Fra palcoscenico e fiction è un periodo d’oro per Francesca Giovannetti, che da ieri al 18 febbraio è tornata in scena al Teatro Parioli di Roma con Quasi amici insieme a Paolo Ruffini e Massimo Ghini (clicca qui per leggere la recensione).

L’attrice, orgogliosamente di formazione teatrale, l’abbiamo vista recentemente ma e su Raiuno nel film I fratelli De Filippo e prossimamente la rivedremo sul piccolo schermo.

L’abbiamo incontrata in occasione del debutto romano con il sorprendente Quasi amici.

Francesca, partiamo dal successo di Quasi amici. Siete alla seconda stagione, in questi giorni ripartite dal Parioli di Roma dopo la trionfale esperienza di Milano…

Abbiamo vissuto sempre manifestazioni di affetto: fare ogni sera tutto esaurito al Manzoni di Milano è stata un’emozione importante.

A vederlo sembrerebbe un testo nato direttamente per il teatro.

L’adattamento è di Ferrari, regista teatrale e cinematografico: è riuscito a unire i due linguaggi in modo poetico, realizzando scene che sembravano irrisolvibili, come quella in cui i protagonisti sono sul parapendio.

Il rapporto coi colleghi?

Ci troviamo molto bene, si respira l’atmosfera di un gruppo ben amalgamato. Paolo e Massimo avevano già lavorato insieme in diverse occasioni e questo ha consentito di avere alla base un rapporto consolidato che è arrivato a cascata su tutta la compagnia.

Ti abbiamo vista nel film I fratelli De Filippo. Come è nata l’esperienza?

Avevo parlato con Sergio Rubini che, pur non avendo ancora idea del ruolo in cui collocarmi, mi disse di tenere alla mia presenza. Aveva in mente di far fare a Eduardo un passaggio a Milano, per abbandonare quindi le compagnie dialettali napoletane e inserirsi in un circuito nazionale. Alla fine mi ha assegnato una scena molto bella: sono un’attrice degli anni ’20, sdraiata su un divanetto in una villa dove Eduardo è stato invitato per una festa, che declama versi dannunziani in una atmosfera straordinaria.

Come è stato lavorare con Rubini?

Sergio è molto attento ai dettagli. Anche ogni singola parola dei versi dannunziani richiedeva un modo particolare, che lui cercava: in una produzione così grande, la mia diventava una piccola parte, eppure lui ha mostrato grande cura a tutto quanto. Mi ha reso felice fare parte di questa fiction: lavorare con professionisti così è estremamente stimolante.

Periodo pieno di impegni: sei anche nella terza serie di Doc.

Per me è stata una bella occasione: Doc è una fiction importante in tanti Paesi del mondo. Sarò presente nell’ultimo episodio della serie: sono la moglie di Bramante, per ora mi si è intravista in qualche scena essendo sul volantino politico che lui ha realizzato per le elezioni. Nell’ultima puntata sarò presente: è stato un ruolo molto bello e tosto.

E ora un’altra fiction in arrivo?

Esatto, si intitola Libera, con la regia di Gianluca Mazzella (aiuto regista de Le fati ignoranti). Io sono una dei magistrati che lavora insieme a Lunetta Savino nel tribunale di Trieste. Abbiamo finito le riprese a inizio gennaio: una serie nuova molto bella, che sicuramente appassionerà.

Oggi il mondo della fiction può essere considerato un piccolo teatro?

C’è stato un processo di crescita nelle fiction e nelle sit-com. Oggi ci sono prodotti che fanno concorrenza ai film cinematografici. C’è una qualità strepitosa. Prima fiction, teatro e cinema sembravano tutti mondi che non potevano comunicare tra loro: oggi grazie a Dio l’attore è l’attore. Partire dal teatro fa la differenza credo: io sono partita dal CtA di Milano, è stata una formazione imprescindibile, potendo cimentarsi in improvvisazioni e tantissimi generi diversi.

Rimane più completo il teatro?

Certamente, io amo il teatro perché è la vera scuola da cui parte tutto. Lì si amplificano voci e movimenti, dovendo rendere il messaggio estremamente visibile. Al cinema basta un sopracciglio che si alza per far capire sentimenti e pensieri. Davanti alla macchina da presa si lavora in un certo senso in sottrazione.

Senza fare nomi, hai mai avuto imbarazzo davanti ad attori o attrici provenienti da reality o da tutt’altro mondo artistico?

I nomi non li farei nemmeno sotto tortura, ma ti rispondo di sì. C’è stato un momento storico in cui arrivavano in continuazione persone imposte sui set: non è stato piacevole, anzitutto perché usavano un atteggiamento arrogante e non propriamente collaborativo, lo trovo deprimente. Quando si lavora a un progetto si mette anima e corpo: è bello avere colleghi con cui confrontarsi, costruire, cercare piccole sfumature nei personaggi. Ecco, per fortuna ora quel periodo storico sembra finito.

Massimiliano Beneggi

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