Chi non ha mai sognato di “fare baracche e burattini” e ricominciare da capo, in una nuova realtà? Dario Buzzolan è una penna attenta, efficace e capace di intrecci narrativi sorprendenti. Il suo ultimo libro, Baracca e burattini, edito da Mondadori, è il romanzo che vede protagonisti personaggi di diverse generazioni, con emozioni molto simili. Filo conduttore, il tema della fuga, che si trova al centro di tanti altri argomenti e intrighi insospettabili raccontati in quasi 400 pagine decisamente avvincenti.

La sinossi: Elle fa l’attrice con convinzione e con altrettanta convinzione dipende da sostanze psicotrope. Alle sue spalle c’è la storia di una famiglia che si allunga dal Secondo conflitto mondiale sino al nostro presente. Dal nonno Ermes in avanti, un solo destino: quello che spezza, che consuma, che frantuma. Nessuno sa veramente restare (metaforicamente e non) dov’è, e in effetti ricorre di generazione in generazione l’espressione “fare baracca e burattini”. Nessuno sa tenere le persone che ha amato o quello che ha costruito. Tanto più il padre di Elle, Ranieri, che crede, da medico, di poter sollevare dal dolore e dalla vita i malati terminali e si trova al centro di una campagna mediatica che, nel corso del tempo, lo svilisce (“il medico che voleva giocare a fare Dio”) e lo espone a relazioni pericolose. L’unico luogo che calamita episodicamente le tre generazioni è la Casa Blu, una capanna vicino al mare che, con il tempo, è diventata un rifugio, uno studio, una residenza. Intorno alla Casa Blu ruotano i non detti e il buio della famiglia, ed è lì che con fatica ma anche con determinazione si riesce a illuminare lo strascico di violenza, di abbandoni e rinascite che Elle sta ancora scontando sulla sua pelle.

Ne abbiamo parlato con l’autore, Dario Buzzolan.

Di solito quando si scrive c’è qualcosa che arriva dalla propria vita. Quanto c’è qui di autobiografico?

Qualcosa, può essere considerato tale in effetti ma non nel senso più immediato del termine: ci sono cose che penso, tratti di carattere di persone che ho conosciuto e l’ambientazione nel Piemonte nel periodo della Resistenza, che mi è stata raccontata dai miei genitori, partigiani.

Tema principale è la fuga, che spesso si rivela non essere una soluzione, e l’illusione di speranze disattese. La responsabilità è del fatto che ci si crea troppi mondi paralleli?

Sì, sono dell’idea che ciò che è reale è sicuramente vero, ma in questo ambito di verità sono comprese un sacco di cose che non sono reali. Mi sono chiesto: cosa influisce maggiormente nella nostra vita? Ciò che è reale e concreto o tutto ciò che non lo è, come per esempio le fantasie, le aspettative? Ecco, questo è il contesto in cui si muovono tutti i personaggi di questa storia, che arrivano tutti da diverse generazioni.

Un concetto hegeliano per certi versi. E allora facciamo gli hegeliani fino in fondo: la fuga ci porta sempre a un ritorno o non è una logica conseguenza?

Io sono filosofo di formazione e ho avuto la fortuna di essere allievo di Vattimo, grande scuola filosofica che veniva da Hegel: la sua forza credo sia in coloro che lo hanno commentato e contestato, in ciò che ha prodotto in termini di discussione il suo pensiero. Detto questo, credo che fuga e ritorno non siano due momenti complementari e necessari l’uno all’altro. Spesso la fuga resta un momento di dialettica sempre aperto. Talvolta cerchiamo a ogni costo la sintesi, ma la vita non ci concede di raggiungerla. I personaggi di questo libro si trovano di fronte all’opzione dell’allontanamento salvo poi rendersi conto che non è una risoluzione ai problemi. Il problema a volte ci segue, perché la questione da risolvere siamo noi e non l’altra cosa che pensavamo lo fosse.

A chi dedicheresti, nella situazione mondiale attuale, Baracche e burattini?

L’unica possibile è al martoriato popolo palestinese, che in qualche modo non ha avuto l’opzione della fuga perché è stato chiuso in grandi carceri a cielo aperto. Opzione che peraltro non vorrebbe neppure scegliere perché giustamente vuole restare nella sua terra.

Il momento chiave del libro secondo te?

Quando fuggi o quando senti l’esigenza di fuggire stai sempre ipotizzando di farlo dalla morte, magari simbolica, magari reale. Si sfugge da qualche tipo di morte. La nostra memoria genetica del resto nasce dagli istinti di fuga di fronte a una minaccia: il momento più emblematico quindi, credo sia quando l’oncologo Ranieri osserva la cannula con cui viene somministrata la soluzione che darà la dolce morte ai pazienti che hanno scelto questa opzione. Mentre la osserva sa che sta arrivando la fine di una vita: in quanto medico dovrebbe fermarsi, ma sa che andare avanti vuol dire bloccare la vita in un modo perlomeno dignitoso.

C’è anche un forte valore simbolico nella tossicodipendenza di Elle. Ogni dipendenza, anche la più innocua, è una falsa fuga che ci fa restare di fatto immobili illusi da una zona di comfort.

La mia adolescenza si è svolta tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80: naturalmente sono stati anni segnati dall’eroina e dalla dipendenza, che ho visto particolarmente nella mia città, Torino. Avevo amici dipendenti esattamente come Elle: le dipendenze sono una quantità enorme e sono sempre una forma di fuga immobile, un’illusione che permette di esalarsi. Le dipendenze sono gusci. Ho provato a raccontarlo, perché era uno dei temi che ritenevo potesse essere di discussione: me lo stai confermando…

Massimiliano Beneggi

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