Si è spenta a 91 anni, in seguito a un arresto cardiaco, Ornella Vanoni. La grande cantante milanese è stata una delle icone musicali più straordinarie di sempre.
Impossibile ricordarne ora l’intera carriera, di cui ci limiteremo a riassumere qui sotto i primi decenni che la consegnarono al successo. Con Ornella se ne va una delle voci inconfondibili, simbolo di un’epoca in cui gli interpreti si distinguevano proprio per il modo di cantare e non cercavano di assomigliarsi gli uni agli altri come accade ora. Erano gli anni delle rivalità musicali più amate dagli italiani. Ornella Vanoni, con la sua voce vellutata, ha sempre saputo farsi riconoscere e apprezzare dal pubblico, che non ha smesso di applaudirla fino all’ultimo. Anzi, negli ultimi anni si era fatta conoscere ancora di più come personaggio ironico, spesso ospite televisiva in diverse trasmissioni.
Immediatamente nella tarda serata di venerdì i social si sono riempiti di cordoglio e di saluti commossi da parte del mondo della musica e dello spettacolo in generale. “Affascinante, intelligente, colta, autoironica, artista immensa…senza fine. Quanto ci mancherai amica mia”, scrive Loredana Bertè. “Addio adorata Ornella, mi mancherai tanto”, scrive Mara Venier. “Grazie Ornella per tutto ciò che mi hai lasciato: la leggerezza, la profondità, l’amore per la musica”, alcune delle parole dedicate per lei dal Maestro Leonardo De Amicis.

Figlia di un industriale farmaceutico, Nino, e di Mariuccia, dopo avere studiato dalle Orsoline, frequenta diversi collegi in Svizzera, Francia e Inghilterra con il desiderio di diventare estetista.
Tornata a Milano si iscrive nel 1953 all’Accademia di arte drammatica del Piccolo Teatro di Giorgio Strehler; in breve ne diviene l’allieva prediletta, nonché la compagna.
Nel 1956 debutta come attrice in Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello.
Il suo debutto canoro risale invece al 13 aprile 1957, data della prima rappresentazione al Piccolo de I Giacobini di Federico Zardi, opera in cui interviene durante i cambi di scena cantando un paio di ballate della Rivoluzione francese (Les rois s’en voint e La Seine est rouge), interpretate con piglio insolito e spigoloso.
Nasce, dunque, l’idea di una cantante “intellettuale”, impegnata, sofisticata, che suscita sin da subito un certo interesse, tanto che l’anno seguente, Giorgio Strehler decide di cucirle addosso un vero e proprio repertorio.
Insieme ad autori come Fausto Amodei, Fiorenzo Carpi, Dario Fo e Gino Negri, Strehler trae infatti spunto da alcune antiche ballate dialettali narranti vicende di cronaca nera, per procedere alla stesura di nuovi testi incentrati sul tema della malavita, aventi per protagonisti poliziotti, malfattori, carcerati, minatori, e inventando pertanto la definizione di canzoni della mala. Per alimentare la curiosità del pubblico, viene lasciato credere che si tratti di autentici canti popolari ricavati da vecchi manoscritti, e viene dunque allestita per lei la sua prima tournée teatrale, terminata con uno spettacolo a Spoleto, al Festival dei Due Mondi nel ’59.
Dell’ottobre 1958 è la sua prima incisione discografica per la storica etichetta Ricordi, che grazie all’editore Mariano Rapetti apre proprio con lei la propria sezione di musica leggera pubblicando un primo extended play intitolato Le canzoni della malavita. Il disco comprende sulla facciata principale le sue versioni di Saint Lazare di Aristide Bruant, e di Jenny delle Spelonche, tratta da L’opera da tre soldi di Bertold Brecht; sul retro compaiono invece gli inediti Sentii come la vosa la sirena e Canto di carcerati calabresi, stampati anche su 45 giri singolo, il primo della sua discografia.
Nel dicembre 1959 esce un secondo EP intitolato Le canzoni della malavita vol. 2, contenente le assai più celebri Hanno ammazzato il Mario, La zolfara, Ma mi e Le mantellate, uscite contemporaneamente anche su singolo.
