La serata cover del Festival di Sanremo 2026 viene vinta da Ditonellapiaga e Tony Pitony con The lady is a tramp. Secondo posto per Alex Britti e Mario Biondi (Hit The road Jack), terza posizione ad appannaggio di Arisa con Quello che le donne non dicono.

Ecco le nostre pagelle della serata che finisce all’1.40, con un Alessandro Siani decisamente sottotono (e inspiegabilmente sparito prima della fine della serata senza salutare il pubblico):

Elettra Lamborghini e Las Ketchup, Aserejè: Elettra perfettamente a suo agio nella musica scanzonata. Senza modificare nulla dell’originale, è lei la vera protagonista della cover, superando persino le stesse Las Ketchup che lanciarono il tormentone 26 anni fa. Averne di entusiasmo contagioso come il suo. Il brano non era un testo di Proust quando debuttò, continua a non esserlo oggi. Voto 6,5

Eddie Brock e Fabrizio Moro, Portami via: uno dei brani più intensi di qualche Festival fa. Troppo Moro per Brock, che canta ma non interpreta come l’autore originale. La canzone è ancora potentissima, il featuring no. Voto 5,5

Mara Sattei e Mecna, L’ultimo bacio: lei sa dare ulteriore magia a questo pezzo con personalità, lui rappa dando una veste diversa a una canzone nel cuore di molti. Atmosfera celestiale quando canta Mara. Voto 7

Patty Pravo e Timofej Andriashenko, Ti lascio una canzone: ormai Patty non va dritta nemmeno su mezza nota. Lodevole e tenero il suo omaggio all’amica Ornella, ma vocalità fuori misura. Voto 4,5

Levante e Gaia, I maschi: le due riprendono il vecchio successo di Gianna Nannini ma non tutte e due riescono a graffiare  come richiede questa famosa melodia. Più convincente Levante di Gaia, che in effetti è più grintosa, sensuale e quindi credibile per una canzone così. Voto  6,5

Malika Ayane e Claudio Santamaria, Mi sei scoppiato dentro il cuore: chiunque abbia pensato di fare cantare un brano di Mina a Santamaria deve avere un Daspo ed essere bandito dai negozi di dischi e dai concerti. Malika si propone con la sua consueta voce inconfondibile, ma per giochi probabilmente manageriali si è trovata costretta a fare uno dei duetti più strani di tutta la vita. Voto 6

Bambole di Pezza e Cristina D’Avena, Occhi di gatto: l’idea è apprezzabile, sebbene niente di nuovo per chi conosce Cristina nei suoi live in cui si propone spesso in versione rock. Bell’effetto nostalgia. Stiamo comunque parlando della sigla di un cartone animato: come si può pensare di mettersi a confronto con brani della storia della canzone d’autore italiana? Voto 6

Dargen D’Amico, Pupo e Fabrizio Bosso, Su di noi: un arrangiamento pazzesco, avvolgente e coinvolgente, con un Pupo scatenato è un trombettista come Bosso straordinario. Non convince fino in fondo la scelta di usare inserti rap, infarcendo comunque la canzone di bei messaggi sociali. Voto 8

Tommaso Paradiso e Stadio, L’ultima luna: grintosi, rock, veri, intensi. Quando dieci anni fa gli Stadio cantarono Dalla nella serata delle cover conquistarono il successo finale. Paradiso sembra fuori dai superfavoriti: e se ora cambiasse qualcosa? Prova eccellente. Voto 8

Michele Bravi e Fiorella Mannoia, Domani è un altro giorno: duetto senza modifiche essenziali al brano originale. Entrambi con voci inconfondibili, fanno un omaggio alla Vanoni come si deve, crescendo di intensità e convincendo. Voto 7

Tredici Pietro e Gianni Morandi, Vita: meno male che non voleva supportare il figlio. Gianni sale persino sul palcoscenico a cantare con lui, che gli rovina la storica canzone rappando. Ne emerge un brutto duetto. Voto 6

Maria Antonietta e Colombre e Brunori Sas, Il mondo: andava tutto bene nell’interpretazione a tre voci, fedele e pulita fino a che Maria Antonietta non ha iniziato a recitare frasi con cui ha modificato uno dei pezzi più iconici della nostra musica. Senza quel momento, sarebbe stata una delle cover più corali e più belle di sempre. Voto 7

Fulminacci e Francesca Fagnani, Parole parole: versione a ruoli invertiti, dove a recitare è la voce femminile. Peccato che nel caso di Mina recitava un attore come Alberto Lupo. Fagnani fa persino fatica a leggere sul gobbo. Fulminacci con questa scelta rischia di perdere la credibilità che ha ottenuto in questi giorni con il suo pezzo in gara: trattare certi brani con una leggerezza come se fossero barzellette, è irrispettoso. Voto 5

LDA e Aka7Even e Tullio De Piscopo, Andamento lento: energia allo stato puro, entusiasmo, talento autentico. Vedere Tullio suonare la batteria è sempre un’emozione. Perché non lo vediamo in gara dal 1993? Che sia solo un antipasto per fargli rivivere quella adrenalina totalmente. Voto 8

Raf e The Kolors, The Riddle: praticamente perfetti, non sbagliano nulla in una esecuzione meravigliosa. Al Festival della canzone italiana, però, dovrebbero impedire di cantare in lingua straniera, anche se è la serata delle cover. Con tutte le belle canzoni che abbiamo, possibile che si debba pescare all’estero? Un punto in meno per questo. Voto 7,5

