È in scena fino al 21 dicembre, al Teatro Franco Parenti di Milano, Jannacci e dintorni, con Simone Colombari, Max Paiella e con Attilio Di Giovanni (pianoforte e direzione musicale), Leonardo Guelpa (chitarra classica ed elettrica), Alberto Botta (batteria e percussioni), Flavio Cangialosi (basso e fisarmonica), Mario Caporilli (tromba e flicorno), Claudio Giusti (sax tenore e contralto). Regia di Lorenzo Gioielli per una produzione Viola Produzioni – Centro di produzione teatrale / Jando Music. Ecco la recensione.

Max Paiella e Simone Colombari raccontano la carriera del più iconico cantautore milanese di tutti i tempi. Lo fanno con leggerezza, talento, impegno e assoluta completezza. Usano soprattutto tanta musica più delle parole, probabilmente sorprendendo gran parte del pubblico che non si aspetta la verve canora di entrambi. Anzi, regalano una nuova e più pulita intonazione a brani indimenticabili che nessun altro era mai riuscito fino a prima a riproporre.
Non è facile cantare Jannacci, che richiede un’interpretazione da chansonnier e comico al tempo stesso. Uno che seppe essere così ricco di personalità da fare rasentare il patetico a qualsiasi esecuzione scimmiottata dei suoi successi riproposta da altri. Paiella e Colombari sono i primi a riuscirci e a guadagnarsi l’abbraccio di una Sala Grande del Teatro Parenti sold out. Convincere Milano è sempre impresa ardua, ancor più quando si canta uno dei suoi simboli più famosi, talvolta in dialetto. Ci volevano due romani per riportare un po’ di meneghino sul palcoscenico: tutto perfetto, dalla musica alla sintonia dei due artisti. Non vogliono fare l’esegesi del cantautore, ma ricordarne i trascorsi, comprese le porte in faccia prese da Rai e Rca che non credevano in quelli che poi si sarebbero rivelati successi clamorosi. Ripercorrono la carriera di Jannacci, dagli esordi con Gaber, Celentano, Tenco e Lauzi alle collaborazioni con Cochi e Renato e Dario Fo, quindi a quelle con Beppe Viola e Paolo Conte, passando per l’incontro con De André, che dal cantautore milanese prese la melodia per Via del campo.

Propongono solo canzoni famose (e quante sono!) di Jannacci, senza perdersi in commenti retorici né facili pietismi. Tante curiosità, qualche sottolineatura che troppo spesso viene dimenticata, come i temi impegnativi portati a Sanremo dal cantante medico: droga (Se me lo dicevi prima), mafia (La fotografia), tangenti (I soliti accordi). In poche parole Jannacci e dintorni è un’ora e mezza di divertimento, tra mimiche, balli scatenati e canzoni che scoprono nuova vita, anche grazie a una straordinaria orchestra di sette elementi che non si lascia sfuggire assoli virtuosistici emozionanti. Sul palcoscenico artisti e produzione che più che studiare Jannacci, evidentemente lo hanno vissuto nel profondo dell’anima, come il cantautore milanese visse profondamente l’anima della gente.
Si canta e si balla su Mexico e nuvole, ci si commuove con Vincenzina e la fabbrica. Si ride (e non potrebbe essere altrimenti) con Vivere. Non manca nulla a una serata che riporta Enzo Jannacci nell’Olimpo dei cantautori come forse non è mai stato considerato. I due attori e cantanti, rigorosamente in smoking, restituiscono valore al grande Jannacci, che non è solo quello di Vengo anch’io no tu no o di Ho visto un re. Milano applaude: si intravede qualche lacrima nel pubblico, perché si risvegliano corde emotive che ormai non siamo più abituati a smuovere con la musica di oggi.
Massimiliano Beneggi