Le interpretazioni particolarmente enfatiche di Vanoni, caratterizzate da una timbrica vocale e da una gestualità alquanto inconsuete ma sensuali, incuriosiscono parecchio il pubblico, che inizialmente sembra in parte confondere le ambientazioni dei brani proposti con le vere origini della cantante.
Nel complesso, le canzoni della mala ottengono un buon successo, malgrado qualche critica di snobismo alto-borghese e l’intervento della censura radiotelevisiva che non apprezza i contenuti di alcuni testi. Per Ornella Vanoni, però, quello della mala inizia ad essere un cliché nel quale non intende essere rinchiusa.
Nel 1960, alla Ricordi Ornella incontra Gino Paoli, col quale intraprende un’intensa storia d’amore, nonché una florida collaborazione artistica che le permette di cimentarsi con un repertorio a lei più congeniale. Paoli le scrive infatti una prima canzone d’amore dal titolo Me in tutto il mondo e successivamente le dedica, colpito dalle sue grandi mani, un vero e proprio ritratto musicale: la celeberrima Senza fine, ma il 6 giugno del ’60 sposa il noto impresario teatrale nonché ex cantante Lucio Ardenzi
Nel 1963 sostituisce Lea Massari nel ruolo di Rosetta in Rugantino, celebre commedia musicale di Garinei & Giovannini che nel febbraio 1964 porterà Vanoni sulle scene di Broadway. Avvalendosi degli arrangiamenti e della direzione musicale di Iller Pattacini, continua ad incidere brani di Gino Paoli (Anche se, Che cosa c’è), di Luigi Tenco (Tu non hai capito niente), vincendo il Festival di Napoli 1964 interpretando in coppia con Modugno la celebre Tu sì ‘na cosa grande, classificandosi anche al secondo posto con l’esecuzione solista di Ammore mio. Nel frattempo Senza fine diviene un successo internazionale, diventando parte della colonna sonora del film Il volo della fenice di Robert Aldrich.
Seguono una serie di partecipazioni al Festival di Sanremo: nel 1965 con Abbracciami forte,[10] con la quale si classifica alla 2ª posizione, nel 1966 con Io ti darò di più (che diviene il suo più notevole successo commerciale degli anni sessanta, nonostante lei non ami affatto il brano) in coppia con Orietta Berti, classificandosi alla 6ª posizione, nel 1967 con La musica è finita di Nisa, Franco Califano e Umberto Bindi, classificandosi alla 4ª posizione, nel 1968 con Casa bianca scritta da Don Backy, raggiunge la 2ª posizione in coppia con Marisa Sannia. Conduce poi cinque puntate del varietà televisivo Studio Uno e lavora come attrice in alcuni film. Ornella cambia immagine e gestualità diventando ancor più sensuale ed elegante. Anche la sua voce abbandona il registro aggressivo e diventa più suadente, in particolar modo sulle note basse.
Nel frattempo cambia anche etichetta discografica e passa dalla Ricordi alla Ariston pubblicando alcuni 45 giri di successo come Tristezza (1967, primo brano del repertorio brasiliano, che lei ha sempre amato riproporre), la sua versione di Un’ora sola ti vorrei (sempre del ’67). Nel 1969 è la volta di Una ragione di più, uno dei brani di maggior successo della cantante, che la vede per la prima volta scrivere un testo, con la collaborazione di Franco Califano, mentre la musica è di Mino Reitano. In questo periodo Ornella incide anche due album intitolati Ai miei amici cantautori e Io sì – Ai miei amici cantautori n.2, interpretando brani di quei cantautori che avevano maggiormente influenzato il suo percorso musicale.
