Cip Barcellini: “Produssi ‘Love me Licia’. Dopo la prima puntata volevo emigrare, invece…”

Attore elegante, dalla voce profonda e dall’immensa cultura, dopo una gioventù in Germania per studi e in Danimarca e Canada per delle tournée da cantante, arriva a recitare con Strehler e Volontè prima di diventare il produttore e direttore del doppiaggio che tutti conosciamo. Cip Barcellini, fondatore negli anni ’60 della prima cooperativa di doppiaggio milanese insieme ad Aldo Danieli, è tra i protagonisti di quella tv dei ragazzi che andiamo raccontando da giorni. Nel 1980, infatti, fonda la Merak Film, questa volta insieme anche ad Ambrogio Ferrario, e da lì a pochi anni dirige il doppiaggio di innumerevoli cartoni animati: da Magica magica Emi a Tazmania passando per Hamtaro, Dragon Ball, Pokemon, Rossana. E, soprattutto Kiss me Licia.

barcellini

E’ lui che, dopo una carriera passata sul palcoscenico con spettacoli di Brecht e dei più grandi autori internazionali, si inventa l’idea di produrre i telefilm della fortunata serie di Licia, tornata in onda lunedì su Mediaset Extra tutte le mattine. Ci racconta così, nella sua quarantena che lo costringe a una sorta di prigionia inaccettabile (lui, che è abituato a viaggiare per il mondo e scoprire culture), come iniziò l’avventura di quei telefilm. Nati e cresciuti sempre con grandi professionisti, perché altrimenti non sarebbe mai stato possibile fare diventare la tv dei ragazzi una grande tv. In fondo quei balli e quelle canzoni che imperversavano nei telefilm in situazioni anche piuttosto atipiche, rappresentarono un modello poi replicato anche dalle fiction come Tutti pazzi per amore. E Barcellini lo sa bene, quando un prodotto viene imitato vuol dire che ha raggiunto un livello d’arte molto importante. Anche oltre ciò che si possa immaginare in questo caso.

barcellini2

Il nostro ultimo ospite (qui sopra con Piero Mazzarella in Lo stordito) di questo amato speciale sulla tv dei ragazzi quindi, esordisce così, non senza orgoglio: “Love Me Licia fu un’avventura che iniziò quasi per caso e divenne incredibilmente un cult. La colpa fu mia”.

In che modo?

Tutto nasce dal doppiaggio del cartone animato, che non era quello che abbiamo visto in Italia. In origine si trattava di un cartone giapponese di 60/70 episodi, il cui obiettivo sarebbe stato l’insegnamento sessuale ai bambini. Quando ebbi tra le mani il testo per il doppiaggio capii subito che il perbenismo italico non avrebbe consentito una programmazione del genere e infatti, apriti cielo! Arrivarono tutte le associazioni a tutela dei minori a frenarci. Con tutti i tagli possibili ci inventammo quindi una storia che eliminava tutti gli elementi sessuali, che per la verità erano comunque pochissimi: si vedeva al massimo una bambina che si faceva la doccia e doveva toccarsi in certi punti. In Italia questo, nel 1983, non si poteva fare in nessun modo, quindi portammo in primo piano l’amore di Licia e Mirko e, soprattutto, le canzoni dei Bee Hive. Fu un colpo vincente, all’insaputa di tutti che ignoravano la storia originale che c’era dietro. Le puntate erano 33 contro le 70 originali. Furono replicate tre volte, fino a quando le richieste di avere altre puntate da parte del pubblico furono sempre più insistenti. In una riunione con Alessandra Valeri Manera e i tutti i collaboratori, credo di essere stato io a proporre di fare il cartone con persone vere.

Fu un successo straordinario e rivoluzionario in qualche modo. Come cominciaste?

Bisognava ripetere la situazione del cartone. Si partì all’avventura, perché all’inizio non eravamo pronti, ma la gente lo voleva e mettemmo in piedi la prima serie in un certo modo. Andammo per le strade di Cologno Monzese a dipingere i marciapiedi di azzurro e viola. Girammo una settimana in Valsesia e anche lì dipingevamo i paracarri di viola: causammo qualche incidente perché molte macchine si fermavano di colpo per capire cosa succedesse. Dopo la prima puntata onestamente volevo emigrare in Svizzera: mi sembrava una cosa pazzesca. Invece andò in onda con successo, piacque molto facendo da traino agli episodi seguenti, e da lì arrivarono tutte le serie successive.

Fu una scommessa coraggiosa, che vi portò a produrre tra Licia e Cristina un totale di 8 serie in meno di 6 anni. Avendo così poco tempo a disposizione per mettere a puntino il lavoro, non avevate paura del risultato?