J-Ax, Cochi Ponzoni, Paolo Jannacci, Paolo Rossi, Ale e Franz, E la vita la vita: si dà un messaggio rinnovato e più importante in questo bell’omaggio di J Ax alla sua città con diversi artisti meneghini. Forse quello che canta meglio è proprio J- Ax ed è tutto un dire, ma si respira molta allegria ed entusiasmo intorno a una Milano che forse non era mai stata rappresentata così espressamente a Sanremo. Emozionante vedere lì Cochi. Voto 7

Ditonellapiaga e Tony Pitony, The lady is a tramp: grande attesa per la presenza di uno dei fenomeni musicali del momento. Jazz, ironia, sensualità e danza in questo duetto studiato nei dettagli e destinato a diventare iconico. Vale lo stesso discorso fatto per Raf. Voto 7,5

Enrico Nigiotti e Alfa, En e Xanax: un pezzo di nicchia, scelto dal repertorio di Samuele Bersani. Cantano bene, ma anche in questo caso non si rinuncia a un pezzo recitato per aggiungere significato al testo: perché? Vuol dire screditare in qualche modo chi ha scritto il brano. Duetto non indimenticabile. Voto 6,5

Serena Brancale, Gregory Porter e Delia, Besame mucho: altra canzone straniera, altra occasione sprecata di sfruttare il palcoscenico per omaggiare la nostra musica. Bene Brancale-Porter, debole Delia. C’è troppa lentezza in questa performance che toglie ritmo alla serata. Voto 6,5

Sayf, Alex Britti e Mario Biondi, Hit The Road Jack: quando Biondi ha partecipato in gara a Sanremo si è classificato in fondo alla classifica, mentre Britti l’ultima volta fu praticamente ignorato da giuria e critica. Ora si ripresentano e vengono presentati come fuoriclasse assoluto: le stranezze di Sanremo. Bella performance corale che richiama i jazz degli Aristogatti, Sayf decide però di strafare ed esagera. Voto 6,5

Francesco Renga e Giusy Ferreri, Ragazzo solo ragazza sola: bel duetto su un pezzo non particolarmente conosciuto, che quindi sarà ignorato dai più anche nei prossimi giorni. Impeccabili comunque. Voto 8

Arisa e Il Coro del Teatro Regio di Parma, Quello che le donne non dicono: prevedibile emozione con una delle più grandi interpreti di sempre, capace di cominciare a cappella. Magica. Non rovina nemmeno il finale e lascia il testo originale di Ruggeri, “Ti diremo ancora un altro si”. Emozionante, da pelle d’oca. Con buona pace della Mannoia, ecco la migliore versione mai sentita. Voto 9

Samurai Jay, Belen Rodriguez e Roy Paci, “Baila Morena”: ritmo fortissimo, forse un po’ caotico. L’eleganza e il talento canoro di Belén non bastano per questi casinari. Non c’è confronto con la versione di Zucchero. Alla fine Samurai è interessato solo a ringraziare i suoi collaboratori, ma non Belen e Roy Paci: bella riconoscenza. Voto 5

Sal Da Vinci e Michele Zarrillo, Cinque Giorni: Sal bravissimo a cantare i suoi pezzi e quelli della tradizione neomelodica, fatica sin dalle prime note in questo brano dove Zarrillo fa capire subito come si interpreta. Purtroppo qui Da Vinci non è nel suo stile più congeniale e appare limitato. Voto 6,5

Marco Masini e Fedez e Hauser, Meravigliosa creatura: il modo con cui Fedez vuole personalizzare i brani più famosi, rappando testi autoreferenziali che rovinano le canzoni, sta diventando stucchevole. Eccezionale Masini, peccato debba accompagnare Fedez in versioni terapeutiche poco interessanti. Voto 6

Ermal Meta e Dardust, Golden Hour: Per l’ennesimo brano in lingua inglese della serata, Ermal sfodera i suoi migliori acuti in falsetto emozionando in un crescendo di intensità. Si guadagna l’applauso prima che finisca l’esibizione. Canzone, tuttavia, non così popolare da risultare coinvolgente. Voto 7

Nayt e Joan Thiele, La canzone dell’amore perduto: la cantante più dimenticata della scorsa edizione insieme a uno dei più anonimi di quest’anno. Insieme cantano bene De Andrè, provocando una bella emozione nel contrasto di voci maschile e femminile. Il meglio però arriva solo nel ritornello, sottovalutando le strofe Voto 7

Luchè e Gianluca Grignani, Falco a metà: la smania di rovinare tutto con un rap non risparmia nemmeno questo brano, che già di per sé non era certo il più bello di Grignani. Si era più che altro curiosi di vedere se si fossero incrociati Grignani e Pausini, dopo il litigio di qualche mese fa finito in tribunale: lei presenta professionalmente, lui non la guarda in faccia e poi fa la battuta chiedendo se nel bouquet di fiori ci sia il numero di Laura per poterla chiamare. Esibizione comunque dimenticabile, anche perché Gianluca vuole andare oltre il suo potenziale. Voto 5 

Chiello e Saverio Cigarini, Mi sono innamorato di te: delicato come richiede questa canzone, tuttavia estremamente breve per poter essere apprezzata abbastanza. Voto 6,5

Leo Gassmann e Ajello, Era già tutto previsto: una bella cantata in coppia, senza però alcuna interpretazione. Quando Ajello decide di metterci la passionalità, distrugge tutto con uno dei suoi proverbiali acuti stonati. Voto 5

Massimiliano Beneggi

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