Il previsto duello sulla Rai tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il leader dell’opposizione Elly Schlein è saltato. Alla base di questo mancato confronto, la Rai pone la pronuncia dell’Agcom (Autorità garanzie nelle comunicazioni) a riguardo: essendo solo quattro su otto liste presenti in Parlamento ad avere accettato questo confronto, manca una maggioranza perché si possa realizzare. In una parola, si segue la par condicio.

La domanda che si pongono i partiti mostratisi contrari (FI, M5S, AVS, Azione) a tale duello televisivo in piena campagna elettorale per le Europee è una sola: chi ha deciso che i leader coinvolti debbano essere solo quelli di FdI e Pd? Se la presenza del Presidente del Consiglio potrebbe giustificare l’intera coalizione di centrodestra al governo, la questione non vale per il centrosinistra dove i partiti sono molteplici. In sostanza, la Rai in quanto servizio pubblico non può che rimettersi a quanto dichiarato dall’Agcom. A questo punto basterebbe organizzare un confronto con tutti gli otto leader, ma gli animi sono ormai sgonfiati di ogni entusiasmo e probabilmente non converrebbe a troppi (poco minutaggio a disposizione, troppi rischi di contraddizione rispetto a compagni di coalizione). Così intanto FdI fa sapere che a questi confronti ci andranno altri parlamentari del partito, ma non Giorgia Meloni.

La par condicio è un tema scottante sul quale il governo si era espresso volendola abolire, permettendo così una campagna elettorale più serena, senza tanti cavilli. D’altronde, va bene il pluralismo, ma chi ascolterebbe davvero otto leader in una serata? Quanta confusione si creerebbe? Sarebbe giusto mettere sullo stesso piano il leader di un’opposizione che segna il 3% con un leader di opposizione quasi stabile al 20%?

In ogni caso la par condicio ha cambiato la storia del racconto della politica in tv. Ecco come.

Le regole di parità nei 30 giorni antecedenti le elezioni esistono sin dagli anni ‘50, quando la propaganda è sostanzialmente attraverso le affissioni di manifesti nelle strade. Nel 1975 si stabilisce che le rubriche di tribuna elettorale siano disciplinate direttamente dalla Commissione Parlamentare della vigilanza dei diritti radiotelevisivi. Ma la svolta avviene nel 2000.

È da quell’anno che la par condicio assume un’importanza storica: secondo la legge le emittenti radiotelevisive devono garantire imparzialità e equità tra i partiti, anche in periodi lontani dalle campagne elettorali. Per questo motivo diventa obbligatorio diffondere comunicazione politica (equa) su tutti i canali che abbiano trasmissione nazionale. È lo stesso contesto in cui si stabilisce il divieto di diffondere sondaggi elettorali nei 15 giorni antecedenti alle votazioni. Dal 2000, l’Italia inizia a fare della par condicio un valore imprescindibile, quasi una malattia per certi versi. Inutile negarlo: si inaspriscono le leggi nel timore che Berlusconi possa sfruttare le sue tre reti con un conflitto di interessi. Si fa presto a capire chi abbia così a cuore la par condicio da sempre: in quegli anni nonostante ciò, fa notare Bruno Vespa, non si limitarono personaggi come Luttazzi e Travaglio contro il futuro Presidente Berlusconi. Dunque par condicio solo fino a un certo punto. Quanto basta per rovinare i ritmi di ogni programma televisivo, costretto a guardare col cronometro ogni intervento politico.

Indimenticabile l’alterco del 2011 tra Letizia Moratti e Giuliano Pisapia, con quest’ultimo provocato dal sindaco in carica di Milano nell’ultimo intervento, al quale Pisapia non avrebbe potuto replicare perché altrimenti si sarebbe superato il tempo consentito equamente a ciascun politico. Risultato: nei confronti conviene avere l’ultima parola per evitare la controbattuta dell’avversario. Questo ha regalato numerosi show televisivi, a cominciare dal famoso “Avete capito bene, aboliremo l’Ici”, che Berlusconi regalò nel 2006 contro Prodi.

Massimiliano Beneggi

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