Nel 1970 Ornella partecipa ancora una volta al Festival di Sanremo con il brano Eternità, in coppia con I Camaleonti, scritta da Giancarlo Bigazzi e Claudio Cavallaro, che si classifica alla 4ª posizione. Sarà però col singolo successivo, L’appuntamento di Roberto Carlos, Erasmo Carlos e Bruno Lauzi, che la cantante ottiene il suo maggiore successo commerciale, rimanendo in classifica per molti mesi e vendendo 600 000 copie, affermandosi definitivamente nel panorama musicale italiano e riuscendo a conquistare tutto il pubblico. Il brano viene inserito nella colonna sonora del film Tony Arzenta diretto da Duccio Tessari ed è scelto come sigla musicale del programma radiofonico Gran varietà. A coronare il successo del brano sarà la vittoria della Gondola d’oro nell’edizione della Mostra internazionale di musica leggera 1970.
Nel 1971 Vanoni prosegue con il suo spettacolo teatrale, iniziato a fine anni sessanta, pubblicando il suo primo album dal vivo (Ah! L’amore l’amore, quante cose fa fare l’amore!), registrato proprio in occasione di un recital tenuto al Teatro Lirico di Milano. Nello stesso anno i concerti di Vanoni si spingono fino all’Olympia di Parigi, il tempio della musica francese dove la sua esibizione si conclude tra le ovazioni del pubblico nonostante all’inizio fosse stata contestata la sua versione di Albergo a ore, tratta dal repertorio della Piaf.
Sempre nel ’71, esce un altro dei suoi cavalli di battaglia: Domani è un altro giorno, versione italiana di un brano di Tammy Wynette The Wonders You Perform. Il brano viene presentato a Canzonissima 1971 e viene inserito nella colonna sonora del film La prima notte di quiete di Valerio Zurlini. Per la finale della stessa edizione di Canzonissima, Ornella Vanoni interpreta Il tempo d’impazzire, scritta da Giorgio Calabrese e Andracco. È inoltre conduttrice del programma E tu che fai? Io questa sera vado a casa di Ornella, a cui partecipa come ospite anche Lucio Battisti; qualche settimana dopo registra la prima trasmissione a colori nella storia della televisione italiana, dal titolo Serata d’onore.
Nel 1975 esce Uomo mio bambino mio, album da cui è tratta anche l’irriverente Non sai fare l’amore (P. Limiti – S. Fabrizio), censurata dalla RAI. Mia Martini, non accreditata, è la seconda voce nel pezzo che dà il titolo all’LP. In questo periodo Vanoni verrà ospitata varie volte nei programmi trasmessi dalla tv spagnola riscontrando notevole successo presso il pubblico.
Nello stesso anno torna sul piccolo schermo accanto a Gigi Proietti, nello spettacolo Fatti e fattacci (che vince il Festival della Rosa d’oro di Montreux per l’intrattenimento). Il programma era basato sulle canzoni proposte da Proietti e Vanoni, che interpretavano la parte di due cantastorie che andavano in giro per l’Italia con una compagnia di saltimbanchi fermandosi nella piazza di una città. Successivamente invece è in teatro, protagonista nella commedia dell’amica Iaia Fiastri intitolata Amori miei, un grande successo da cui in seguito verrà tratto l’omonimo film interpretato da Monica Vitti.
Nel 1976 realizza, con la collaborazione di Sergio Bardotti, un album insieme a Vinícius de Moraes e Toquinho: La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria. L’album, interamente registrato in presa diretta, ottiene un notevole successo di critica e pubblico, raggiungendo il sesto posto di vendite in classifica. Il disco è una rilettura di diverse musiche brasiliane di bossa nova, scritte da alcuni dei più grandi nomi della musica brasiliana come Antônio Carlos Jobim e Chico Buarque, cantate in italiano. Il disco si presenta come un concept album, ossia come un’opera intera segnata da un filo conduttore unico: un album a tema composto da canzoni e poesie interpretate da Vinicius, dove spesso non vi è pausa né termine tra un pezzo e l’altro, ma sembra quasi la continuazione. Tale progetto discografico rappresenterà per Vanoni uno dei momenti più alti a livello qualitativo e artistico di tutta la sua discografia, dal quale raggiungeranno il successo brani come “La voglia la pazzia”. L’album è presente nella classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone Italia alla posizione numero 76.