La polemica fra Romina Power e Popi Minellono è diventata ormai molto più grande delle intenzioni dei suoi stessi protagonisti. Quella che era nata come una battuta di Romina nel podcast di Cattelan è stata montata dai social fino a toccare toni aspri, discussi anche a La volta buona su Raiuno, dove è stato ospite Minellono che non le ha mandate a dire alla cantante.
In breve, Romina Power ha ammesso: “Le canzoni che canto con Al Bano non fanno parte del mio gusto musicale, le ho sempre cantate perché piacevano alla gente. Come fai a non amare il momento in cui, nei concerti, tutti cantano Felicità? Io però, Felicità non volevo nemmeno cantarla perché mi sembrava banale”. I social insorgono, i media se ne interessano. Replica di Minellono (autore del testo): “Romina ha fatto un clamoroso autogol, ha tradito il suo pubblico. Sputa sul piatto su cui ha mangiato. Felicità le ha dato soddisfazioni guadagni inimmaginabili per oltre quarant’anni. Solo nell’ultimo anno Felicità sul web ha avuto 3 miliardi di visualizzazioni”.
L’Italia si divide, ma nemmeno troppo. Sono quasi tutti dalla parte di Minellono, nonostante Romina abbia poi provato a correggere il tiro, sottolineando come etimologicamente la parola “banale” significhi “comune, neutro”. Niente di offensivo insomma. In effetti è come dice Romina Power, ma provare a imbonire di cultura chi commenta sui social è come tentare l’impresa più impossibile della vita.

L’affermazione di Romina Power ha suscitato scalpore, ma forse ci si dimentica di quanti hanno ironizzato su quella Felicità con un bicchiere di vino con il panino, in questi 45 anni. Non c’è dubbio che il segreto della canzone sia proprio la sua spensieratezza, la leggerezza del testo, che non ha mai avuto l’esigenza di raccontare un messaggio particolare. Non una storia d’amore come Ci sarà o Oggi sposi, non una denuncia sociale come Cara terra mia, non un brano di emozioni come Nostalgia canaglia: Felicità è da sempre uno dei brani più amati dal pubblico perché lo si canta senza impegno. Un brano assolutamente evocativo nella sua natura testuale e melodica. Tuttavia, le parole sono senz’altro di tenore diverso da quelle dei brani citati sopra o di Libertà o Angeli, per citare sempre successi di Al Bano e Romina.
Non c’è da stupirsi pertanto se la Power ha ammesso che all’inizio non credeva in quella canzone: la storia è piena di pezzi che rischiavano di non sbocciare a causa della mancata convinzione dei suoi interpreti (Sinatra con My way, L’arcobaleno di Celentano, Canzoni stonate di Morandi e la lista potrebbe proseguire a lungo). Di cantanti che odiano il brano con cui sono conosciuti ovunque e a cui devono rendere grazie è piena la lista: se chiedevi ad Ambra Angiolini di cantare T’appartengo, fino a pochi anni fa, apriti cielo, perché voleva slegarsi dall’immagine di Non è la Rai. Poi i social hanno rivalutato il brano, sono tornati introiti economici, e ora ecco la Angiolini cantare quell’inno trash anni ’90 a squarciagola con la figlia anche al Pride.
Romina ha semplicemente affermato che la canzone le pareva banale, appunto “comune, neutra”. Difficile darle torto. Forse la Power si poteva risparmiare la generalizzazione aperta a tutte le canzoni interpretate con Al Bano, parlando di un gusto personale diverso, ma è stata onesta. In fondo è sempre stata amata dal pubblico per la sua schiettezza. Per carità, Felicità la cantiamo tutti con entusiasmo, è un inno italiano all’estero e l’anno scorso ha raccolto 3 miliardi di visualizzazioni: ne siamo contenti. Anche Gangnam Style fece numeri pazzeschi, ma non è certo una poesia di Proust…
Massimiliano Beneggi