“I giovani di oggi non ascoltano più la musica di prima”, “Ormai sono tutti giovani sconosciuti quelli che cantano”. Sono frasi che si ripetono in continuazione e che valgono da sempre: ogni generazione ha avuto modo di scontrarsi con quelle precedenti sui gusti musicali. A volte ci si dimentica che è proprio tra quei giovani sconosciuti sono emersi i paladini della canzone italiana, lanciata anche all’estero. Ma come sta davvero la musica oggi? Che bilancio possiamo fare alla fine di questo 2025 cominciato col successo di Olly a Sanremo e prossimo a terminare con un filone trap non più esplosivo come lo era un paio di anni fa, almeno sulle vendite? Ne abbiamo parlato con Adriano Matteo, giornalista di RadioSpeaker.it e direttore di Urban Radio, che tastando quotidianamente gli umori musicali dei suoi ascoltatori, conosce da vicino l’andamento radiofonico della canzone italiana.

Adriano partiamo da una provocazione: si sente dire spesso che le radio trasmettono sempre solo i soliti musicisti lasciando da parte quelli provenienti da etichette indipendenti. Ma è vero?

E’ verosimile. A differenza di un tempo, quando lanciava nuova musica, oggi la radio è una conferma: l’artista che vi passa diventa effettivamente affermato, entra in un limbo di tormentoni e dinamiche diverse da quanto accadeva anni fa. Per le radio oggi è un rischio dare spazio a qualcuno che non sia già abbastanza affermato o non abbia un percorso particolare. Detto questo, tante radio locali o settoriali lo fanno e direi che rispetto all’estero, tutto sommato l’Italia è ancora un Paese in cui si osa qualcosa in più in questo senso.

Ci lamentiamo sempre insomma.

Il mercato prevede che prevalgano le major e alcuni artisti eletti, ma poi basta vedere il cast di Sanremo 2026 per accorgerci che non sempre è così. Vuoi per scelta di Carlo Conti, vuoi per protesta di alcuni artisti, quest’anno a Sanremo non ci saranno i soliti veri Big. Lo spazio c’è insomma. Chiaramente la radio è un grande palcoscenico ma, come dicevo, un punto di arrivo più che di partenza. Quando si trasmette qualcuno di sconosciuto in Italia, si tratta di un artista internazionale che intanto è esploso all’estero.

C’è qualche cantante che secondo te da tempo aspettava l’”anno buono” e lo ha trovato nel 2025?

Il primo che mi viene in mente Alfa: il più trasmesso dell’anno secondo le anteprime delle classifiche Airplay EarOne. Faceva lo speaker radiofonico nel tempo libero: quest’anno con un pezzo studiato a tavolino, con una base famosissima di Manu Chao, ha dominato le classifiche non solo su Spotify ma soprattutto in radio. Senz’altro citerei Serena Brancale, pugliese come me. La conobbi dieci anni fa quando faceva jazz e improvvisazione: attraverso i social è diventata più famosa, sapendone cavalcare le dinamiche diverse e quest’anno è esplosa. Infine vorrei dirti un nome di uno che sconfessa proprio quello che dicevamo prima

Cioè?

Chiello, che andrà a Sanremo e molti non conoscono: ecco, lui è nato come artista indipendente e proprio tramite le radio che lo hanno trasmesso ha conosciuto il palcoscenico dei Big di Sanremo.

Cambiano strumenti tecnologici per ascoltare la musica, ma la radio continua a essere lì da oltre cento anni. Qual è il segreto?

Dà la possibilità di essere ascoltata in modo passivo: non è una serie tv per cui non ti puoi distrarre, né tantomeno addormentare. La radio non richiede di seguire sottotitoli: è il mezzo più utilizzato per l’ascolto, resta una compagna di viaggio, si adatta ai tempi, è semplice da raggiungere, propone un’infinità di contenuti. E poi è gratis! Con un mix tra musica, informazione e intrattenimento, racconta il qui e ora, ci dà una sensazione di essere presente nella nostra vita.

La musica di oggi è davvero così diseducativa o c’è spazio per qualcosa di sensato?

C’è ancora tanto spazio. Qualche anno fa forse c’era un problema su questo: rap, hip hop, trap, che ormai sta smettendo di esistere, sono una fetta di musica che storicamente tratta dei temi in modo particolare, un po’ più strong. L’Italia ha cavalcato questa ondata negli ultimi anni, seguendo le mode estere. Ormai, però, in America hanno superato questa cosa, forse anche per sfinimento. Loro ascoltano come genere principale il pop, che di temi particolarmente difficili e fuorvianti non ne tratta: questa cosa, di riflesso, sta tornando anche in Italia. Stiamo tornando a crescere anche su quel profilo.

Il successo di Olly lo conferma. Un bilancio della musica radiofonica a fine 2025?

Si può fare un bilancio positivo direi. Anzitutto continua a fare parte della cultura e della storia della musica. Certo, ora col politically correct si sta attentissimi a come vengono messe parole, virgole. La musica, però, è un tema tranquillo che non ci deve preoccupare più di tanto.

Per la radio fa più danni il politcally correct o l’AI?

Il politically correct. Stiamo provando a capire come sfruttare l’AI nel miglior modo possibile senza diventare passivi o senza dovere fare a meno di figure professionali. Quel “qui e ora” che dà la radio l’AI non lo potrà mai raggiungere, perché non ha anima: fa paura, c’è chi prova a sfruttarla per creare cose nuove, ma non credo sia ancora così invadente, almeno in radio. Parleremo di questo proprio il prossimo 9 marzo al World Radio Day di Milano (organizzato proprio da Radiospeaker.it, ndr). Il politically correct, invece è un problema, perché le radio sono un spazio libero. Personaggi come Fiorello o Cruciani del politicamente scorretto ne hanno fatto un loro modo di essere.

Massimiliano Beneggi

VUOI LA TUA PUBBLICITA’ SU TEATROEMUSICANEWS?

Scrivici a teatroemusicanews@gmail.com e specifica nell’oggetto PUBBLICITA’ TMN