Dal 13 al 16 gennaio, al Teatro Litta di Milano, va in scena LA CAGNOTTE Labiche avec le coeur di Eugène Labiche con Enrico Ballardini, Umberto Banti, Carola Boschetti, Cinzia Brogliato, Antonio Brugnano, Michele Clementelli,
La posta in gioco è… il gioco stesso! Un pretesto, giusto per partire. Un pretesto per partire, partire per Parigi. Parigi, la capitale. I monumenti, i ristoranti, cose da vedere persone da incontrare.
La cagnotte è presto raccontata. Mettete insieme una combriccola di borghesi che si annoiano a morte, e il gioco è fatto. L’unica cosa che conta è divertirsi, litigare per divertirsi, viaggiare per divertirsi, divertirsi per non morire.

Come va a finire lo sappiamo già, lo sappiamo subito: non ci resta che aspettare, che assistere incantati al labirinto di eventi, scoppi, musiche e capitomboli che il gioco del teatro regalerà. La cagnotte è un capitombolo continuo, un esercizio per funamboli senza filo.
E il pubblico dove si mette? Assiste incredulo alla crudele commedia della vita, vede restituita sulla scena la clowneria stanca e rituale delle chiacchiere, delle risate, degli stratagemmi e delle trappole che come poveri uomini ordiamo alle spalle dei nostri simili, alle spalle di noi stessi.
La regia della piece è di Claudio Orlandini, direttore artistico del Comteatro; Gipo Gurrado e Piro sono gli autori delle musiche originali. Vittoria Papaleo e Rossella Annicchiarico firmano le scene e i costumi, mentre Beatrice Cammarata cura il trucco e Fausto Bonvini le luci.
I personaggi e gli interpreti sono: Champbourcy, il padre: Antonio Brugnano; Bianca Champbourcy, la figlia: Cinzia Brogliato; Leonida Champbourcy, la zia: Carola Boschetti; Colladan: Riccardo Dell’Orfano; Cordenbois: Umberto Banti; Felice Reanaudier : Michele Clementelli; Beniamino: Enrico Ballardini;
Silvano Colladan: Michele Clementelli; Commissario Béchut: Michele Clementelli; Cocarel: Enrico Ballardini.
La Cagnotte vide la luce nel 1864, nel cuore del Secondo Impero – epoca di benessere economico, prestigio politico internazionale, prosperare dell’industria, del commercio e della produzione agraria – e nel bel mezzo del periodo d’oro del suo autore: Eugene Labiche, il notissimo commediografo francese nato a Parigi nel 1815, che tra il 1850 e il 1870 conobbe un ventennio di fortunatissima attività letteraria. Allora conquistò grande fama come autore di vaudevilles, e in Francia è tuttora uno tra gli autori più rappresentati di sempre, insieme ai solenni nomi dei più illustri drammaturghi d’oltralpe. Produsse un significativo numero di opere, all’incirca 174, tant’è che il 28 febbraio 1880 venne eletto membro dell’Académie Française. Morì nel 1888; fu sepolto nel cimitero di Montmartre.
Il Vaudeville è un genere teatrale nato in Francia alla fine Settecento; Il Theatre du Vaudeville, primo teatro di gran successo in cui venivano rappresentati i vaudevilles, risale al 1792; dagli anni ’80 dell’Ottocento fino agli anni ’20 del Novecento, conobbe fortuna anche in Nord America e si trasformò, via via, nel moderno spettacolo di varietà. Divenne di gran tendenza a Berlino, tra il 1930 e il 1945, grazie a locali entrati nel mito: primo fra tutti il Titania Palast. La sua popolarità declinò con l’arrivo dei film sonori e della radio. Oggi, con questo termine, indichiamo commedie briose in cui alla prosa vengono alternate partiture musicali, composte da canzoni create su arie conosciute.

L’origine del termine è dubbia; pare derivare dall’espressione voix de ville: voce della città; oppure da Vau de Vire, una valle della Normandia in cui erano in voga canzoni a contenuto sociale. Il termine, tuttavia, era già impiegato sin dal XV secolo: indicava una canzone, magari eseguita in scena, spesso di contenuto satirico.
La critica dell’opera di Labiche è concorde nell’osservare un’affinità particolare tra l’autore, i suoi personaggi e il suo pubblico: appartengono tutti alla stessa classe sociale, la media borghesia. Certamente Labiche non perde mai il contatto con le sue origini e tutto il suo Teatro ne risente brillantemente; è, soprattutto, un acuto osservatore e un abile ritrattista: disegna delle caricature, buffe, esagerate, crudeli; è mosso dallo stesso atteggiamento satirico con cui guarda alla società del suo tempo, frivola e ambigua.
In Labiche anche le situazioni, i contesti, le complicazioni diventano personaggi; ne La Cagnotte persino gli ambienti lo sono: un salotto borghese di provincia, un ristorante parigino, un commissariato di polizia, un’agenzia matrimoniale. I personaggi, inoltre, ci appaiono a compartimenti stagni: da un lato la virtù, dall’altro il vizio; da una parte la sincerità, dall’altra la menzogna; su di un piano ciò che si è, su un altro ciò che si vuole apparire.
Nessun personaggio è mai unitario, ecco perché gli “a parte” sono fondamentali nella sua opera: portano luce sugli aspetti segreti e intimi dell’animo dei personaggi, che sono lucidissimi, hanno sempre il controllo della situazione e non si lasciano mai andare. La passione non esiste, così come l’amore: esistono solo le peripezie, il rocambolesco rincorrersi, il mirabolante gareggiare l’un con l’altro.
La costruzione delle scene è caratterizzata dal medesimo sistema: ogni personaggio è in continuo esercizio d’equilibrio; tenta in tutti i modi di tessere trame e trappole per farla franca ed è perennemente in gara per mandare fuori pista l’avversario. Tutto ciò è realizzato con grande precisione, maestria, seppur con leggerezza e ritmo; lo stesso autore afferma: “… Una commedia è come un animale con mille piedi e dev’essere sempre in movimento. Se rallenta, il pubblico sbadiglia; se si ferma, fischia.”
I personaggi sono tutti modesti, intellettualmente, economicamente e persino moralmente, come ne La Cagnotte: provinciali in visita alla Capitle. E di conseguenza anche gli avvenimenti non hanno nulla di speciale né di eccezionale: si tratta di amoretti, fatterelli quotidiani, vicende da interno di famiglia.