Con la morte di Totò Schillaci se ne va un pezzo di Italia ‘90. Il Mondiale, che la Nazionale perse in semifinale contro l’Argentina di Maradona e Caniggia, avrà un solo volto preciso: quello di Totò Schillaci che esulta con le braccia al cielo e gli occhi spiritati e colmi di gioia.

Schillaci non ebbe più altrettanta fortuna negli anni a venire, ma quel Mondiale delle Notti Magiche lo rese un’icona indiscussa.

Fu proprio in virtù di quel ruolo da icona che Schillaci poté permettersi la partecipazione a numerosi televisivi come ospite e concorrente anche anni dopo. Si pensi a L’isola dei famosi o Pechino Express.

Ovunque andasse, non c’era occasione in cui si mancasse di ricordare a Schillaci le sue sei reti a Italia ‘90, dove fu capocannoniere (dopo aver sostituito Carnevale e non Vialli, come invece sostenuto oggi erroneamente da Linus su Radio Deejay). Sfortunato Schillaci, perché non riuscì a ripetersi; tuttavia aver rappresentato la Nazionale in una sola grande manifestazione gli consentì di diventarne il volto principale nell’immaginario collettivo.

Ecco, oggi muore dunque un’icona. Ossia un simbolo con un significato preciso, quasi sacro. Per questo motivo le icone non moriranno mai. Sono patrimonio artistico, consegnato alla leggenda. Schillaci, a modo suo, è stato un’icona.

Lo ricordiamo qua in una delle sue partecipazioni tv più simpatiche.

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