Anna Della Rosa è la protagonista di Accabadora’, spettacolo tratto dal capolavoro omonimo di Michela Murgia, in cartellone il 13 e 14 gennaio (ore 21) al Teatro Duse di Bologna, nell’ambito del ciclo DUSEracconti – Storie di donne.

Il romanzo, tra i più letti in Italia negli ultimi anni e vincitore del Premio Campiello 2010, va in scena nella trasposizione teatrale di Carlotta Corradi, per la regia di Veronica Cruciani che ha scelto la forma drammaturgica di un monologo costruito dal punto di vista di Maria, figlia di Bonaria Urrai, l’accabadora di Soreni.

Foto Alessi

Nel libro che ispira lo spettacolo, Michela Murgia racconta una storia ambientata in un paesino immaginario della Sardegna dove Maria, all’età di sei anni, viene data come ‘fill’e anima’ a Bonaria Urrai, una sarta che vive sola e che, all’occasione, fa l’accabadora. La parola, di tradizione sarda, prende la radice dallo spagnolo acabar che significa finire, uccidere. Bonaria Urrai aiuta, infatti, le persone in fin di vita a morire. Maria cresce nell’ammirazione di questa nuova madre, più colta e più attenta della madre biologica, fino al giorno in cui scopre la sua vera natura. È allora che fugge per cambiare vita e dimenticare il passato ma, pochi anni dopo, torna sul letto di morte della Tzia Bonaria. L’accudimento finale è uno dei doveri dell’essere figlia d’anima, una forma di adozione concordata tra il genitore naturale e il genitore adottivo.

La drammaturgia di Carlotta Corradi parte proprio dal ritorno di Maria sul letto di morte di Tzia Bonaria. Fulcro della storia è il tempo di separazione tra le due donne che pesa su questo incontro. La rabbia che la ragazza ancora prova per il tradimento subito dalla Tzia viene a galla prepotentemente, nonostante gli sforzi di Maria finalizzati a galleggiare tra i migliori ricordi.

Da subito – spiega Veronica Cruciani nelle note di regia – ho immaginato il dialogo tra Maria e Tzia Bonaria come un dialogo tra sé e una parte di sé, tra una figlia e il suo genitore interiore. Per questo, ho voluto realizzare uno spazio astratto, mentale, nel quale Maria cerca di rielaborare la morte della madre adottiva. Ciò darà origine ad un conflitto tra due aspetti di Maria: la parte rimasta bambina e la parte che deve diventare adulta. Il video mi ha permesso di rendere visibile le dinamiche emotive e relazionali tra queste due parti. La pedana sospesa crea una divisione tra l’attrice e il pubblico, è la gabbia mentale in cui Maria è intrappolata e di cui riuscirà a liberarsi soltanto alla fine, compiendo il fatidico gesto richiesto dalla madre. O meglio, ripetendolo davanti alla sua coscienza e al pubblico che la assolverà. Lo spettacolo, visto come una rêverie che si ripete ogni giorno uguale a sé stessa, troverà in questa sofferta ripetizione del gesto la sua risoluzione, permettendo a Maria di uscire dall’ossessione e di andare in una nuova direzione di vita”.

Sebbene il romanzo sia spesso ricordato per due temi estremamente attuali quali eutanasia e adozione – racconta Carlotta Corradi – nella mia percezione è stato fin da subito un’indimenticabile storia d’amore. In questo caso, tra una figlia e una madre. In questo caso, non la madre naturale. Ma l’altra madre. Un amore costruito giorno dopo giorno, per questo simile a un legame sentimentale, fondato sulla scelta; e come ogni rapporto madre-figlia è destinato a uno strappo, a un momento in cui la bambina diventa donna, fino a diventare madre della madre. Per me il passaggio più difficile, e ancora incomprensibile, nella vita”. “Nella storia di Maria e Tzia Bonaria lo strappo è talmente forte che Maria, anziché crescere, decide di fuggire nel continente. Quando torna, – prosegue Corradi – nonostante siano passati anni, Maria è rimasta adolescente. Per questo, ho scelto come punto di partenza della mia drammaturgia la fine del romanzo: il momento in cui una Maria, intrappolata nel suo essere figlia, si ritrova a dover essere madre. Tutta l’intensità di quest’ultimo tempo accanto alla Tzia è dato dai passaggi non compiuti, dalle cose non dette, le accuse non fatte, l’amore non richiesto. Una volta affrontate le negazioni, Maria è pronta a esplodere in un gesto finale che è un ultimo ed essenziale atto d’amore che la figlia d’anima compie verso sua madre e che la farà diventare una donna”.

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