Festival di Sanremo 2026 cominciato con risultati di audience più bassi rispetto all’edizione scorsa. Tre milioni di spettatori in meno, addirittura il 7% di share in meno (parliamo comunque di numeri importantissimi, perché la prima serata di ieri ha tenuto incollati su Raiuno 9 milioni e mezzo di persone, ossia il 58% dell’utenza con la televisione accesa).
A cosa è dovuto il calo? Semplice: al cast. Era prevedibile che con un cast senza i superbig del momento, si perdesse qualche spettatore. Le canzoni belle non mancano e Carlo Conti è stato bravissimo anche quest’anno a selezionarle, nonostante in tanti grandi cantanti avessero appunto declinato l’invito. Tuttavia la storia insegna sempre che se quando si rasenta il fondo si può solo risalire, quando si arriva a una vetta la strada a cui si è destinati è quella opposta. Era quindi da attendersi che, dopo tanti anni di crescita, si tornasse a un calo, specie nell’edizione boicottata da alcuni grandi cantanti e contrastata da una programmazione più forte sui canali rivali.

Vediamo però cosa ha funzionato e cosa meno della prima serata.
Carlo Conti è sempre lui: sbaglia un congiuntivo in partenza, a volte fa troppo lo spiritoso, ma rimane misurato, gentile, condottiero vero, capace di prendere in mano la situazione e accompagnare la trasmissione anche da solo. Quest’anno invece ha voluto al suo fianco, fissa nel ruolo, Laura Pausini, vera rivelazione.
Non è la Pausini dell’Eurovision Song Contest 2022, che voleva a tutti i costi essere al centro dell’attenzione. Si dimostra brava, simpatica e padrona della situazione. Professionale e capace. Persino meglio di Conti, che insiste inutilmente sulla sua z da romagnola (peraltro nemmeno così accentuata) e che prova a metterla in difficoltà quando dice una cosa suscettibile di doppio senso. Non se ne sarebbe accorto nessuno se non fosse stato sottolineato da Conti. In quel caso la Pausini va oltre e, accortasi delle risatine del collega, chiede anzi scusa al pubblico: “Siamo seri perché è una gara seria. Scusatemi”. Parola di una che il Festival lo conosce bene e sa quanto sia importante non perdersi in chiacchiere prima che un cantante si sta per esibire.
Can Yaman è il solito bello che non sa condurre: nel suo caso diventa difficile anche pensare che sappia recitare, ma sono dettagli. L’omaggio a Sandokan è inutile e soprattutto dura ancora più di quello a Baudo, per il quale speriamo ci sia qualche momento di vera emozione nei prossimi giorni, perché il grande presentatore non può essere celebrato solo in quell’ingresso con la sua voce registrata. Si può fare decisamente di meglio.
Inspiegabile la scelta di Gaia superospite, perché non ha certamente fatto la storia dello scorso Festival pur figurando bene; stucchevole quella di Tiziano Ferro, che continuiamo a subire di tanto in tanto come uno di casa a Sanremo, nonostante non abbia mai avuto il coraggio di partecipare in gara. Bene Max Pezzali: ma in un Festival di 30 canzoni era necessario?
Si finisce davvero troppo tardi: non si dica più che Conti è più veloce rispetto ad Amadeus. Gli è bastata un’edizione per allungare il brodo. Speriamo si recuperi già questa sera: la prima è sempre la più particolare, interessante musicalmente e noiosa nella conduzione per forza di cose.
Massimiliano a beneggi