È uscito qualche settimana fa nelle sale “Io, noi e Gaber”, in esclusiva al cinema per tre giorni prima di essere trasmesso prossimamente sui canali Rai. La regia è di Riccardo Milani, uno dei registi più sensibili, un vero poeta della macchina da presa, che ha saputo raccontare con meravigliosa delicatezza anche il cantautore milanese. Il titolo potrebbe lasciare pensare a una certa autoreferenzialità, ma è tutto il contrario.
In quell’ “io” ci sono già direttamente il “noi” e lo stesso Gaber. Con straordinaria empatia e proprietà di linguaggio, il signor G ha rappresentato costantemente il popolo italiano, che in lui ha potuto identificarsi per tanti decenni. Compreso quell’ultimo capolavoro, uscito postumo di poche settimane dopo la morte del 2003, in cui affermava “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Segno di un grande orgoglio, esaltato non senza spirito critico per spronare verso un miglioramento della società. Ecco, Riccardo Milani mette in quell’”io” del titolo il sé bambino, che ha conosciuto attraverso la tv e gli spettacoli dal vivo l’inventore del teatro canzone nel nostro Paese. Lo fa elegantemente, senza mettersi in cattedra o porre un distacco dal resto degli spettatori. Riesce a raccontare Gaber per quello che era e continua a rappresentare: un artista inimitabile, fondamentalmente libero. Ma, soprattutto, lo tratta come doveva essere fatto già molto tempo prima: viene descritto quale iniziatore di un modo di fare spettacolo inedito fino a quel momento.

C’è nostalgia nel film, ma più ancora dispiacere di non potere più vivere un personaggio così moderno da sempre. Attraverso video introvabili, la narrazione fatta da Milani consente di vedere un documentario storico, romantico e divertente mai realizzato negli anni passati. Gaber emerge così come un simbolo non solo milanese, ma propriamente italiano. Un cantautore lungimirante tanto da sapere fare lui il passo indietro, per lasciare la centralità alla moglie Ombretta non appena approdata in politica. Oggi sembra tutto scontato ma nel 1995, quando la Colli entrò tra le file di Forza Italia, un gesto come quello di Gaber apparteneva solo a persone all’avanguardia. O a Signori con la S maiuscola. Il Signor G era entrambi.
Davvero intenso e delicato l’omaggio che fa Riccardo Milani, con la cura di un fan e l’occhio attento che solo un regista può offrire. Peccato solo che cada anche lui in un tranello di cui siamo schiavi da sempre: identificare la voglia di libertà solo con gli scioperi sessantottini e le lotte di classe comunista. Arte compresa. Così il docufilm concentra le interviste quasi unicamente su personaggi notoriamente schierati a sinistra. Da Fabio Fazio a Claudio Bisio, passando per molti altri (compreso persino Pierluigi Bersani!), gli interventi degli ospiti nella pellicola sono praticamente a direzione unica. Non fanno monologhi politici, piuttosto avallano l’attenzione sociale di Gaber: certo che se a farlo sono solo personaggi di una certa fazione, non si fa un servizio completo e c’è odore di un messaggio subdolo che crea scetticismo. Parliamoci chiaro: si cade ancora una volta nella tentazione di affiancare Gaber a un’ideologia di sinistra, etichettandolo come un simbolo di una certa cultura. No, Gaber era come detto un uomo libero e indipendente da ogni tipo di etichetta politica. Ed era proprio questa la grande ed elegante forza di un uomo che non aveva bisogno di cercare lo scontro con qualcuno, per far sì che si potesse creare un’empatia con qualcun altro. Gaber si identificava (e continua a farlo a vent’anni dalla sua morte) unicamente con la cultura italiana. Possedeva, però, una genialità a cui siamo talmente poco abituati da non riuscire a resistere alla tentazione di identificarlo con una fazione politica ben precisa. Eppure non era di destra o di sinistra e lo affermava fieramente in più occasioni.

Come quella volta in cui disse in monologo: “Non mi piace la sinistra, ma mi fa schifo fisicamente la destra”. O ancora, quando realizzò il brano Destra-Sinistra in cui metteva alla berlina gli stereotipi sulle fazioni politiche. La canzone divenne una delle sue più simboliche, anche perché rispondeva all’annosa questione circa la sua fazione politica. Per quelli che ancora non si erano rassegnati a comprendere il suo messaggio, infatti, iniziava così: “Tutti noi ce la prendiamo con la storia ma io dico che la colpa è nostra. È evidente che la gente è poco seria quando parla di sinistra o destra”. E chiudeva con un “Ma basta” finale, di uno che non ne poteva più di tante etichette.
Gaber è uno che ci ha insegnato fino all’ultimo l’amor di patria (perché in “Io non mi sento italiano” precisava infine “Ma per fortuna lo sono”).
Non ci ha mai insegnato tuttavia a essere di una parte o di un’altra. Altrimenti non avrebbe mai potuto cantare la libertà con un brano divenuto un autentico manifesto. Perché dunque politicizzare sempre tutto, assegnando uno schieramento mai esistito?
Gaber era ed è di tutti, benché la sinistra voglia fare apparire la cultura sempre a suo appannaggio, mostrandolo quasi come uno dei più accaniti sostenitori delle idee marxiste. Senza contare che Ombretta Colli entrò in politica con Forza Italia (quindi tanto estremista bolscevico Gaber non poteva essere, se accettò di buon grado quel passo della moglie): fu l’occasione in cui tornò a votare dopo decenni di astensione al voto.
Il signor G ha raccontato con ironia i vizi della società italiana sin dai tempi della democrazia Cristiana fino all’epoca dei governi di Prodi e Berlusconi, senza mai focalizzarsi sul ruolo della politica. Sottolineava le ingiustizie sociali e giudiziarie, ma coi parlamentari (di qualunque colore fossero) si limitava a spronarli per migliorare i problemi: nessun consiglio non richiesto. Mai un insulto. Questa smania della sinistra di arrogarsi certi personaggi di cultura (accade da sempre anche con De André) solo perché sono sempre stati dalla parte de popolo, sta diventando stucchevole. E purtroppo è il modo più rapido per far sì che i giovanissimi non si avvicinino nemmeno a certi cantautori, identificandoli come schierati. Dobbiamo invece ricordare, mantenendo viva la memoria per quante più generazioni possibili.
Il Signor G era ed è di tutti. Ha sempre voluto esserlo: non confondiamolo con altri cantautori (pur bravissimi) che hanno sempre insistito per appartenere a una precisa parte politica escludendo un’altra fetta di pubblico. La forza di Gaber era parlare alla società, della società: non dimentichiamolo mai.
Massimiliano Beneggi