È in scena fino al 16 aprile al Teatro Menotti di Milano lo spettacolo Il Sen(n)o, (produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano) di Monica Dolan, tradotto da Monica Capuani. Ecco la recensione.

Foto di Serena Serrani

IL CAST

Lucia Mascino. Regia di Serena Sinigaglia

LA TRAMA

Una psicoterapeuta si rivolge direttamente al pubblico per confessare una sua angoscia. Ha infatti in cura una paziente che rischia il carcere: per assecondare il desiderio estetico di una bambina (Lilly) di otto anni a volere il seno, come le donne che le vengono proposte in continuazione dai media, ha accettato di portare la figlia da un chirurgo plastico. L’operazione viene fatta in Brasile ma, una volta tornata in Italia, il cambiamento fisico della piccola Lilly è parso evidente a tutti. Scattano le denunce e quindi i processi, nei corso dei quali la donna è assistita non solo da un avvocato ma, appunto, anche da due psicoterapeuti, chiamati a valutare se l’azione della donna sia stata solo un eccesso di generosità verso la figlia o una totale mancanza di razionalità. E se è così, si può parlare di stupro? E se lo è stato, come si può pretendere che non lo sarebbe un eventuale imposizione alla bambina di sottoporsi a una nuova operazione per ridurre il seno? Ancora: cosa succederà quando Lilly diventerà adolescente e si svilupperà anche il corpo delle sue amiche, facendo venire meno il suo essere speciale? La psicoterapeuta è combattuta e questa storia si intreccia con una sua situazione decisamente complicata e che la costringe a mettere l’aspetto estetico in secondo piano rispetto alla vita…

LA MORALE

Il messaggio che i media provano a inculcare con un vero indottrinamento è piuttosto evidente: apparire belli ci fa sentire tali e quindi anche più forti. L’accesso a certi contenuti anche per i più giovani, però, si rivela pericolosissimo e deviante. Nella società in cui la sessualità diventa argomento di tutti, non si tiene più conto dell’età di chi capta certe informazioni. La responsabilità è di tutto il mondo adulto: più che preoccuparsi che la psichiatria riporti le persone a essere funzionali, dovrebbe impedire da principio che la deriva si trasformi in una norma per tutti. Forse andrebbero prima risolte situazioni personali traumatiche, in qualche modo sempre responsabili delle nostre azioni successive.

Foto di Serena Serrani

IL COMMENTO

Il Sen(n)o è una storia intrigante, che in un’ora e un quarto di monologo (piuttosro scorrevole) pone il pubblico davanti a interrogativi fondamentali, a cominciare dal ruolo che l’educazione sessuale ricopre ancora nel 2024. Sebbene siamo nell’era in cui ogni informazione è recuperabile ovunque (compreso il modo di manipolare le idee altrui e ottenere quel che si vuole), non dobbiamo abbassare la guardia sull’attenzione necessaria a preservare i reali bisogni di ciascuna età. In realtà la protagonista è comunque la psicoterapeuta, perché ad animarla così tanto e a coinvolgerla al punto da sembrare sull’orlo di una crisi di nervi è una sua storia personale che verrà svelata solo alla fine. Il pubblico, quindi, vuole scoprire il suo segreto più che l’esito del processo per la donna che ha portato la bambina di otto anni a operarsi. Anche perché, in effetti, l’episodio è presto spiegato e senza una fine concreta, ma diventa centrale l’enfasi portata dalla psicoterapeuta. È proprio questo uno dei meccanismi più originali de Il sen(n)o: parlare di tante questioni che la psicologia studia da secoli (contrasto generazionale, desiderio di essere qualcun altro, accettazione di se stessi, crescita e sviluppo graduale della mente e del corpo) attraverso un personaggio che si rivela essere centrale nell’interpretazione stessa della vicenda. È dunque possibile che il pubblico sul finale riveda l’idea che si è fatto fino a quel momento: osservata da punti di vista differenti, la realtà assume contorni inimmaginabili. Forse nessuno ha davvero la facoltà di dire cosa sia il senno, perché lo abbiamo deciso convenzionalmente ma senza mai prendere in considerazione un’analisi seria che tocchi le diversità caso per caso.

IL TOP

Laura Mascino regge completamente da sola la scena, in un monologo intenso e complicato da interpretare, proprio perché bisogna portare il pubblico a entrare in empatia con la psicoterapeuta più che con la madre e la figlia di cui si parla. Missione compiuta: la Mascino è una delle attrici più veriste del panorama teatrale. Riesce a interpretare ogni singola emozione, attribuendole naturalezza e partecipazione che coinvolgono il pubblico, a cui si rivolge come se fosse un discorso intimo tra pochi. Il teatro in realtà è pieno, ma ciascuno dalla platea si sente protagonista di questo monologo che sembra un dialogo, perché la Mascino usa le pause giuste quasi interpretando già le possibili confutazioni che qualunque interlocutore le suggerirebbe.

LA SORPRESA

La sorpresa è nascosta, nel senso che non viene giustificata dalla protagonista, ma è più che mai evidente. Sulla scena infatti c’è un albero pieno di rami spogli, ma l’assenza di foglie non fa di questo una pianta meno bella. La psicoterapeuta di tanto in tanto taglia alcuni rami, si prende cura dell’albero, quindi si siede comodamente sulla radice. È quantomai simbolico: in fondo quello che fa la donna non è altro che il suo lavoro costante con la psicologia. Aiuta a comprendere le scelte, facendo ripercorrere a ciascun paziente la propria esistenza, quindi partendo dalle radici e dalle infinite possibilità e strade che si diramano creando una meravigliosa forma da ammirare, che chiamiamo vita. Dovremo prendercene sempre cura, innaffiandola per farle respirare novità e tagliando, necessariamente, i rami secchi. Il superfluo non solo non ci serve, diventa persino dannoso anche se i media fanno di tutto per dirci il contrario. Educhiamo di nuovo la società a comprenderlo.

Massimiliano Beneggi

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