E’ uscito Un posto in cui tornare, il nuovo ep de Lapolveriera, band indie rock veronese di quattro elementi (Giovanni Maragnoli, Giovanni Magagna, Michele Fontana, Riccardo Masenelli) che, con lunghe introduzioni solo strumentali, sembrano riportare la musica a quell’epoca in cui c’erano tante note e poco autotune. Già questa è una notizia. L’ep è stato anticipato dal suo singolo principale, Sibilla, un brano che parla della salute mentale di una ragazza che si sente emarginata da un mondo fatto di pregiudizi. Così, contro la società che induce a far venire meno l’individualità a favore di un conformismo massacrante e di una grande solitudine interiore, Lapolveriera cantano su un arrangiamento con i Meganoidi un brano di grande spessore. Ne abbiamo parlato con Maragnoli, cantautore dalla voce ruvida e calda allo stesso tempo, con grande personalità. Sono loro i giovani di cui vi parliamo questa settimana.

Perché questo titolo, Sibilla?

Sibilla è un nome inventato. Una sera io e il mio chitarrista stavamo facendo un servizio di fonica in un locale: in un momento morto ci siamo detti di scrivere i titoli delle canzoni del prossimo album. Senza alcun contenuto: solo i titoli. Nacque così per caso l’idea di scrivere una canzone che si intitolasse Sibilla. Quando abbiamo iniziato a comporre i brani, l’assonanza della parola rientrava benissimo con questa storia che ci aveva toccati da vicino nella vita vissuta e che volevamo raccontare.

Chi è quindi Sibilla?

Non si tratta di una donna, ma di un nostro amico che a un certo momento ha avuto un problema di disagio psicologico. Volevamo quindi scrivere una canzone su chi si sente inadeguato e non si riconosce nel contesto che vive. È un tema purtroppo sempre più attuale.

Eppure talvolta è più facile da ammettere che esista ma meno da carpire.

Sì, la risposta comune che ci si sente dare in quei casi è: “Non pensarci”, come se si trattasse solo di tristezza. Invece dietro c’è sempre un ventaglio di cose, tra cui l’autoaccettazione in primis.

C’è dunque una rivalsa anzitutto.

Esattamente, è il motivo della canzone. Il protagonista ha l’impulso di volere risolvere il problema, ricominciando da se stesso e dai propri talenti.

La responsabilità del disagio è della società?

C’è un muro di omertà: tutti vedono la difficoltà di Sibilla, ma lei si sente sola. È in mezzo a tanta gente ma non trova nessuno intorno a sé. Si parla spesso di queste tematiche, ma nella quotidianità il supporto anche tra amici è molto raro.

C’è anche una critica di sottofondo a questo mondo fatto di apparenze. Potremmo rinunciarvi o ormai ne siamo schiavi?

L’abito fa il monaco: le apparenze purtroppo hanno un peso. Dobbiamo tendere all’obiettivo di smarcarci dalle apparenze, ma non è facile: sarebbe già un passo avanti ammettere che esistono. Essere consapevoli che abbiano un peso può aiutare a conviverci senza esserne completamente assuefatti.

Non ci sono contaminazioni rap nella vostra musica, ma comunque diversi generi si uniscono. In quale vi riconoscete di più?

Rock Pop italiano, se dobbiamo sceglierne uno. I nostri riferimenti sono Baustelle e Zen Circus. L’origine cantautorale nel gruppo arriva da me, che mi ispiro a quel tipo di composizione un po’ alla De Gregori, per fare un esempio altissimo e ovviamente imparagonabile! Gli altri ragazzi della band portano influenze più moderne, dal pop rock internazionale al punk: veniamo tutti da background musicali personali, quindi ci siamo uniti approfondendo il nostro modo di scrivere. Stiamo andando su quella linea.

Massimiliano Beneggi

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