Fino al 3 dicembre è in scena al Teatro Carcano di Milano (corso di Porta Romana) L’ispettore generale (produzione Teatro Stabile Bolzano, Teatro Stabile Torino, Teatro Nazionale e TSV, Teatro Nazionale) di Nikolaj Gogol. Ecco la recensione.

IL CAST
Rocco Papaleo, Daniele Marmi, Giulio Baraldi, Marta Dalla Via, Letizia Bravi, Marco Gobetti, Gennaro Di Biase, Michele Schiano di Cola, Michele Cipriani, Marco Vergani, Marco Brinzi, Elena Aimone, Salvatore Cutrì. Regia di Leo Muscato.
LA TRAMA
La storia si svolge in pieno XIX secolo in un paese sperduto della Russia. Le pubbliche amministrazioni si esprimono tutte mediante corruzioni: i funzionari, infatti, sono piuttosto inefficienti e poco trasparenti, a cominciare dal Podestà (Rocco Papaleo). È proprio questi ad annunciare che sta arrivando in paese un ispettore generale da San Pietroburgo per verificare l’operato delle istituzioni. Il primo problema diventa quindi nascondere le magagne e le lacune politiche: costi quel che costi. Abituati come sono, ciascuno di loro offre mance e generosi aiuti di ogni genere pur di ingraziarsi le simpatie dell’ispettore generale. A questo atteggiamento, si allinea praticamente l’intera popolazione. La persona a cui stanno proponendo tutti gli onori, però, non è altro che Chlestakov, un viaggiatore sprovveduto, disorientato e spendaccione. Inizialmente non comprende come mai tutti lo trattino con cotanta riverenza: prova con fatica anche ad allontanare da sé tutte quelle proposte insistenti. Poi capisce di essere stato scambiato per l’ispettore: da quel momento inizia ad approfittare della situazione. Fa precise richieste di denaro con la promessa di restituirlo quanto prima e nessuno glielo nega: anzi, viene apprezzata la sua umiltà. Per Chlestakov, la fatica vera diventa reggere quel ruolo con il timore che tutti possano scoprire l’equivoco. Anche perché poi un bel giorno, l’ispettore tanto atteso arriva veramente…
LA MORALE
L’ossessione eterna dell’umanità è che possano emergere i propri scheletri dall’armadio. Pur di nasconderli si è disposti a toccare la parte più bassa della propria moralità, arrivando a proporre denaro o a farsene dare. Non c’è differenza in questo senso tra il corruttore e il corrotto: ed è un meccanismo senza fine, da cui diventa difficile uscire. Anzitutto perché chi è coinvolto, spesso non ammette non si tratti di un gioco ma di una truffa. La smania di ricchezza a volte ingolosisce anche la persona più insospettabile e una volta che questa si è abituata a certi onori, è dura farla rientrare nella vita di prima.

IL COMMENTO
L’opera di Gogol è uno dei testi satirici più storici di sempre e drammaticamente attuali, nonostante abbia quasi 200 anni. Ambientato nella Russia del 1836 (San Pietroburgo era infatti la capitale dell’Impero), L’ispettore generale prende di mira l’istituzione da parte dello zar Nicola I, di un nuovo organo di stato chiamato Terza Sezione, utile a controllare l’operato e la vita di ciascun suddito. Insomma, il testo è un vero e proprio attacco alla politica dello zar, che in questo modo faceva venire meno la libertà di artisti (come lo stesso Gogol) e induceva anzi a una maggiore burocratizzazione, nonché purtroppo alla corruzione degli uffici istituzionali. Gogol dunque si inventa un testo che prevede una moltitudine di personaggi, forse eccedendo anche un po’. Lo spettacolo (durata circa 2 ore) diretto da Leo Muscato fa dunque affidamento su un cast ricco di attori, che si alternano portando di fatto sul palcoscenico delle maschere sociali, a cui diventa tuttavia difficile in certi casi affezionarsi, proprio perché un po’ troppe. La prima parte è concentrata su quelle ambiguità politiche a cui fa riferimento Gogol. È nella seconda parte, quando inizia a tutti gli effetti la commedia degli equivoci, che la pièce prende davvero ritmo. Tra accenti russi, napoletani e lucani, L’ispettore generale non manca di colore. Ed è un modo per riflettere su una storia che, con sfumature diverse, si ripete dopo quasi 200 anni: il potere è in grado di comandare le nostre esistenze e muovere l’umanità nella direzione che si preferisce. Tanto non potrà che acconsentire.
IL TOP
Rocco Papaleo fa Rocco Papaleo. Non ci si attenda nulla di diverso da quello che siamo da sempre abituati a conoscere: il suo modo di parlare e di muoversi è unico, in ogni senso. Basta che parli e faccia due o tre smorfie, ed è subito risata assicurata. La magia vera è però nella capacità di fare di quel modo un atteggiamento adatto, si potrebbe dire perfetto, per ogni personaggio di cui vesta i panni. Nessuno come lui avrebbe potuto vestire i panni del podestà, talvolta indignato e arrabbiato, ma altresì sarcastico. Rocco Papaleo è una garanzia, che non ci si ricorda mai abbastanza essere nata a teatro ben prima di emergere in televisione e al cinema.
LA SORPRESA
Il pubblico si diverte molto e ride soprattutto nella seconda parte. Il merito è di alcuni personaggi che diventano vere e proprie macchiette. Tra gli attori spiccano i bravissimi Michele Schiano di Cola, Michele Cipriani, Marta Dalla Via ma soprattutto Daniele Marmi. Questi, nei panni del finto ispettore, porta la maggiore simpatia sul palcoscenico con tanta caratterizzazione. Da rilevare anche la poesia di una scenografia che riporta nella Russia 1836, tra neve e freddo glaciale.
Massimiliano Beneggi