Sono trascorsi 25 anni dalla prima puntata di Un medico in famiglia. La popolare fiction con Lino Banfi e Giulio Scarpati, chiusasi nel 2016 con la decima edizione, andò in onda per la prima volta il 6 dicembre 1998. Ma cosa ha lasciato quella fiction a distanza di tanto tempo dalla prima serie?

Un medico in famiglia è stata antesignana di tante altre fiction basate su nuclei familiari allargati e non tradizionali. Prima di questa fiction, l’unica che aveva trattato la famiglia in modo diverso dal solito era stata Papà prende moglie con Marco Columbro e Nancy Brilli (anno del Signore 1993). È stata però decisamente la fiction di Raiuno, ideata da Carlo Bixio, a rompere il tabù e a dare il via a un modo nuovo di raccontare la quotidianità. Non ci sarebbero certamente mai stati i Cesaroni e compagnia bella se non fosse esistita prima la famiglia Martini.

Un medico in famiglia ha narrato per dieci edizioni vicissitudini quotidiane, amori sorprendenti, amicizie in crisi ma poi rivelatesi indissolubili. In tanti anni è cambiata buona parte del cast ma, a differenza di tutte le altre serie televisive, nella maggior parte dei casi in Un medico in famiglia c’è stato quasi sempre un collante con le edizioni e i protagonisti precedenti. Anche per la presenza in un singolo episodio, i veterani tornavano molto spesso nella storia. Certo, ci sono eccezioni (Claudia Pandolfi, alias Alice nelle prime sue edizioni) su tutti. Quel che però ha caratterizzato questa straordinaria fiction è sempre stata la capacità di non lasciare da solo il pubblico rispetto al ricordo che avevano dell’edizione precedente. Mai un cambiamento radicale insomma. Nonno Libero (Lino Banfi) e Lele Martini (Giulio Scarpati) i protagonisti principali da cui non si poteva prescindere qualora gli attori avessero voluto prendere parte. Tuttavia, anche quando non c’erano loro, Un medico in famiglia ha sempre retto benissimo grazie a Maria (Margot Sibakonyi) e Guido (Pietro Sermonti), ma anche Cettina (Lunetta Savino), con i suoi rispettivi compagni Giacinto (un giovanissimo Enrico Brignano) e Torello (Francesco Salvi). Indimenticabile ovviamente anche Nonna Enrica (Milena Vukotic), prima consuocera fastidiosa e poi moglie di Nonno Libero.

Le macrodinamiche familiari, non erano certo tra le più comuni (e forse nemmeno tra le più auspicabili): la zia diventava matrigna (di quelle buone però), la nonna sposava l’altro nonno, poi la zia matrigna diventava ex matrigna e quindi tornava a essere solo zia mentre abbandonava con nonchalance all’ex marito i due figli avuti da lui. Il quale, intanto, scopriva che la prima moglie (quella morta e raccontata come Santa sin dalla prima puntata) lo aveva tradito e da quella relazione era nata la figlia Annuccia. Insomma un casino a pensarci bene, a cui si aggiungevano tutti i problemi di ciascun figlio, con relazioni più o meno pericolose e raccomandabili: quando poi ben lo trovavano, succedeva qualcosa che rovinava tutto (è il caso di Guido, marito di Maria, che poi a un certo punto veniva fatto morire). Non particolarmente comune nemmeno la posizione di Alberto, il nipote che sceglieva di scappare dalla madre divorziata per rifugiarsi in casa di zio, già affollata di cugini, nonno e colf abbastanza ingombrante almeno quanto Giulio (il grande Ugo Dighero), il migliore amico di zio Lele onnipresente. Va da sé, per i pochi che non avessero visto Un medico in famiglia, che nel tempo quel Giulio sarebbe diventato persino cognato di Lele, in virtù della sua terza moglie (con cui ovviamente sarebbe poi entrato in crisi). Eppure in quella fiction ci siamo ritrovati un po’ tutti. Chiunque ha un bel ricordo di Un medico in famiglia, legato a una televisione intelligente che merita di essere festeggiata ancora venticinque anni dopo.