Feci molti cambiamenti nel tempo. Per registrare Love Me Licia infatti non c’era stato molto tempo per fare le cose: non avevamo nemmeno uno studio di registrazione e affittai una specie di cascina che era stata bruciata e abbandonata in mezzo al prato dopo Cologno Monzese. Il giorno prima che dovessimo registrare arrivò un temporale pazzesco che ci costrinse a camminare su delle passatoie improvvisate, passammo la calce sui muri, eravamo disorganizzati su ogni fronte. Trovai al volo gli studi, gli sceneggiatori e i vari collaboratori. Finita la serie, malgrado il successo imprevisto, mi accorsi che c’erano dei buchi notevoli in tutti i campi: sostituii il 60% di chi aveva partecipato a Love me Licia. Andando avanti poi mi resi conto che ci sarebbero state inevitabilmente delle ripetizioni di sceneggiatura, quindi andavano fatti tanti cambiamenti. Registi, sceneggiatori, tecnici, operatori furono in gran parte sostituiti negli anni. C’erano anche i furbi che accettavano di recitare il ruolo di un personaggio con l’opzione per una seconda serie che avrebbe previsto un aumento del 10%, al massimo del 15%. Questi furbi firmavano poi arrivavano alla serie successiva e chiedevano il 50% dell’aumento. Aprii la porta a tutti questi personaggi e non li volli più vedere.

Ora tutti i lettori staranno divertendosi a fare mille ipotesi su chi abbandonò le diverse serie…Come convincesti certi importanti attori di teatro come Landolina (Marrabbio) a essere doppiati da qualcun altro?

Non fu facile per nessun attore vero all’inizio accettare questa condizione. Fortunatamente Lauro era interpretato da Antonio Paiola che avevo già scelto per il doppiaggio nel cartone. I ragazzi dei Bee Hive non erano attori, e nemmeno suonatori a parte De Peppe e Marini, quindi anche per loro il problema era relativo. Quando sentii Landolina gli dissi che era stata comprovata la mia scelta di affidargli il ruolo di Marrabbio, senza però potergli fare doppiare la sua stessa voce: al momento rimase un po’ male, poi ci pensò e capì che sarebbe stata una buona occasione. Si convinse definitivamente quando seppe che a doppiarlo sarebbe stato Ubaldi: era una garanzia, “Lui è bravo, allora faccio Marrabbio“, mi disse. Dalla terza serie in avanti la direzione del doppiaggio la affidai a Federico Danti. Quando a qualcuno fu concesso di doppiare se stesso, fu necessario insegnare tanta dizione. Cristina veniva doppiata da Donatella Fanfani, che doppiava Licia anche nel cartone animato: poi quando si passò ad Arriva Cristina era migliorata come attrice, ma era la prima volta che recitava con la sua voce. Faceva fatica a capire perché dovesse dire bene con la “e” aperta anziché con quella chiusa.

Hai parlato di Ubaldi come di una garanzia, come iniziò il vostro sodalizio?

Tutti giorni mi seguiva in regia e mi chiedeva se poteva assistere con me. Si sedeva a fianco a me, ma non capivo chi diavolo fosse, né cosa volesse. Gli chiesi se fosse un attore, lui tergiversò: “No, mi piace il doppiaggio, studio, ho fatto un po’ di teatro ma piccole cose…”. Era uno che non se la tirava proprio, ma capii subito che famoso o non famoso che fosse, era uno che sapeva fare teatro. Mi accorsi una mattina di avere lasciato fuori una battuta piuttosto lunga di un pezzo di un film che dovevo consegnare entro mezzogiorno. Chiesi allora aiuto a Ubaldi: “Sei qua tutti i giorni, ormai saprai come si fa, mi doppi questa parte?”. Lui entrò in sala di doppiaggio e fece tutto giusto al primo colpo: gli chiesi di riprovare e sbagliò tutto. Si è ripetuto ogni volta questo clichè con lui. Mi sono sempre divertito molto con lui: un pazzo simpatico.

Gli affidasti anche la voce di Giuliano che non c’era nel cartone originale, e altre voci famosissime per la tv dei ragazzi…

Infatti, anche il doppiaggio di Taz fu una nostra creazione: era muto in originale, ma Alessandra Valeri Manera voleva farlo parlare. Ci chiese di inventarci qualcosa. Trovai quindi un metodo, per cui trovavo sempre la chiave giusta da proporre a Pietro. Per esempio gli dicevo: “Qua Taz si lamenta come le donne a pagamento durante i funerali”. E lui giù a fare i versi: gli davo il tema e lui lo sviluppava. Taz nacque così.

Ritmi diversi da quelli di oggi, scene scontate e viste e riviste più volte: eppure a distanza di tanti anni il pubblico in questi giorni non vedeva l’ora di vedere il ritorno su Mediaset Extra…

Ogni volta che viene trasmesso il telefilm, in tanti mi chiedono informazioni sulla programmazione: è vero, c’è un affetto sempre costante verso Licia. Qualche anno fa fui invitato a una reunion dei Bee Hive: mentre andavo pensavo che avremmo trovato pochissimo pubblico. Nella discoteca c’erano 2500 persone e fuori altre 1000 attendevano di entrare: ero esterrefatto, sono passati 30 anni e ancora c’è un trasporto enorme del pubblico.

