La presenza di Gino Cecchettin stasera a Che tempo che fa sta già facendo discutere. Fabio Fazio, pur di far crescere gli ascolti, fa quello che non si dovrebbe mai commettere. Sembra ormai assodata la disarmante scarsa sensibilità di un sistema mediatico che prova a speculare su una tragedia, strumentalizzando una famiglia inconsapevole di ciò che le stanno creando intorno con tanta polvere negli occhi. Del resto Che tempo che fa, con un’intervista a Gino Cecchettin, non fa altro che inseguire il suo modo costante di fare tv: politicizzare sempre e comunque ogni argomento. Cosa pericolosissima dal punto di vista sociale, come la storia ha già dimostrato in passato. Ma arriviamo al dunque: possono dei funerali diventare un evento mediatico? Evidentemente sì, visti i toni enfatici con cui il giorno dopo si raccontano anche gli ascolti tv di questi tristi eventi.

È successo anche ora, con l’addio a Giulia Cecchettin: in tanti hanno sottolineato che, complessivamente tra tutte le reti, la cerimonia abbia raggiunto il 50% di share. Tuttavia, coi funerali di Giulia Cecchettin, la giovane uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, siamo davanti probabilmente a un caso anomalo. Perlomeno nuovo. Un fenomeno che televisivamente (giuridicamente lo facciano solo i tribunali) merita di essere analizzato.
Non è una sorpresa che i funerali di gente famosa raccolgano sempre molti spettatori. Le esequie di Lady D, nel 1997, sono infatti ancora oggi uno degli eventi più seguiti in tutto il mondo (si stimarono circa 2 miliardi e mezzo di spettatori collegati da tutti i Paesi). Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo vissuto i funerali della Regina Elisabetta, Maurizio Costanzo e Silvio Berlusconi: tutti seguiti da una platea ampiamente sopra i 4 milioni di telespettatori, nonostante fossero in fascia oraria del primo pomeriggio. Numeri sempre raccontati con enfasi e poco rispetto. Purtroppo, questa tendenza a sottolineare gli ascolti tv anche in certe circostanze, sembra quasi confermare la voglia di mettere in competizione tra loro i funerali. Come se ci fosse una logica conseguenza per cui tanti più sono gli spettatori, quanto più sono importanti i defunti.
In ogni caso, anche la partecipazione alle cerimonie funebri dice molto di un Paese. Ecco perché, talvolta, si strumentalizza qualunque cosa, anche un lutto, pur di fornire al mondo un’interpretazione precisa della propria nazione. La sensazione è forte anche di fronte alla morte atroce di Giulia Cecchettin. I suoi, dicevamo, sono funerali che non conoscono precedenti nella storia televisiva. Potrebbero essere paragonato ai funerali di Alfredino Rampi: altra storia che commosse l’Italia creando sincera empatia prima ancora di quella curiosità, che talvolta impera nei funerali di alcuni vip. Ai tempi di Rampi, però, c’era solo la Rai. Quelli di Giulia Cecchettin sono i primi funerali di una persona comune, andati in onda su Rai e Mediaset, con tanto di servizi anche di tutte le altre emittenti.
Martedì 5 dicembre, alle 21, per trovare un programma che non raccontasse i funerali tenutisi in mattinata bisognava fare un continuo zapping. Nemmeno accendere RaiPlay evitava al pubblico di entrare in contatto con l’argomento che da quasi un mese sta tenendo banco nella cronaca nera. Il messaggio era chiaramente univoco: questa volta non si può fare in modo che qualcuno non sappia quel che è accaduto. I funerali di Giulia Cecchettin, in poche parole, oltre che un valore informativo avevano un valore sociale. Il suo deve essere l’ultimo femminicidio e tutti devono rendersene conto, senza mettere la testa sotto la sabbia. Fin qui tutto giusto.
C’è però un’insistenza morbosa nel trattare il tema, talvolta con toni politici, che stride con l’importanza del messaggio che si vuole trasmettere. Come con Alfredino Rampi, la cronaca diventa evento mediatico andandosi a confondere con quei meccanismi che solitamente comandano le logiche televisive e non quelle delle liturgie funebri. Di tanto in tanto emergono parole che forse poco o nulla hanno a che fare con la tragedia: patriarcato è la più comune, anche per dimostrare una vicinanza alla famiglia Cecchettin e alla sorella che più volte ha parlato in questi termini. Ai genitori di Filippo Turetta, però, nessuno ci pensa. Nei loro confronti non c’è la benché minima attenzione alle parole usate: anzi, pazienza se emergono titoli e servizi fuorvianti.
Sono proprio questi i motivi che sollevano il sospetto che qualcuno voglia fare di un funerale un evento mediatico a ogni costo. Laddove la sensibilità verso le persone interessate venga a mancare, ma aumenta nei confronti degli ascolti tv, si intuisce che di lasciare in pace i defunti non vi sia proprio intenzione alcuna. Un lutto chiede rispetto: siamo sicuri che si stia mantenendo questa regola, nel tentativo di far arrivare a tutti un tema? Per fare diventare di interesse comune un argomento, bisogna usare le stesse modalità adottate dai social quando rendono trendy un hashtag. Bisogna dunque insistere martellando senza pietà il pubblico, con una narrazione che gli parli alla pancia e non al cervello. Con l’omicidio di Giulia Cecchettin, la tv sta informando o sta usando la cronaca per scopi diversi? È giusto che un caso del genere venga trattato con la morbosità di chi dimentica che i processi si facciano nelle aule preposte e non negli studi televisivi? Non si rischia di generare uno stucchevole fastidio nella popolazione, facendo perdere credibilità a una battaglia sacrosanta contro ogni forma di violenza? Ecco, l’Italia si mette quotidianamente allo specchio, attraverso la tv, con i temi che la identificano rispetto a tutti gli altri Paesi. Approfittare di un lutto per esprimersi politicamente e raccontare la propria identità ideologica, tuttavia, sembra piuttosto biasimabile. Se davvero si vuole fare qualcosa di socialmente utile, ora si eviti di insistere con talk show su una persona che non c’è più e che, se ci fosse, vorrebbe sentir parlare di sé per quello che vale più che per come non è stata valorizzata. Facciamolo per rispetto di Giulia e di tutte le altre ragazze uccise brutalmente, che magari non hanno avuto i funerali in diretta televisiva ma che vedono tante famiglie piangere una perdita che non tornerà mai più. Che tempo che fa e compagnia cantante evitino di fare diventare un caso politico una vicenda che non ha molto a che fare nemmeno col patriarcato. Evitino di parlarne in assoluto, perché l’intrattenimento è altra cosa.
Come si può, nella stessa trasmissione, passare da un’intervista a Gino Cecchettin a una tavolata con Frassica e la signora Coriandoli? Solo quel buon uomo di Fazio lo può sapere. Bontà sua. E non ci vengano a parlare di spazio di informazione o culturale: non si può invitare Cecchettin con la stessa nonchalance con cui si annuncia la presenza di Woody Allen o del Papa. Farlo vuol dire assumere l’arroganza di chi presume un’onnipotenza intollerabile. Per fortuna tutto questo almeno non è più pagato con soldi pubblici. Questo ennesimo scivolone morale e sociale, però, avremmo voluto evitare di vederlo.
Massimiliano Beneggi