Drupi accende il Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano. Lo fa a modo suo, con uno spettacolo, andato in scena ieri 11 gennaio, dai toni popolari e decisamente lontani dal rigore teatrale. Se qualcuno temeva che si lasciasse condizionare dalla storia del Lirico, che ha ospitato davanti a una platea immensa artisti di fama internazionale, si sbagliava. Drupi resta Drupi: emozionato sì, ma la soggezione non sa dove sia di casa.

Così la festa dei 50 anni di carriera più che un concerto, come osserva Enzo Iacchetti (anche lui in scena nel finale per interpretare qualche brano) è un rebelot.

Gobbi sparsi qua e là sul palcoscenico, parole ogni tanto dimenticate, ospiti che vanno e vengono sul palcoscenico a cantare qualcosa e pazienza se scappa qualche parolaccia. C’è molta improvvisazione ma ancor di più voglia di divertirsi. L’atmosfera del concerto impettito da sala teatrale dura giusto per le prime due canzoni, dopodiché è una festa di piazza in un enorme teatro tutto per Drupi. Se uno vuole urlare una dedica d’amore verso il palcoscenico, non arriva nessuno a fermarlo come accade nei classici spettacoli. È una festa in una grande famiglia.

È proprio questo clima a fare onore al cantante di Pavia, che da sempre non fa distinzioni tra una platea e un’altra, nonché tra classi sociali diverse. Forse per questo Sanremo lo ha visto sempre negli ultimi posti (tranne nel 1982, quando arrivò terzo con Soli). Drupi ci scherza sopra, senza rancore e col proverbiale sorriso sulle labbra che lo fa ancora amare tantissimo dal pubblico. Lui si preoccupa solo di cantare emozioni, che valgono per tutti e a ogni epoca. Eccome se valgono.

Così, toltosi la giacca dopo pochi minuti, Drupi attacca con il suo repertorio più storico, ma anche con quello più recente e meritevole di applausi. Si va da Era bella davvero a Regalami un sorriso passando per Voglio una donna. Quindi Ho sbagliato secolo e la bellissima E finalmente canto, scritta inizialmente per Andrea Bocelli e poi divenuta un emozionante duetto con Dorina, la sua compagna di una vita. Il finale, coi successi più memorabili (da Piccola e fragile a Sereno è, Vado via, Sambariò), ma anche con un toccante omaggio a Fabrizio De André, crea suggestioni che pochi altri artisti possono permettersi. Il repertorio è vastissimo e ci si perde.

Il concerto di Drupi, che non lesina aneddoti curiosi della sua carriera, dà la sensazione di essere fuori dal tempo: non esistono orologi che impongano limiti di orario allo spettacolo, proprio come non vi sono scadenze per quelle melodie che tutti cantiamo ancora oggi.

Tra gli ospiti, non c’è solo Enzo Iacchetti a cantare alcuni dei suoi brani bonsai, ma anche Dario Ballantini, che fa un’imitazione eccellente di Drupi e si rivela un eccezionale cantante.

Il motivo per cui Drupi sia ormai diventato un cantante di nicchia, forse, è racchiuso in una crisi musicale che non si serve più di grandi autori come accaduto a lui per tanti decenni. Accade quindi che i concerti di canzoni intramontabili bisogna andarseli un po’ a cercare, perché nessuno oggi ha interesse a dichiarare che un tempo esisteva un altro modo di fare arte. La musica oggi è diventata troppo usa e getta per dare tempo a un brano di vivere la sua storia. In ogni caso, pur se con qualche playback di troppo in alcuni brani, Drupi emoziona Milano, che lo ringrazia con una standing ovation finale.

Il concerto (accompagnato da una bella band e ottimi coristi) è l’ultimo prima di una lunga pausa che il cantante dichiara di doversi prendere per sistemare qualche problema fisico. A ottobre però si ripartirà, con nuova musica. Perché Drupi è da cinquant’anni che guarda avanti. E così è riuscito a realizzare il sogno di una vita: fare lo spettacolo che voleva al Teatro Lirico Giorgio Gaber di Milano. A modo suo, come voleva lui.

Qui sotto la scaletta completa del concerto.

Rimani

Era bella davvero

Regalami un sorriso

Un uomo in più

Ho sbagliato secolo

Voglio una donna

Provincia

L’ultimo tango

E finalmente canto

Soli

Non ho più scuse

Il gatto e il topolino

Sereno è

Vado via

Piccola e fragile

Sambariò

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