Qual era il significato che si voleva trasmettere principalmente?

E’ una domanda impegnativa, ma devo essere sincero: di scopi ce n’erano pochi onestamente. Anche l’idea de L’Europa siamo noi nacque come tante altre per caso a una riunione in cui ciascuno propone qualcosa: eravamo consapevoli, però, che non stessimo facendo Shakespeare, ma registravamo Licia. Non pensavamo a trasmettere nulla in particolare se non, come diceva la stessa Valeri Manera, le buone intenzioni dell’amore, della famiglia, dell’amicizia. Avevamo solo lo scopo di portare avanti la figura di Cristina, supportata dalle canzoni dei Bee Hive di cui sarebbe uscito poi l’album. Dopo la prima serie mi accorsi che la gente amava i Bee Hive, e in Valsesia accaddero cose folli, con le ragazze che impazzivano per loro ed eravamo costretti a far bloccare le strade per girare. Tutti sapevano le canzoni del telefilm.

Alessandra Valeri Manera, creatrice di una grande tv dei ragazzi, viene definita da tutti definita una sorta di generale buono. Com’era il vostro rapporto? Chi decideva cosa?

Non sento più Alessandra da tantissimi anni purtroppo perché si è ritirata a una nuova vita: con noi aveva un rapporto molto onesto e trasparente. Qualche stupido cominciò a dire che la Manera chiedesse una tangente alle case di produzione per i suoi lavori, ma giuro che non ci ha mai chiesto un centesimo. Una persona troppo corretta per pensare a una cosa del genere. Avevamo una fortuna: eravamo in tre. Ambrogio Ferrario rispondeva ad Alessandra per l’aspetto tecnico, Giancarlo Caio si occupava del lato amministrativo, mentre io curavo la parte artistica. La signora Manera sapevamo essere drastica su tutto, quindi pensammo che dividendoci i ruoli sarebbe stato più facile confrontarci con lei. Ora posso dirlo, qualche volta l’ho fregata, perché faceva scelte artistiche su cui non ero d’accordo e che cambiai all’ultimo essendo del mestiere, anche se nel 90% dei casi rispettavo le sue scelte. Parlando di lei parliamo sicuramente di una persona dura, è vero, un generale, chiamata da tutti con rispetto la Signora Valeri Manera. Ma sapeva come fare lavorare bene, creando una certa armonia. La mandarono via da Canale 5 e la tv dei ragazzi di fatto sparì: qualcuno diceva che avesse fatto delle scelte sbagliate. Io ricordo solo che alcune emittenti locali spostarono i telegiornali per i telefilm di Cristina: evidentemente di scelte sbagliate, se mai ne avesse fatte, furono pochissime.

Dal teatro una volta veniva fuori anche la tv dei ragazzi. Oggi a che punto è il teatro?

Il teatro una volta era una fucina di attori da cui attingeva la televisione costantemente, prima che tutto questo scemasse. La gente ha iniziato ad apprezzare di più quelli che non venivano dal teatro piuttosto che i professionisti. Oggi non c’è una compagnia italiana che vada all’estero a recitare, ma io in dieci anni di lavoro con Strehler viaggiai per tutto il mondo.

Se il teatro ha difficoltà, di conseguenza ne ha anche il doppiaggio. Per potere doppiare bisogna essere attori…

Ci dovrebbe necessariamente essere una scuola di recitazione alle spalle, anche se ce ne sono sempre meno. Vedo gente che cancellai dalla faccia del doppiaggio dieci anni fa e ora fanno gli insegnanti. Una volta c’era l’accademia che durava anche anni. Ora fanno un corso di dieci giorni, e dopo un mese sono insegnanti di doppiaggio: ma non deve funzionare così. Tanti hanno la presunzione che il dialetto non vada eliminato, se gli chiedi di correggerlo ti guardano come un cretino. Ma il teatro è teatro! Oggi invece la qualità è molto scaduta anche sotto il punto di vista della recitazione: alcuni attori parlano male, non si capisce cosa dicano. Per sentire chiacchierare in certi modi, non occorre allora andare sul palcoscenico, possono andare dal barbiere a fare quelle chiacchiere!

Tu nel 2006 hai abbandonato la Merak e ti sei dedicato alla pittura con mostre in tutto il mondo. Rimpianti?

Uno solo. Avevo contattato 120 campioni del mondo di sport estremi, molto strani, poco conosciuti: la storia, scritta da Lunari, prevedeva quattro amici d’infanzia che si trovavano in ogni puntata in situazioni estreme. Sembrava tutto fatto, ero convinto di produrre quel telefilm. Non se ne fece nulla, e capii che purtroppo oggi bisogna essere attaccati a qualche partito in certi casi, mentre io non sono mai stato attaccato a nulla.

Massimiliano Beneggi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...