Sabina Guzzanti ormai non sorprende più. Purtroppo va riconosciuto che la sua verve è arrivata al tramonto insieme a tutta l’originalità di cui sembrava rigogliosa un tempo. Ieri sera al Castello Sforzesco di Milano, col suo spettacolo Liberidì liberidà, è emersa completamente l’inconsistenza di Sabina Guzzanti. Comica di successo che avrebbe tanto voluto passare dal palcoscenico alla guida di un movimento politico come ha fatto Grillo, ma che ha dovuto ripiegare nuovamente sulla comicità, ormai però spenta e stantia.

Dopo aver cominciato con mezz’ora spaccata di ritardo lo spettacolo senza nemmeno scusarsi col pubblico già spazientito (si limita a responsabilizzare il tecnico delle luci), si comprende subito che il rispetto non è centrale nella serata. Si arriverà ancora, dopo tanto tempo, a infangare in due passaggi persino Berlusconi (reo tra le altre cose di abusi di aeroporti): oltre che oltraggiosa diventa persino ripetitiva con se stessa, che nella sua carriera non ha mai potuto fare a meno di sfottere il Cavaliere. Almeno un tempo se la prendeva con un vivo: a sto punto diventa ossessione gratuita.

Sabina Guzzanti in Liberidì liberidà finge di essere un’inascoltata spin doctor della comunicazione di Giorgia Meloni, di cui smaschera (o almeno questa è l’intenzione) le incongruenze concettuali e lessicali, usando sempre i soliti cliché. E quindi dagli sulla Meloni fascista, insieme a La Russa e Santanchè, sulla Meloni che non difende i diritti delle donne, sulla Meloni che non conosce la cultura per la dichiarata passione de Il signore degli anelli, sulla Meloni troppo romanaccia. E se le origini diventano una colpa, figuriamoci quelle dei genitori. Ce n’è infatti anche per i parenti del Presidente, sempre senza minimo rispetto: il cognato e la sorella coinvolti nella politica, l’ex compagno che faceva i fuorionda sbagliati, il padre narcotrafficante, la madre autrice di “un’ottantina di libri porno”. E persino per gli amici, come a sottolineare la pericolosità degli artisti di destra: se te la prendi con Montesano (cacciato da Ballando con le stelle) e Morgan (“lo stalker”) vuoi non prendetela con Pino Insegno? Ecco allora l’attacco anche sul collega, reo di avere un sorriso finto secondo la Guzzanti. Lo show è una calunnia continua contro il centrodestra (il ponte sullo stretto sarebbe inutile e quindi solo l’allungamento del pene di Salvini).
Quel che lascia destabilizzati però non è lo schieramento unidirezionale dello spettacolo, perché il pubblico di Sabina Guzzanti sa bene di non andare ad ascoltare un comizio di Fratelli d’Italia. Anche la platea, però, meriterebbe di sentire battute diverse da quelle arciripetute da altri comici in questi mesi. Insieme al ritardo di mezz’ora, questo suo essere pedissequa diventa la seconda mancanza di rispetto verso il pubblico.
Poi, dopo aver fatto la solita battuta sulla Schlein che non sa farsi capire col suo elettorato (già usata da Nanni Moretti ai tempi di D’Alema e ripetuta negli anni per ogni esponente di sinistra, mai toccato davvero nel personale) e gli elogi a Corrado Augias, ecco ovviamente il discorso femminista. Anche questo privo di originalità (ricorda tutte le donne che hanno fatto per prime qualcosa nel mondo) e rispetto (“Va bene Gaber, ma la prima a dire che libertà è partecipazione è stata Hannah Arendt”). Per inciso, il signor G non lo ha mai negato né era sua intenzione farlo con quella famosa canzone. Il pezzo femminista diventa presto vittimista (“Se una donna dice una cosa non viene ascoltata, se immediatamente dopo la dice un uomo tutti applaudono”) e a quel punto è chiaro che la Guzzanti non ha più smalto come un tempo, quando avrebbe schivato ogni retorica, oltretutto sempre confutabile.
Appare evidente che Sabina è confusa sul tema del politically correct, che un po’ attacca per l’eccessiva attenzione alle parole e un po’ lo esalta senza accorgersi, quando dice che la Meloni è Presidente anche grazie a un cambiamento linguistico negli anni. Pure sull’utilizzo dell’articolo determinativo davanti ai cognomi femminili è incerta: prima li condanna, poi li usa con nonchalance.
Infine eccola a cercare l’applauso facendosi fregio di avere abortito a 18 anni. Ognuno faccia quel che crede, ma se ora l’aborto diventa anche un valore di cui vantarsi vuol dire che la direzione di questa comicità ormai è davvero sbagliata.
Per carità, sa parlare senza annoiare per tutta la serata: la Guzzanti tiene viva l’attenzione, anche perché ci si aspetta sempre il suo consueto slancio sorprendente, che stavolta non arriva mai. Riesce a essere quasi peggiore di quanto non fosse stata come cantante a Sanremo nel 1995, ed è tutto un dire. Anche le risate della platea sono poche: più frequenti gli applausi facili quando parla male della maggioranza.
Estate al Castello, la rassegna che ospita l’evento, meritava di meglio: ci sarà un motivo se Sabina Guzzanti non fa più tv. E non è colpa di TeleMeloni.
Massimiliano Beneggi
