È in scena nei teatri Io sono un altro, lo spettacolo (Stage Entertainment Produzioni) che vede protagonista Beppe Grillo e che ha visto la sua prima data più attesa al Teatro Nazionale di Milano. Ecco la recensione.

IL CAST
Beppe Grillo
LA TRAMA
Beppe Grillo è come il Vitangelo Moscarda di Luigi Pirandello: ha cominciato come rappresentante di commercio, quindi ha fatto il cabarettista con la chitarra, poi le pubblicità. Ogni volta si è visto un Grillo diverso. Così, dopo tanti anni dall’ultima esibizione a teatro, ormai è diventato ancora una volta un altro. Ed è persino diverso (dice lui) da quello che ha fondato il Movimento 5 Stelle e che lo ha trasformato in una figura politica. Siccome però, ammette, non ha uno spettacolo pronto su Pirandello, dopo essersi presentato al pubblico con una maschera riflettente nel quale la platea rispecchierebbe le sue molteplici personalità, Grillo parla a ruota libera come sempre. È anche un po’ Nietzsche, quando sostiene che abbiamo sostituito il Dio cristiano al cellulare che trattiamo come una divinità imprescindibile. Ecco dunque un excursus sulle incoerenze della società di oggi, con stilettate pungenti alla classe economica ancor prima che a quella politica, nonché a tutti i cambiamenti a cui siamo soggetti. Un po’ come faceva un tempo, solo che ora, che ha 76 anni, Grillo nel fare il ritratto di se stesso prende coscienza di essere ormai l’anziano superato da tanti giovani.
LA MORALE
Le contraddizioni di questo mondo sono infinite e ravvisabili ovunque: in fin dei conti è la stessa natura a rivelarsi incoerente, dal momento che ci sono incomprensibilmente solo pochi lupi e orsi e tantissimi cani e gatti su questa Terra. L’uomo ha un solo modo per salvarsi: guardare avanti ed evitare di farsi fregare da chi lo frena volendo accecarlo rispetto alla verità delle cose.
IL COMMENTO
Grillo torna a teatro: non lo fa da comico (ed è un peccato, perché quando gli vengono comunque spontaneamente le battute è irresistibile), non lo fa da politico (sostiene di non esserlo mai stato, ma il monologo risente continuamente del suo orgoglio di aver cercato di cambiare le cose insieme a Casaleggio), non lo fa da contestatore sociale come a inizio Millennio (perché “quelle cose sull’idrogeno io già ve le dicevo vent’anni fa e mi guardavate storto, mi sono stancato di ripeterle”). In realtà Beppe Grillo in Io sono un altro non vuole dirlo, ma svolge tutti e tre i ruoli che ritiene di evitare. L’idea di presentarsi come Vitangelo Moscarda dura pochi secondi: è tutto un bluff, non diversamente da come è stato in politica. Perché Grillo dimentica un dettaglio in questo spettacolo: con il suo Movimento è arrivato a governare l’Italia per cinque anni e non è riuscito a cambiare le cose che già all’epoca contestava. Rivendica l’idea del reddito di cittadinanza (e dal tiepido applauso si comprende che la platea non è solo di militanti del movimento, ma anzitutto di gente che vorrebbe nuovamente divertirsi con Grillo) e fa pochissima autocritica. Sarebbe bastato ammettere “Ci ho provato, ho sbagliato come gli altri”, avrebbe strappato almeno la risata. Occasione persa, per uno spettacolo che si rivela un grande monologo sociale, pieno di sfottò nei confronti di Napolitano, Sangiuliano, Amato, il Papa, Prodi, Di Maio, ora ribattezzato definitamente Cartelletta e altri protagonisti della scena politica. Il contraddittorio non esiste, alla platea non resta che approvare o disapprovare in silenzio, esaurendo le uniche risate a inizio spettacolo. Quando alla fine Grillo lascia la parola al pubblico (“Fatemi pure domande”), interviene uno che gli fa notare di non essere troppo cambiato rispetto a un tempo. La risposta si fa stizzita e fumosa, come tutto lo spettacolo, dove si salta di palo in frasca senza un’idea ben precisa: le uniche argomentazioni chiare sono delle banalità populiste (“Il lavoro serve a tutti”, “I medici fanno troppe diagnosi”). A quel punto è meglio chiudere il sipario su una apologia di se stesso (“Io sono stato il primo a parlarvi di Skype, sono stato il primo a parlarvi delle bugie che ci raccontavano sull’ambiente”, ecc..) priva di ogni senso critico. In realtà non era l’unico a dirle, ma ha sempre avuto molto carisma e questo è innegabile. Poi pecca ancora di presunzione smettendo di essere geniale: ricordando infatti il suo Cercasi Gesù diretto da Luigi Comencini (lo fa per prendersela col nipote del regista, Calenda), Grillo fa una faccia eterea da ebete e sottolinea “Gesù aveva una sola espressione”. Fa sorridere, peccato però che la religione e l’altezza del rivale politico Brunetta siano gli unici argomenti su cui l’attore genovese non si sente impedito dal politically correct. Per il resto, i tempi della comicità odierna hanno fatto perdere persino a Grillo quella capacità di far ridere su tutto con irriverenza. È persino vietato fare foto o video: fa il populista e poi si comporta come il peggiore dei borghesi.
IL TOP
L’inizio è scoppiettante e promettente e pur davanti a un teatro pieno, la battuta che deve fare gli riesce bene: “Non abbiamo fatto sold out, meglio preferisco fare sold in. Gli attacchi terroristici li fanno solo dove c’è sold out, così non rischiamo nulla”. Beppe Grillo quando fa il comico è una sagoma impareggiabile e inconfondibile: assume la faccia contrita dell’anziano incavolato già di prima mattina, sfotte il carovita di Milano alla sua maniera, si rivolge al pubblico con cinque “belin” ogni sette parole, se la prende con l’assenza di privacy sul web che ci fa conoscere ogni dettaglio della vita di ognuno. È il Grillo che tutti volevano, ma che dura purtroppo pochissimo prima di trasformarsi da inconfondibile a confuso.
LA SORPRESA
La scenografia è fatta solo di una bottiglia d’acqua legata dall’alto: è la sintesi dell’essenzialità di cui abbiamo bisogno per fare quello che ci riesce meglio, ossia parlare e criticare. A Grillo tutto questo è sempre riuscito: certo, se fosse rimasto il comico dei tempi di Fantastico sarebbe stato meglio, perché in quella vena comica è ancora il più sorprendente.
Massimiliano Beneggi
