Esce oggi Ricomincio da Taaac, il nuovo film con Germano Lanzoni, Maurizio Bousso, Brenda Lodigiani, Valerio Airò, Paolo Calabresi. La principale (forse unica) bella notizia è chiara: essere milanesi va ancora di moda. Da troppo tempo il cinema se l’era dimenticato. Il risultato, però, è sotto le aspettative.

Il film, prodotto da Qmi, Ramaya, Medusa, è il secondo scritto da De Pozza, Marisio e De Crescenzio, ossia i fondatori della pagina social Il Milanese Imbruttito, che ha trovato in Germano Lanzoni la figura ideale. Dopo Mollo tutto e apro un chiringuito, ecco dunque Ricomincio da Taaac. Si migliora, dando qualche sfumatura di morale in più alla storia raccontata, ma non si raggiungono ancora livelli di sceneggiatura sufficienti per essere esaltati al cinema.

La trama ripercorre un po’ quella della prima (infelice) pellicola di tre anni fa. Il signor Imbruttito è un manager che lavora in una multinazionale, dove a breve avverrà un cambiamento ai vertici. Sapendo dell’acquisizione da parte degli americani, Imbruttito inizia ad omologarsi alla vita stereotipata degli statunitensi: hamburger a cena, passione per gli Yankees, giubbotto da cowboy e chi più ne ha più ne metta. Quando si presentano i nuovi dirigenti, però, scopre che la mentalità americana non è più ferma a quella degli anni ‘80: ora sono fondamentali il rispetto per l’ambiente, l’attenzione verso il prossimo, l’inclusione. Il presidente (Calabresi, ndr) è intransigente su questo atteggiamento. Non solo, il vicepresidente è nientemeno che il figlio del’Imbruttito, studente liceale intelligentissimo, con la medesima propensione al fatturato de padre. Imbruttito è convinto così di poter vincere a mani basse la concorrenza per diventare nuovo Ceo dell’azienda, ma non sarà così. Anzi, dopo essere stato intercettato con le telecamere per vari atteggiamenti deplorevoli rispetto all’etica aziendale, Imbruttito viene persino licenziato. Determinante la sufficienza con cui tratta un rider di colore, arrivato a consegnargli il pranzo: chiamarlo Calimero, oggi non può più fare ridere. Imbruttito viene abbandonato pure da moglie e figlio, che non credono nella sua possibilità di ricominciare. Nemmeno gli ex colleghi, che fino a prima erano sotto di lui e lo assecondavano in tutto, sono più disponibili a ospitarlo a casa. Gli affitti di Milano sono diventati impossibili; trovare un lavoro all’altezza delle aspettative si rivela più difficile di quanto immaginasse. Ormai quasi pronto a una vita da clochard, mentre è sulla panchina di via Festa del Perdono a Milano, Imbruttito ritrova il rider con cui aveva litigato: è stato investito da una macchina e ora non può più terminare la consegna. Lo fa proprio con l’aiuto dell’ex manager, girando in taxi (senza poi pagarlo). È così che tra Calimero e Imbruttito nasce un’amicizia, fondata su un patto: il primo ospiterà il secondo a casa sua, a condizione che durante il periodo dell’infortunio dall’incidente, Imbruttito faccia il lavoro di rider al suo posto. In realtà, si ritroverà a svolgere anche gli impieghi di altri tre amici coinquilini di Calimero: farà quindi pulizie nei locali notturni, lavorerà da dog sitter e anche da barista. Si ricomincia dalla voglia di fare e di adattarsi tipica dei milanesi.

Romantico l’Imbruttito quando parla alla Madunina, significativo l’inizio del film dal Cimitero Monumentale, troppo spesso dimenticato quando si parla di bellezze artistiche. Tutto bello insomma quando si vede nuovamente Milano, ma non basta per reggere 90 minuti che richiederebbero una battuta via l’altra. Si ride davvero troppo poco.