Recentemente anche Giulio Scarpati aveva ammesso: “In tanti chiedono se si farà una nuova edizione, ma ormai sarebbe difficile rifare la stessa cosa”. È vero, oggi Un medico in famiglia non avrebbe bisogno solo di un restyling su alcuni tempi che considereremmo troppo lenti, ma necessiterebbe anche di quella continuità coi personaggi che dicevamo essere peculiare. Difficile oggi, dopo tanti anni dall’ultima edizione, ricreare nuovi meccanismi che non siano ripetitivi. Forse è giusto così. In fondo abbiamo dieci edizioni da guardare e riguardare su RaiPlay, utili anche ad apprezzare attori che hanno cominciato giovanissimi in quel cast e che abbiamo visto letteralmente crescere. Personaggi comprimari nelle prime serie (per esempio Oscar, interpretato da Paolo Sassanelli; Tea, alias Rosanna Banfi; Jessica, ossia Sabrina Paravicini; Jonis Bascir; Mariano, il cui ruolo era affidato a Vincenzo Crocitti) erano poi diventati fondamentali nella narrazione delle serie successive. Tutti attori nati col teatro: ci piace ricordare anche per questo quelli che si videro solo in un’edizione ma mettendo un’impronta importante nel successo della prima pietra miliare. Parliamo di Riccardo Garrone, Edy Angelillo, Nini Salerno, Pippo Santonastaso, Nadia Rinaldi, Jinni Steffan. In dieci edizioni si sono susseguiti grandi attori all’epoca ancora poco conosciuti quali Edoardo Leo, Stefano Fresi, Giorgio Marchesi. E poi ancora come dimenticare Gabriele Cirilli, Lillo e Greg, Stefano Dionisi, Emanuela Grimalda, Beatrice Fazi, Kamir Bedi!

Il bacio finale tra Lele e Alice nella prima edizione: un amore destinato a sbocciare ma che ha fatto attendere 11 milioni di italiani per oltre sei mesi

Un medico in famiglia ci ha lasciato grandi ricordi grazie a uno spettacolo intelligente, come quelli che piacciono a noi: creati con attori di teatro, per storie che senza dubbio esagerate, ma dalla morale sempre più che mai vera. Il finale di ogni serie era il più scontato, su cui avremmo potuto scommettere sin dall’inizio: eppure c’è bisogno di ritrovarsi in quella serenità che ci rassicura che le cose possano andare davvero come ce le eravamo immaginate. Fu così sin dal bacio tra Lele e Alice alla fine della lunghissima prima serie. Quella che appunto compie 25 anni. Quel bacio finale in aeroporto raccolse undici milioni di telespettatori.

Altri tempi, non solo in termini di numeri. Sapevate, per esempio, che nelle versioni disponibili su Netflix e RaiPlay è stata tagliata una scena in cui Nonno Libero prende in giro un amico balbuziente? Ora il politically correct impone delle attenzioni oggettivamente eccessive. Quel che nessuno ci potrà mai cancellare, però, sono i ricordi. Come quelli delle sigle: Ai ai ai dei Los Locos, all’epoca freschi di Macarena è la più storica, ma dopo ne arrivò un’altra per altre ci que serie, Je t’aime, cantata da Giulia Luzi.

Erano epoche in cui le fiction avevano una narrazione da potere essere viste una volta a settimana e non con l’ingordigia di guardare sei puntate di fila in streaming. Epoche in cui tutte le fiction avevano un finale in ogni serie. Epoche in cui c’era un rispetto per il pubblico, al di là di ogni regola del politically correct: Un medico in famiglia ci ha insegnato tutto questo. Epoche di cui oggi c’è nostalgia e che, se non è giusto sperare possano tornare, è perlomeno doveroso ricordare con il sorriso. Auguri famiglia Martini, in questi 25 anni siamo cresciuti tutti e talvolta abbiamo scoperto nella nostra esistenza, anche vite più pazze di quella di Poggio Fiorito. A proposito, fughiamo il dubbio amletico che qualcuno ancora si pone: Poggio Fiorito è un’invenzione cinematografica, ma esiste davvero. Lo si può trovare a Cinecittà. Vale la pena andarci, in un attimo verranno alla mente frasi come “Quello che tu sei io ero, quello che io sono tu sarai”, “Una parola è troppa e due sono poche”, “Come diceva il povero Carmine”, “Ho salvato una famiglia intera di ebrei”, “Ciao Famiglia”.

Massimiliano Beneggi