Va in scena il 3 agosto al Teatro Tor Bella Monaca di Roma (via Cirino) alle 21, Inchiodate! Contro la deportazione in Albania del papero negro, di Claudio Pallottini e Massimiliano Giovanetti, con la collaborazione di Benedicta Boccoli e Giorgia Salari, entrambe sul palcoscenico con Simone Colombari.

Così gli autori Pallottini e Giovanetti presentano lo spettacolo:
“In un importante museo internazionale è stata allestita l’ultima opera del grande artista Boris Majellaro, dall’impegnativo titolo ‘Golgota’. Un’installazione vivente che attrae molti visitatori e che, come peculiarità artistica, presenta, nei panni dei due ladroni inchiodati ai lati di Cristo, due donne: Vera e Gioia. Per alcuni è una scelta forte, un segno importante e progressista, per altri, una trovata banale, se non addirittura una presa in giro.Tra questi ‘altri’ c’è Gioia – una delle due inchiodate – che tra un gruppo di visitatori e l’altro coinvolge nei suoi dubbi e nel suo scetticismo, anche l’altra inchiodata, Vera, di sentire più aperto e più in sintonia col messaggio inclusivo dell’artista. Da questo dialogo, fatto di botta e risposta serrati e di contaminazioni di generi, viene fuori un confronto sul quotidiano e sui massimi sistemi senza censure, politicamente scorretto, satirico, paradossale. Inchiodate su quelle croci, infatti, senza alcun testimone, senza aver nulla da perdere, le due donne possono dire con leggerezza disarmante e disarmata tutto ciò che pensano, costringendo gli spettatori a ripensare la realtà complessa e assurda che viviamo ogni giorno. Una realtà dove è vero tutto e il contrario di tutto; dove bisogna stare attenti a non offendere nessuno e nessuna; dove il “ma anche”, il conforme, e i continui rovesciamenti valoriali, hanno smantellato ogni logica di buon senso o di senso del ridicolo”.
Così il regista Marcello Cutugno:
“Questo spettacolo mira a stimolare la riflessione e il dibattito su questioni cruciali della società contemporanea, in particolare sulla condizione femminile. L’immagine delle donne “inchiodate” su croci in un contesto artistico come una galleria suggerisce una forte denuncia simbolica: potrebbe alludere alla mercificazione del corpo femminile, al sacrificio imposto alle donne, o a una forma di martirio sociale e culturale, spesso esposto e “ammirato” passivamente come un’opera d’arte. La regia cerca di suggerire movimenti e azioni in modo organico alla narrazione, rendendo la sua presenza quasi quella di un “attore invisibile”. Lo spazio scenico rappresenta una galleria d’arte contemporanea calata nell’era del Tecnocene, dove spazi reali e opere virtuali convivono in una dimensione dove la tecnologia la fa da padrone. Che sia una realtà vera o un reality, le due donne sembrano attendere un Godot/Messia del terzo millennio che non arriverà mai. Vera e Gioia si confrontano su temi di attualità ma vengono interrotte dalla guida museale: un agente disturbatore, l’elemento maschile che castra il dialogo delle donne, spettro sotterraneo e liminale di echi maschilisti ancora presenti. Le musiche spaziano dalle note poetiche e femministe di Daniela Pes e Marta Del Grandi alla elettronica sfrenata di autori come Orbital e Zombies per finire alla dubstep ipnotica di Burial. Inchiodate! Contro la deportazione in Albania del papero negro è una riflessione leggera sulla mancanza di futuro, in un mondo intriso di retromania, dove il passato è l’unico luogo sicuro dove ritornare. La società del Tecnocene ha tentato inutilmente di sconfiggere la morte, illudendoci di poter possedere tutto. Purtroppo, però alla morte del capitale non gliene frega niente”.