con Carlotta e Carlo andavamo spesso a mangiarci una pizza anche finite le registrazioni. Lavoravamo dalle 12 alle 20, spesso con scene anche in esterna, quindi con i colleghi di Ciao Ciao invece talvolta ci si vedeva ma ci si frequentava di meno perché non c’era tempo, pur essendo tutti della stessa famiglia. Ancora oggi ci sentiamo e ci vediamo regolarmente.

Che ricordo hai di Paola Tovaglia?

Con lei lavorai a teatro, prima di essere negli studi accanto quando presentava Ciao Ciao: fummo anche marito e moglie in uno spettacolo di Piero Mazzarella. Una grande persona umanamente e professionalmente.

Il tuo cartone preferito?

Tazmania mi faceva morire dal ridere, ma il mio preferito in assoluto era Lupin III, che però andava in onda durante Ciao Ciao. I cartoni però noi non li vedevamo, perchè mentre andavano in onda noi registravamo, ed eravamo sempre impegnatissimi: si cominciava a registrare a luglio quello che sarebbe andato in onda a settembre. I contenuti erano davvero tanti per cui si registrava a blocchi nel corso dei mesi.

Una delle rubriche più amate era quella della posta, dove il sogno di chiunque era potere vedere i propri disegni presentati in tv: come venivano scelte le lettere che aprivate?

Arrivavano cinque o sei sacchi enormi di liuta tutte le settimane, con tutte le lettere. La redazione faceva una minima selezione, e poi noi le pescavamo completamente a caso. Sicuramente abbiamo deluso molti bambini, ma la quantità di lettere era davvero esagerata: arrivavano lettere anche da Malta, Romania…

Addirittura?

Una volta stavamo registrando una sit-com su un traghetto che ci portava da Genova a Malta. Nel pomeriggio, arrivati a Malta, con Carlo, Deborah e Carlotta decidemmo di andare in spiaggia pensando non ci avrebbe riconosciuto nessuno…Fummo assaliti dall’affetto di un sacco di bambini che ci chiedevano l’autografo (perchè il selfie ancora non esisteva). Non ce lo aspettavamo.

Era una tv più romantica e spontanea difficile da ripetere: oggi pensare a una lettera scritta a mano sembra anacronistico…

Una tv che non sarebbe possibile rifare, i bambini di oggi sono abituati a scrivere le email, farebbero fatica a scrivere una lettera a mano. E poi c’era un altro aspetto romantico: il bello dell’attesa. O vedevi il programma o non lo vedevi, non esistevano tanti videoregistratori né ovviamente Mediaset Extra o Mediaset Play, grazie a cui oggi se ti perdi qualcosa lo recuperi subito.

E’ difficile potere spiegare ai bambini situazioni come quella che viviamo ora, voi però andavate in onda negli anni della Guerra del Golfo: subiste l’impatto nella produzione e nei contenuti in qualche modo?

No, andando in onda nel pomeriggio non risentimmo in alcun modo né sotto il profilo produttivo né sotto quello degli ascolti . Quello fu l’inizio delle dirette Fininvest, quindi più che altro si respirava sui corridoi tutta la movimentazione e il fermento che aleggiavano intorno.

Tra le tantissime meravigliose sigle registrate a Gardaland, qual era la tua preferita? E quale sigla dei cartoni?

Sicuramente la prima del 1990, Bim Bum Bam ma che magia…in cui avevamo costumi e microfoni anni ’50. Come cartoni invece non me ne vengono in particolare, resto più legato alla mia infanzia, quindi Jeeg Robot, Goldrake…

Sei papà di un bambino di 8 anni e di una bimba di 6 anni. Sanno che sei BatRoberto?

Sì perchè capita che bambini dell’epoca mi fermino per un selfie, e i miei figli all’inizio non capivano il motivo. Gliel’ho spiegato e gliel’ho fatto vedere con alcuni video, ma non li guardano tanto perchè ormai i ritmi televisivi sono completamente cambiati…

Freud diceva che si smette di giocare non quando si diventa seri ma quando si entra nel campo della realtà. Finito Bim Bum Bam ti sei catapultato completamente nella realtà?

Quegli anni furono una libidine assoluta: il lavoro e l’età portavano a una facilità di gioco disarmante. Non vedevo l’ora di uscire di casa per andare a lavorare, mi divertivo con i colleghi, giravo l’Italia per giocare a calcio. Non dovevamo cercare il gioco, perchè eravamo nel gioco. E tante volte eravamo il gioco. Oggi sono consulente per una multinazionale che si occupa di sostenibilità per le aziende, dalla fornitura gas e luce passando per il risparmio dell’energia. Spiego quello che andrebbe insegnato anche ai bambini, ovvero l’importanza di non sprecare nulla e di rispettare la natura, di fronte a cui non siamo niente: speriamo che nella tragedia del momento, ora si stia capendo almeno questo. Lo faccio sempre cercando di giocare il più possibile, perchè mi piace scherzare, e non sento assolutamente i miei 53 anni.

E, proprio come Schillaci, anche BatRoberto arrivò nel 1990 per rimanere nei cuori degli italiani  a distanza di tanti anni grazie alla sua capacità di giocare…

Massimiliano Beneggi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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