Edoardo Vianello festeggia in questi giorni 86 anni. Riproponiamo così l’intervista di quattro anni fa per la rubrica dei tormentoni estivi.
Straordinario produttore che lanciò, oltre a Zero, i Ricchi e Poveri e Minghi. Prima di cantare in romanesco si inventò un modo sincopato di interpretare la spensieratezza e l’amore delle estati anni ’60. Edoardo Vianello è il primo vero creatore di tormentoni, tanto che talvolta gli vengono attribuite anche canzoni di quegli anni non sue: “Me le chiedevano tutti, le ho reincise qualche anno fa per creare più confusione”, scherza al telefono.

Il capello fu scritta nel ‘59 e uscì solo nel ’61. Come mai?
I discografici non erano convinti. Non potendo in quel momento imporre le mie idee, mi fidai di loro. Invece quando la incisi divenne anche il primo successo: il tema della gelosia è sempre attuale. C’è tutto in quella canzone: sembra il copione di un film.
C’era la volontà di lanciare qualche messaggio subliminale creando dei tormentoni?
No. Mi piaceva trovare, insieme a Carlo Rossi, degli slogan facilmente memorizzabili, ma senza pensare a tormentoni. Ho sempre scritto per divertire, senza prendermi sul serio. Mi ispirò il modo ironico di fare musica di Modugno.
Quelle canzoni sono il simbolo di un decennio allegro: cos’erano gli anni ‘60?
Anni spensierati: quel poco di più che si rimediava rendeva felici. Ogni piccolo progresso era una grande vittoria. Oggi abbiamo tutto: se manca qualcosa ci si affanna. Mi piacerebbe rivivere quegli anni con lo stesso piacere di far ridere la gente e coinvolgerla. C’era una solidarietà diversa tra noi colleghi.

Mai avvertito un fastidio per il tuo successo da parte dei cosiddetti poetici?
Tanti mi guardavano con aria di sufficienza: non mi interessava. Il cantautorato mi ha sempre affascinato, anche per quello scrissi Oh mio Signore. Le canzoni romantiche, però, si possono fare in qualunque momento: io sono orgoglioso del mio genere, che rappresentò quel periodo.
Al Cantagiro ‘63 (I Watussi) portando con te i Flippers favoristi l’incontro tra Dalla e Paoli, che lo lanciò come cantante.
Una bella accoppiata: conobbi Lucio ancora strumentista. C’era un’amicizia anche con Paoli, ma poi iniziò a tirarsela e ci allontanammo: non c’è motivo di darsi arie.
Qualcuno ti ha snobbato per poi imitarti…
Può darsi mi abbiano fatto il verso, ma sono anche contento se è servito loro per ottenere un successo. Solo uno però…
Come inventasti la marcatura delle consonanti?
Mio padre declamava le sue poesie scandendo le parole con un uso nuovo delle lettere. Questo mi influenzò inconsciamente. Le mie canzoni sono sul filo del rasoio tra l’essere idiote e l’essere geniali: le rendo più importanti, facendo passare il genio.
Non posso credere che nessuno ti abbia proposto un featuring recentemente.
Talvolta qualcuno mi propone qualcosa, ma i provini mi deludono e quindi non li incoraggio. L’unico davvero interessante fu Brusco che, anni fa, citò Abbronzatissima.
Non sei stato citato negli ultimi anni con la reunion dei Ricchi e Poveri, che lanciasti con Califano.
Sono rimasto deluso perché non siamo stati ricordati né io né il Califfo. Gli artisti dimenticano quando non fa più comodo: nel ’70 mi giocai ogni carta, anche a mio discapito, pur di portare a Sanremo quei ragazzi in cui credevo tantissimo.
C’è qualcosa che non hai fatto finora e ti piacerebbe realizzare?
Mettendo serietà e onestà nel mio lavoro, ho sempre fatto tutto quello che desideravo. Vorrei svegliarmi con un’idea geniale, ma è inutile sognare un’altra mattinata di ispirazione quando è dal 1982 che sento dire che stanno tornando gli anni ’60. Perché affannarmi?
Per chi scriveresti oggi un brano?
Nessuno. Scrivere una canzone col rischio di sentirla rifiutare mi deprimerebbe. La partita di pallone infatti non la proposi io a Rita, ma un’altra persona. I miei brani vanno cantati solo come li faccio io: detesto quando pensano di omaggiarmi e talvolta sbagliano anche gli accordi!
Massimiliano Beneggi
