E’ in scena fino al 28 gennaio, al Teatro San Babila di Milano, Il diario di Anne Frank, di Frances Goodrich e Albert Hackett (traduzione di Alessandra Serra e Paolo Collo). Ecco la recensione.

IL CAST

Angelica Accarino, Roberto Attias, Greta Bonetti, Francesca Bianco, Francesca Buttarazzi, Vinicio Argirò, Tonino Tosto, Susy Sergiacomo, Germano Rubbi, Roberto Baldassari. Regia di Carlo Emilio Lerici

LA TRAMA

1945, Otto Frank rientra ad Amsterdam in quello che fu il rifugio per lui e la sua famiglia, nei drammatici anni della guerra. Lì viene trovato il diario di Anna, la figlia adolescente che, come tutti gli altri parenti e amici di Otto, non è sopravvissuta ai campi di concentramento. Dalle parole scritte della ragazzina, riprendono vita così quei dolorosi anni. Era il 1942, quando la famiglia Frank fu costretta a nascondersi dai nazisti nella soffitta di un ufficio, separato da una porta nascosta da una libreria. I Frank dovevano condividere la loro quotidianità con i coniugi Van Daan e il figlio Peter, imponendosi delle regole ben precise: a cominciare dal divieto di fare rumore dalle 8 alle 18, ossia nell’orario in cui gli operai al piano di sotto lavoravano. In quelle ore, Anna approfittava per studiare e dedicarsi alla sua più grande passione: la scrittura. Grazie a un diario regalatole dal padre, infatti, poteva appuntare quasi quotidianamente tutto quello che viveva e le sue emozioni, convinta che un giorno sarebbe diventata una grande scrittrice. La sua esuberanza irrefrenabile regalava un po’ di leggerezza a tutti, nonostante la convivenza non fosse certo delle più facili. Specie dopo che il compagno di stanza di Anna divenne un nuovo rifugiato. Costui era tale signor Dussel: un dentista ebreo, misconoscente delle sue origini dopo aver sposato una donna cattolica. Il rifugio divenne una dimora per due lunghi anni, nei quali la fame e i nervosismi si facevano sempre più pressanti, con notizie circa la guerra provenienti unicamente dalla radio dell’ufficio, che Anna ascoltava attraverso il pavimento, e dalla signora Miep, la segretaria di Otto Frank che agevolò insieme al marito il nascondiglio. Quando arrivò la notizia dello sbarco in Normandia, tornò improvvisamente la serenità: tutti festeggiarono convinti fosse ormai vicina la liberazione dal nazismo. Proprio mentre stava sbocciando l’amore tra Anna e Peter, però, ecco arrivare la Gestapo. Qualcuno aveva fatto la spia: dopo due anni vissuti nel terrore, bisognava incominciare a vivere nella speranza.

LA MORALE

L’unico modo per provare a sopravvivere ai dolori e alle paure non è pensarci costantemente, né fingere che quelli non esistano. Bisogna piuttosto fare di necessità virtù: Anna si reinventa regali per tutti facendo buon uso della fantasia, sfrutta l’occasione di scrivere il suo diario in anni terribili immaginandosi già una scrittrice affermata, infine scopre nelle piccole cose il vero valore della vita. Sembra di impazzire solo a immaginarsi per così tanto tempo in un nascondiglio senza contatti con l’esterno: Anna ci riesce guardando sempre avanti e con la fiducia nel mondo. Pur davanti a un destino ormai segnato, infatti, chiude il diario con parole di straordinaria fiducia verso l’umanità.

IL COMMENTO

Non c’è storia più iconica e commovente di quella di Anna Frank per raccontare il dramma dell’olocausto. Questo spettacolo, ormai in tournée da quattro anni, lo fa senza sconti a nessuna situazione, ma concentrandosi in particolare sulle emozioni di ogni protagonista. Per questo non vi è lentezza e si riscoprono anzi dettagli che spesso sfuggono nel racconto che siamo soliti ricordare. A tratti si ride persino, con il carattere egoista e scontroso di Van Daan e l’esuberanza di Anna. Poi però, ecco arrivare sempre le sirene e i rumori dell’esterno a ricordare ai personaggi (e agli spettatori) la triste realtà di quegli anni. Sono quasi due ore di spettacolo senza intervallo che rappresentano un autentico spaccato di storia che vale la pena ricostruire per le scuole ma anche per ogni tipo di pubblico diverso. Da vedere, perché qualche particolare non viene mai abbastanza ricordato e ci può aiutare a capire meglio persino il presente.

IL TOP

L’applauso più lungo se lo prende Angelica Accarino, la giovanissima ragazza che interpreta Anna, commuovendo e regalando contemporaneamente più di un sorriso. La sua Anna è di una straordinaria credibilità e ha un entusiasmo quasi contagioso: talento puro da tenere d’occhio. Eccellente, però, anche tutto il resto del cast, capace di creare una coralità con un’identità ben precisa per ogni personaggio.

LA SORPRESA

La regia è particolarmente vivace ed è anche questa a consentire a ciascuno di emergere nella sua personalità. Lo spettacolo si sviluppa, infatti, con una scenografia fissa che vede il nascondiglio diviso nelle quattro stanze: due al piano inferiore e due a quello superiore. Mentre parla uno, si può osservare ciò che fanno gli altri nei rispettivi ambienti. E poi c’è anche quel po’ di ironia, a cui la narrazione di una adolescente speranzosa nel futuro si presta. Solo che siamo pur sempre nei primi anni ’40: quando ce lo ricordiamo, tutto ciò diventa sorprendente.

Massimiliano Beneggi

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