Per gli appassionati della serie tv Un professore, Pia Engleberth è ora conosciuta e amata dal pubblico per il ruolo di Virginia, ossia la mamma di Dante, l’insegnante interpretato da Alessandro Gassmann nella popolare fiction, ora disponibile anche su Netflix oltre che su RaiPlay.
Il curriculum di Pia Engleberth, però, è uno di quelli che difficilmente possono essere vantati da un’attrice. Tante le sue interpretazioni cinematografiche (Il capitale umano, Anni felici, Un fidanzato per mia moglie, Un giorno devi andare, Ti ricordi di me?, La verità vi spiego sull’amore ecc), molte le fiction a cui ha preso parte (Il Paradiso delle signore, L’allieva, 1992, e ancora prima Finalmente soli, Il mammo, Belli dentro).

Attrice versatile, delicata e ironica, capace di risultare credibile tanto in scene comiche quanto in quelle più intense, Pia Engleberth ha iniziato la sua carriera a teatro con Giorgio Strehler. A fine anni ‘80 ha dato vita al trio comico Sorelle sister, con Lucia Vasini e Daniela Piperno. Oggi, pronta a tornare presto nei panni di Virginia in Un professore, vorrebbe cimentarsi anche in qualcosa di diverso. In una chiacchierata ce lo racconta.
Pia, cominciamo dal fatto che tu sei anzitutto una attrice di teatro ormai da anni prestata alla tv (e al cinema). Allora si possono ancora fare prodotti di qualità sul piccolo schermo, con attori veri.
Basta volerlo e si fanno. A dire la verità, per una produzione che voglia affermarsi e distinguersi diventa anche un obbligo puntare sempre più in alto. C’è una competizione di piattaforme di tutti i tipi: chi non cerca la qualità, sia da un punto di vista della sceneggiatura che nella scelta de attori, rischia di perdere immediatamente pubblico.
Tu hai cominciato molto giovane col teatro.
Ero al primo anno di università. Mi ero iscritta a filosofia, che mi piaceva molto ma al tempo stesso mi dava un senso di inadeguatezza. Mi sembrava di limitarmi e isolarmi individualmente nel solo pensiero: io venivo da una famiglia vivace, amavo cantare. Mi chiedevo cosa avrei fatto nella vita studiando filosofia: chiudermi nella torre d’avorio a pensare non sarebbe stato il mio progetto di vita. Casualmente incrociai la scuola di arte drammatica di corso Magenta e lì mi innamorai del fatto che col teatro si usa corpo, voce, fantasia. Insomma, si gioca ma in modo serio.
Così abbandonasti gli studi di filosofia, per non smettere di giocare anche da adulta.
Ingmar Bergman nel libro La lanterna magica scrive: “Fin da piccolo ogni giorno entravo in una stanza e pensavo a inventarmi un gioco nuovo. Col teatro ho continuato per tutta la vita”. Ecco, mi ritrovo molto in questa affermazione.

Sei arrivata già in età adulta al cinema, ma da giovane non avevi l’ambizione del grande schermo o della popolarità televisiva?
No, ho fatto la scuola del Piccolo con Strehler e, poiché sono nata con una mainstream teatrale, non mi avrebbero mai staccato da lì. Il teatro è da sempre la mia emozione: non mi interessava fare cose televisive o cinematografiche. Il cinema lo trovavo troppo difficile nel modo di girare le scene: si comincia con una scena, poi si passa alla fine, quindi si torna indietro…
Troppo complicato per una che inizia.
Volevo capire bene il mestiere e solo quando mi fossi sentita sicura di saperlo fare a memoria mi sarei spinta oltre. Oddio, a memoria si fa per dire, perché poi anche quello dell’attore ogni volta è un lavoro di approfondimento e scoperta, anche quando si tratta di produzioni più semplici e leggere come mi è capitato di fare.
Parliamo di Un professore. Togliamoci subito il dubbio: ci sarà la terza serie?
Certo, la già scrivendo!

