Martedì 24 febbraio 2026, alle ore 19.30, debutta al Teatro Gobetti di Torino, Mirra la celebre tragedia di Vittorio Alfieri, adattata e diretta da Giovanni Ortoleva. Saranno in scena Marco Cacciola, Monica Demuru, Marco Divsic, Mariangela Granelli, Lorena Nacchia. Le scene sono di Federico Biancalani, i costumi di Aurora Damanti, il light design di Massimo Galardini.
Musiche e sound design sono di Pietro Guarracino in collaborazione con Davide Martiello.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro Metastasio di Prato e dal Teatro Stabile di Torino – Teatro
Nazionale, resterà in scena per la stagione in abbonamento del TST fino a domenica 1 marzo.


La principessa Mirra, figlia dei regnanti di Cipro, è stata condannata da Venere a scontare una pena atroce: innamorarsi del proprio padre, il Re Ciniro. Nel giorno in cui devono celebrarsi le sue nozze con Perèo, principe di Epiro, l’adolescente tenterà in ogni modo di far fede al suo impegno; ma gli Dèi hanno previsto ben altro per lei.
Ultima delle tragedie di Alfieri pubblicata in vita, Mirra è un testo sconcertante. Pubblicata nel 1786, ha al suo centro un tema che ancora oggi ci colpisce in modo inaspettato, essendo
l’incesto forse l’ultimo tabù rimasto alla nostra società. In questa tragedia, Alfieri compie uno scarto netto rispetto a tutta la sua produzione, non mettendo al centro della storia un
personaggio titanico e la sua lotta eroica contro la società che lo circonda, ma il conflitto
interiore di una ragazza adolescente. Lo scontro si sposta dentro il soggetto, nella psiche, e
arriva allo spettatore attraverso il linguaggio, luogo dove avviene la vera battaglia che agita
Mirra. E dove avvengono le ulteriori rivoluzioni di Alfieri: le espressioni magniloquenti che
erano state protagoniste della sua produzione tragica qua sembrano girare a vuoto,
trasformarsi in pura convenzione.

Insomma “una tragedia borghese”, come il romanzo di Morselli che proprio in un rapporto incestuoso tra padre e figlia trovava il suo centro.
Messa in scena l’ultima volta nel 1987 da Luca Ronconi, al Teatro Carignano, Mirra torna, dopo una mancanza di quasi quarant’anni, per la regia di Giovanni Ortoleva, regista fiorentino classe 1991, recentemente insignito del Premio ANCT per la Regia, che ha deciso di affrontarla senza alterarne il testo, ma valorizzando la ricchezza della lingua alfieriana per portarla vicino alla pelle e ai sensi dello spettatore.


Così il regista Giovanni Ortoleva:
«Povera tradizione italiana. Diventata suo malgrado sinonimo di noia, arretratezza, reazione.
Forzata a diventare qualcosa che non è mai stata: un canto autoritario a valori che non ci sono mai appartenuti. In quest’epoca in cui agli artisti e alle istituzioni è chiesto di tornare alle “nostre tradizioni”, lo studio del nostro patrimonio culturale diventa una necessità, un atto politico. Per difenderla dalle stupide falsità che su di lei vengono dette, e restituirle la sua ricchezza, la sua forza perturbante, il suo potere rivoluzionario. I “nostri grandi poeti” hanno costruito sublimi giardini del linguaggio, è vero, ma hanno anche fatto detonare le nostre convenzioni con esplosioni non meno sublimi. La Tradizione non è una terra pacifica.
Mirra, di tutto questo, è un esempio perfetto. Quella della ragazza condannata dagli Dèi a
innamorarsi del padre non è “solo” una storia tragica, ma una punta di coltello con cui aprire il meccanismo familiare, mostrando gli ingranaggi di questa sacra istituzione in tutta la loro
umana mediocrità. Il linguaggio alto e lirico dei genitori, Cecri e Ciniro, si dimostra più volte
pura cerimonia, convenzione borghese con cui gli adulti raggirano e manovrano i giovani, quasi come in un Romeo e Giulietta nostrano; e proprio come Giulietta, Mirra è una giovane
campionessa del linguaggio, con cui instaura una battaglia che si estende per tutta la durata
del testo, piegandolo, deformandolo, dicendo la verità per dire costantemente altro.
Alfieri, in un certo senso, è il nostro Shakespeare, per il tentativo che lo accomuna al bardo di Stratford di creare un teatro alto ma non puramente letterario, poesia che diventa fatto
scenico. Un tentativo che nella gran parte dell’opera di Alfieri, va detto, si è rivelato
fallimentare, ma che trova in Mirra una grandezza e compiutezza sorprendenti.

Foto Giulia Lenzi

L’adolescente si muove in questa famiglia pre-borghese in un equilibrio tra furore, follia e gioco recitativo che costituisce un unicum nella letteratura teatrale forse non solo italiana, ma internazionale. Una Amleto, privata dei giochi del principe di Danimarca ma tenuta in un dialogo costante e spaventoso con gli Dèi. Una grande figura femminile che merita di nuovo, a mio parere, la scena.»

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