E’ in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino all’1 aprile, Miracolo a Milano (produzione Piccolo Teatro Milano) di Vittorio De Sica e Cesare Zavattini con la trasposizione teatrale di Paolo Di Paolo. Due atti, durata 185 minuti più intervallo. Ecco la recensione.
IL CAST
Lino Guanciale, Giulia Lazzarini, Daniele Cavone Felicioni, Diana Manea, Michele Dell’Utri, Mario Pirrello, Sara Putignano, Giulia Trivero. Regia di Claudio Longhi.

LA TRAMA
Lolotta è una signora anziana in fin di vita che nei suoi ultimi anni ha adottato Totò, un bambino trovato appena nato sotto a un cavolo del suo orto. Morta Lolotta, Totò patisce le difficoltà dell’orfanotrofio e, successivamente, si tuffa nella vita di città a Milano. Derubato della valigia, diventa amico del ladro Alfredo, con cui condivide generosità e una vita piuttosto umile. Totò insieme ad altri occupanti costruisce un villaggio di baracche per le persone che hanno perso tutto nei bombardamenti della guerra, fino a quando il proprietario del terreno non intima di abbandonare lo spazio, sotto al quale sarebbe nascosta una grande quantità di petrolio. Si ingaggia così una “battaglia” fra Totò, in difesa del popolo, e il prepotente proprietario terriero Mobbi: ad aiutare Totò è proprio Lolotta, che compare sotto forma di angelo e regala una colomba in grado di realizzare tutti i desideri…
LA MORALE
La bontà non è passiva, ma una forza capace di unire le persone e di ribaltare le convenzioni. La purezza e l’ottimismo di Totò si intrecciano forse con l’utopia di superare ogni tipo di oppressione, ma raccontano come gioia e condivisione regalino una grande dignità agli ultimi della società. Se ci mettiamo in ascolto con il cuore, possiamo sentire e vedere anche chi non c’è più fisicamente, ma ci accompagna costantemente nella quotidianità.

IL COMMENTO
Una favola piena di dolcezza e tenerezza, che verrà riproposta il 16 marzo allo Strehler anche nella versione cinematografica restaurata. Gli effetti scenici sono ancor più convincenti di allora, anche perché in effetti il pubblico guardava sul grande schermo qualcosa di registrato chiaramente in teatro: ecco quindi scope e colombe volare sopra il Duomo di Milano, sorprendendo gran parte della platea.
Purtroppo le migliori notizie finiscono qui. Non è mai facile trasporre un film a teatro e, nella maggior parte dei casi, il successo cinematografico rischia di esaltare le aspettative rendendo più complicato l’impatto sul pubblico. In parte è proprio quello che succede con Miracolo a Milano, dove la parte più bella resta la scenografia che si interseca con le immagini di una metropoli anni ’50 ormai inesistente e ben raccontata da De Sica.
La trama appare a tratti confusa, resa caotica da continui flashback e interazioni col pubblico scelte per giustificare alcune scene, ma che finiscono con l’appesantire la narrazione di una storia che invece ha molto da dire anche alle generazioni più giovani (e ce ne sono moltissime di scolaresche presenti in sala). Guanciale si deve alternare tra l’Io bambino di Totò e l’Io adulto popolano: finisce con il parlare sempre in un mezzo falsetto fastidioso almeno quanto il dialetto milanese che tutto è fuorché milanese. Peccato, perché la sua presenza scenica e la simpatia non si discutono e non si può certo prescindere dall’apprezzare che sia lui a reggere tutta la storia in un testo molto lungo. Apprezzabili le buone intenzioni, ma si cerca di strafare con una prima mezz’ora introduttiva davvero troppo lenta e forzatamente ironica.
IL TOP
Resta intatta la poesia fiabesca di Miracolo a Milano, anche grazie a effetti scenici che fanno respirare neve e nebbia e un grande romanticismo. Lazzarini vivace, perfetta: senza dubbio se c’è della magia in questa trasposizione teatrale è proprio grazie a lei. Tra attori e comparse che si alternano in vari ruoli, si contano una trentina di presenze sul palcoscenico: già entrando in teatro si viene accolti da alcuni personaggi tra le poltrone della sala, che fanno sentire vivo quel senso di condivisione e partecipazione in cui si cattura lo spirito della storia.
Massimiliano Beneggi