Si sono messi addirittura in cinque (Belfiore, Bonacina, Fadenti, Mezzarella, Rossi – il figlio di Vasco-) per dirigere Ricomincio da Taaac e sono ancora di più gli sceneggiatori. C’è appunto meno confusione rispetto a Mollo tutto e apro un chiringuito, ma il risultato cambia poco. Forse troppa coralità impedisce di dare al film un’identità precisa: la sensazione è di trovarsi di fronte a tante idee diverse, più o meno divertenti, con l’unico obiettivo di portare ad ogni costo al cinema il personaggio del Milanese Imbruttito. Pur infarcendo la trama di posizioni morali inattaccabili, manca però un po’ di coraggio. Per esempio, questa poteva essere l’occasione per prendersela finalmente con il politically correct, invece non viene colta l’opportunità. Anzi, si asseconda il nuovo modo esasperato di interpretare il mondo, insieme alla smania di parlare con termini inglesi. Per la precisione, non è una moda che riguarda solo i milanesi: purtroppo in tutto il mondo del lavoro si va sempre più verso un abbandono della lingua italiana. Questo film rischia di lanciare stereotipi sbagliati ed è un peccato: Lanzoni, simpatico e brillante, con una delle voci più belle conosciute negli ultimi vent’anni, deve ridurre il suo personaggio al tormentone di tre espressioni “Figa”, “Col cazzo” e “Taaac”. Quest’ultimo, una citazione milanese diventata ormai celebre con Renato Pozzetto (anche se non fu lui a inventarla, ma Guido Nicheli) nella scena de Il ragazzo di campagna che vedeva il protagonista trovare casa in un monolocale angusto. La stessa scena viene citata in Ricomincio da Taaac: il risultato non è assolutamente comico alla stessa maniera, ma se ne apprezza il ricordo.

Germano Lanzoni e Carlo Pellegatti alla presentazione di Ricomincio da Taaac

Anche l’espressione Calimero è in fondo una citazione del Cumenda, che ne I ragazzi della 3 C soleva chiamare Biancaneve il suo maggiordomo. Non a caso all’anteprima i giornalisti in sala ridono quando viene detto Calimero, a dispetto appunto del politically correct, che in fondo ha rotto le scatole a tutti. Allora non è sbagliato dirlo, è semplicemente simpatico. Ne emerge che al pubblico fanno ancora ridere queste espressioni, più che i volgari stereotipi o tutte le pallide battute senza mordente che riempiono il film.

Ricomincio da Taaac poteva essere una bella occasione per fare conoscere Milano sotto la sua vera luce. Invece resta l’ennesima occasione sprecata, a favore di temi che strizzano l’occhio al pubblico benpensante e che riducono la pellicola a un’enormità di battute scontate. Lo stereotipo del milanese manager che corre non è sufficiente: se racconti la vita dei rider, avresti tantissime possibilità narrative, senza limitarle. Con un solo regista e pochi sceneggiatori, non vi sarebbe stato il bisogno di accontentare i desideri di tutti e sarebbe venuto fuori un film più coerente. A qualunque milanese, per esempio, sarebbe venuto in mente di fare coincidere l’incontro tra Imbruttito e il rider in via San Calimero, ma si capisce che la sottigliezza non era alla base di questo film facilone.

La colpa, però, non è appunto degli attori: Lanzoni è solo sprecato, la Lodigiani si conferma una delle attrici più capaci e presto la vedremo con ruoli da protagonista. Bousso è il perfetto simbolo dell’autoironia e di una comicità che non cerca tormentoni. Calabresi detta i migliori tempi comici del film con la sua esperienza. Ecco, partendo da un cast così (si aggiungano le presenze di Claudio Bisio e Francesco Mandelli) è lecito rimanere delusi. Bello sentire parlare con accento milanese e con qualche portata di dialetto, ma dopo un’ora ci si attende ancora che la trama debba esplodere insieme a mille risate. La sala ride solo su “Salutami il pos!”, dopo che Imbruttito è scappato dal tassista. L’obiettivo di Ricomincio da Taaac era solo promuovere Portanuova e il suo principio di sostenibilità. Se nemmeno il sindaco di Milano Beppe Sala era presente all’anteprima, tuttavia, vuol dire che l’obiettivo non è stato abbastanza promosso. Un po’ come il film: voto 5.

Tra i presenti, invece, la voce giornalistica del Milan, Carlo Pellegatti, e l’influencer meneghino Stefano Musazzi (che arriva in ritardo in sala dando la colpa al parcheggio, ma era già arrivato da un’ora…). Ecco, che a nessuno salti in mente di dare al Musazzi una parte nei film: lo ripetiamo, il linguaggio dei social è differente e non regge al cinema. Il milanese imbruttito, purtroppo, insegna.

Massimiliano Beneggi

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