Subito dopo l’incidente stradale, nel tunnel del Pont de l’Alma a Parigi, dai rottami fumanti dell’auto si libra la voce della principessa più amata del mondo che, ancora inconsapevole di quanto accaduto, inizia a raccontare la sua storia.
Intenso e coinvolgente arriva al Teatro Ciak di Roma lo spettacolo LADY D, scritto da Clelia Ciaramelli e interpretato da Annalisa Favetti, per la regia di Pino Ammendola, in scena sabato 2 dicembre alle ore 21.00 e domenica 3 dicembre alle ore 17.30.

La pièce, in altre occasioni prodotta da Good Mood, restituisce un ritratto intenso di Lady Diana conducendo gli spettatori nel suo mondo più intimo e segreto. Un’immagine di donna innanzitutto, di essere umano che soffre e sbaglia, ma trova sempre una via per riprendersi lo scettro della vita. “Sarà l’occasione per raccontare Diana nella sua elevazione dell’anima”, racconta Annalisa Favetti (prossima a entrare anche nel cast de Il paradiso delle Signore con un nuovo personaggio). “Lady D è una donna universale che si vuole togliere tutto ciò che sente non appartenerle. Rappresenta quindi qualsiasi donna viva questa condizione, ecco perché è più che mai attuale”.
Chi era Diana?
Diana era una donna incredibile, dolce, fine, tenera, meravigliosa: qualità che ne hanno fatto un mito. A distanza di oltre 25 anni dalla morte è sempre viva dentro tutti noi. E’ diventata un mito anche nella sua fragilità e nella sua tenerezza.
Come nasce lo spettacolo?
Tutti mi dicevano che le assomigliavo e quindi insistevano perché facessi uno spettacolo su di lei. Ho iniziato a studiarla per capire anzitutto che messaggio avrei potuto trasmettere di lei: mi sono messa a guardare interviste, documentari, film dedicati a Diana. Ho contattato anche un giornalista della BBC che si è occupato di Lady D!
Addirittura, una documentazione completa e inedita insomma.
Sì, ho fatto telefonate lunghissime anche di notte con questo giornalista: lui parlava e io intanto segnavo cosa volessi portare sul palcoscenico di tutta una storia lunghissima.
Cosa ti interessava di più raccontare?
Il suo essere una donna trasparente, coraggiosa, ribelle, forte ma altresì incapace di inserirsi nella vita della Corona. Lei era vergine e Carlo l’ha sposata per questo. Lei era cosciente di entrare in una favola, trovandosi poi manipolata.

Lo spettacolo è un lungo flashback.
Sì, parte proprio dall’incidente: Diana non sa se è viva o morta, forse lo capisce verso la fine. Aspetta qualcuno probabilmente: si sta trasferendo quindi nell’Aldilà in un percorso emotivo che rielabora fatti accertati senza tempo e senza spazio: nel racconto vado avanti e indietro. A parlare è la sua anima, che esprime una costante ricerca di libertà e di amore, oltre che di ambizione.
Cosa ti affascina maggiormente di lei?
Il fatto che usi la sua posizione per prendere in mano un ruolo di battagliera per i diritti umani nel mondo, al servizio di altri dunque. Per questo, diversamente dal solito, ho voluto qui al Ciak anche altri personaggi, che non fanno parte della vita di Diana, ma aiutano a raccontare la storia e a far passare un messaggio ben preciso. L’obiettivo è fare trasparire un’elevazione dell’anima, che mano a mano si spoglia di tutti gli orpelli della Corona.
Faccio l’avvocato del diavolo: quel tragico incidente non è stato un po’ anche la fortuna di Lady Diana nel suo essere infinitamente vittima?
Sicuramente quando si muore presto si diventa mito. Lei comunque sarebbe stata malissimo perché Carlo ha sempre amato Camilla. Diana sarebbe quindi, in ogni caso, andata per altre strade: era una ribelle, una coraggiosa. Sembrava fragile, ma era una fragilità che serviva per emergere come donna.
L’attualità viene raccontata?
Si parla anche di quanto accaduto negli anni a venire. Si fanno cenni quindi a Kate, William, ma soprattutto Harry. Si parla di un Harry che piano piano se n’è andato via, in quanto personaggio particolare fin da piccolo legato alla madre e a cui dava fastidio il paparazzo che si avvicinava a loro. A un certo punto dico esplicitamente: “Solo tu Harry non hai sangue reale nelle vene perché non sei figlio di Carlo ma forse dell’Ufficiale”. Forse loro sanno cosa è successo veramente.
Dunque non passa la figura di una Diana come santa.
Assolutamente no, non era quella la mia intenzione: si parla anzi comunque di una forte ambizione per entrare in quella vita regale, nonché della sua femminilità. Diana, consapevole di non potere stare in quella situazione, ha avuto un sacco di amanti che si portava nel portabagagli dentro al Palazzo. Ho tirato fuori così anche notizie che non tutti sanno, molto forti, che mi ha detto la BBC. In ogni caso è lodata, ma non volevo rappresentare la santa.
Che idea ti sei fatta sul suo incidente?
E’ stata uccisa, sicuramente. In tutto lo spettacolo ce l’ho costantemente con la Regina, sempre assente, se non al funerale. Qualcosa è successo: non si può accusare qualcuno in particolare, ma qualcosa è successo. C’è stato un complotto contro Diana: troppi indizi fanno pensare a questo. Stranamente venne cambiata l’auto poco prima dell’incidente ed era una macchina rotta; l’autista non era certamente ubriaco; qualcuno con una moto e un’auto bianca davanti abbaglia coi fari; l’ambulanza non arriva in tempo e la trasporta volutamente più tardi. Inutile girarci intorno: dava fastidio.
Cosa ci rimane anzitutto di Diana a distanza di tanto tempo?
Un’immagine infinita, spirituale, una donna che voleva solo essere amata.
Massimiliano Beneggi