Da questa sera su Rete 4, tutti i sabati, tornerà in onda l’intera saga di Don Camillo, il film tratto dall’opera di Giovannino Guareschi.
Il primo capitolo, che assume come titolo il semplice nome del sacerdote di Brescello, è datato 1952 ed è diretto da Julien Duvivier. Protagonisti, come tutti sanno, Fernandel e Gino Cervi. Cinque sono gli episodi con i due celebri attori: a questi si aggiungono Don Camillo e i giovani d’oggi (che era stato girato inizialmente con Fernandel, ma poi interrotto a causa della sua morte e quindi rifatto da capo con protagonista Gastone Moschin) e il remake con Terence Hill negli anni ’80.

Si tratta di una delle storie più iconiche della letteratura italiana del secondo dopoguerra, che mette al centro il rispetto e l’umanità a fronte delle tante battaglie che gli individui fanno tra loro, spesso per futili motivi. Don Camillo e Peppone rappresentano l’emblema di modi diversi di pensare e intrepretare la vita, ma sinceramente uniti nel rispetto reciproco. Indimenticabile, ovviamente, anche il rapporto tra Don Camillo e il crocifisso, che con accento altrettanto emiliano (interpretato da Ruggero Ruggeri) redarguisce e stimola Don Camillo a evitare i peccati.
La trama si svolge appunto a Brescello, anche se Guareschi l’aveva ambientata più genericamente in un paesino della Bassa Padana, che aveva fantasiosamente chiamato Ponteratto. Essendo Guareschi proveniente da Roccabianca, inizialmente Duvivier cercò i permessi per girare nella provincia di Parma, dove però incontrò solo rifiuti. Fu così scelta Brescello che, in provincia di Reggio Emilia, rimane comunque in una zona limitrofe a quella del racconto di Guareschi.

La storia è ambientata nel 1946, ossia pochi mesi prima della nascita della Repubblica Italiana. E’ così che in Don Camillo ritroviamo anche il personaggio di una monarchica convinta, nello specifico la signora Cristina, una vecchia maestra in pensione, ora mortificata nel vedere gli ex allievi comunisti al potere (ma che accetta di aiutare in un recupero scolastico, a patto di non coinvolgere anche il più asino di tutti, Peppone).
E’ proprio con l’elezione del comunista Peppone a sindaco di Brescello che inizia infatti il primo capitolo di Don Camillo. Il parroco, per boicottare il comizio del primo cittadino in piazza, suona le campane: è solo il primo dei tanti dispetti che i due si faranno, non riuscendo a fare a meno l’uno dell’altro. Pochi giorni dopo, infatti, Peppone porta in chiesa il suo bambino appena nato perché sia battezzato col nome di Lenin. Davanti al rifiuto di Don Camillo (“Fatelo battezzare dai russi”), Peppone non si dà per vinto e solo una scazzottata tra i due nel campanile convincerà il sindaco a scegliere di chiamarlo Camillo anziché Lenin. A quel punto il parroco ammetterà: “Con un Camillo vicino, si può chiamare anche Lenin”. Le scritte “Peppone è un asino” in giro per il paese, ma persino l’incendio di un magazzino in cui i comunisti nascondono le armi per le loro rivolte proletarie, sono alcune delle iniziative con cui Don Camillo prova ad arginare, senza successo, l’operato del sindaco, che si rivela furbo ma non disonesto.
Non c’è solo la goliardica tenerezza nella rivalità tra i due ex amici e compagni di scuola: le battaglie vere non li fanno tirare indietro rispetto ai loro principi. A cominciare dalla volontà di Peppone di costruire la Casa del Popolo: lo potrà fare solo promettendo a Don Camillo (sotto minaccia di mitra) di creare anche una città giardino per i bambini.
Si inserisce nella storia anche lo sciopero dei contadini, che si risparmiano dal mungere le mucche dei capitalisti terrieri se non vengono aumentate le tasse per questi ultimi. Per evitare la morte degli animali, Peppone accetterà di salvarle insieme a Don Camillo che, nel frattempo, si lascerà comunque coinvolgere in una rissa con i comunisti. Episodio che si ripeterà nel giorno delle nozze tra Mariolino e Gina, due ragazzi provenienti da famiglie opposte politicamente e contrarie al matrimonio dei giovani. A quel punto il vescovo spedirà Don Camillo in un altro paese, trovandosi coperto di abbracci e saluti in un commovente finale che lasciava chiaramente le porte aperte a numerosi sequel.
La colonna sonora di Don Camillo è del Maestro Alessandro Cicognini che, insieme alla trama della pellicola, aiuta a entrare in quell’atmosfera di pace e serenità creata da Guareschi. Il film ad oggi è ancora il settimo film italiano più visto di sempre al cinema (oltre 13 milioni di spettatori). Davanti, in questa classifica, Guerra e Pace (co-prodotto con gli inglesi e premiato da oltre 15 milioni di spettatori), Ultimo tango a Parigi, Per un pugno di dollari, …continuavano a chiamarlo Trinità, Per qualche dollaro in più, La dolce vita. Con tutto il rispetto per i film di oggi, che mirano alla classifica dei maggiori incassi, la graduatoria che vale davvero è quella degli spettatori, che misura la quantità di gente anziché gli introiti, ovviamente sempre maggiori con gli aumenti del carovita. Don Camillo è dunque settimo: Quo vado, primo nella classifica degli incassi, ha ottenuto “solo” 9 milioni di spettatori al cinema. Diamo a Don Camillo ciò che è di Don Camillo.
Nel frattempo domenica 7 aprile, in seconda serata, la terza puntata di Inimitabili è dedicata a Giovannino Guareschi. Vale la pena dedicarsi alla cultura ogni tanto.
Massimiliano Beneggi