Nella prima serie c’era la regia di Alessandro D’Alatri, purtroppo scomparso anzitempo. Chi ricordo ha di lui?
Una persona splendida e geniale. Anche lui veniva dal teatro: amavo il suo modo di osservare e dirigere non usando solo un atteggiamento tecnico, ma vivendo la scena e l’emozione, lasciando grande libertà. Ho sofferto molto per la sua perdita: c’era grandissimo affetto tra noi.
L’impianto registico con Alessandro Casale, nella seconda serie, è rimasto tutto sommato quello impostato da D’Alatri.
Sono due persone professionalmente ineccepibili, anche se diverse tra loro. Direi che i risultati, però, in effetti sono stati gli stessi. All’inizio ci siamo dovuti studiare un po’ con Casale, come normale che sia in questi casi. Eravamo un gruppo già rodato: non è mai facile entrare in una produzione importante con un cast già pronto, che sa di poter funzionare. Bisognava entrare nel feeling giusto, che poi abbiamo trovato. Come quando cambiano i professori in una scuola, col regista si crea una sinergia affettiva alla quale non si vorrebbe rinunciare.
In cosa sono diversi D’Alatri e Casale?
Casale è una persona più riservata, ma altrettanto attenta e rispettosa. In una scena, ricordo, mi toccò un braccio e subito si affrettò a dirmi disse “Scusa se ti ho toccato!”. Io sorrisi, perché per me era normale: il teatro è contatto.
E il personaggio Virginia, ex attrice di teatro, ora insegnante di recitazione coi ragazzi del liceo, racconta molto bene l’importanza del teatro anche in questa fiction. Ecco, cosa ti insegna il personaggio di Virginia?
Non è che mi insegni propriamente qualcosa, perché io mi sento un po’ come lei: non sono una persona punitiva o giudicante. Credo sia interessante la sua capacità di mantenere un certo livello di divertimento nonostante abbia avuto anche lei le sue disavventure emotive in passato. Ci può essere una matrice provata e dolorosa ma non dobbiamo rinunciare a fare esprimere anche quella solare e gioiosa, legata alla vita, che senz’altro c’è in tutti noi.
La scena più toccante di Virginia?
Quando racconta della morte del marito. Mi ha commosso molto anche interpretarla.
Quella più complicata? (ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER PER CHI NON AVESSE ANCORA VISTO LA SERIE)
In realtà è legata a un aneddoto divertente. Eravamo nelle ultime fasi della prima serie, ossia quando si scopre il segreto di Dante, che aveva avuto un figlio poi morto. Dovevamo girare alcune scene con due bambini gemelli: erano momenti di vita quotidiana, che comprendevano compleanni e diverse situazioni. I bambini arrivarono verso mezzogiorno: due terremoti, uno più scatenato dell’altro. In serata bisognava girare una scena drammatica notturna, in cui uno dei due bambini nel sonno stava male e noi ci spaventavamo: peccato non ci fosse verso di farli addormentare, questi piccolini erano vivacissimi, continuavano a giocare. Noi eravamo stanchissimi, loro svegli come grilli. Finalmente verso mezzanotte si addormentarono. Provammo a girare la scena in silenzio, camminando pianissimo senza fare rumore per non svegliarli. Gassmann si avvicinò come da copione al letto del bambino per toccargli la fronte e rivolgersi a me dicendo “È caldo, dobbiamo portarlo al pronto soccorso”. Non appena disse la frase, il bambino si svegliò e iniziò a urlare. Una giornata interminabile. Alla fine facemmo quella scena con l’altro bambino, che per fortuna non si era svegliato!
Com’è il rapporto coi colleghi?
C’è grande simpatia e sul set ci si perde in tante piacevoli chiacchiere con tutti. Per ognuno di loro ho un bel ricordo. In particolare ho legato molto con Claudia Pandolfi, Alessandro Gassmann, un attore completo e straordinario, di grande umanità. Lavorare al suo fianco è davvero stimolante. E poi Paolo Bessegato, che recita nel ruolo di Attilio, il professore di latino: attore bravissimo e simpaticissimo dal meraviglioso aplomb inglese.
E coi ragazzi?
Io ho girato fondamentalmente nella villa e ogni tanto a scuola, quindi ho avuto meno a che fare con loro, ma per quanto lo ho conosciuti che ho avuto conservo bellissime sensazioni. Si parla sempre male delle nuove generazioni, invece con loro posso parlare di giovani educati e preparati. Nicolas e Damiano sono bravissimi: due ragazzi deliziosi che mostrano grande affetto nei miei confronti. Spesso mi chiedevano anche consigli professionali: è bello vedere questa voglia di crescere e di imparare nei giovani, fa loro molto onore.
Qualche giorno fa hai pubblicato una foto proprio con la Pandolfi: dì la verità, c’è già nostalgia del set.
Beh sì, è una bella esperienza quella di Un professore. Claudia è esplosiva, ha un’anima selvaggia in cui mi ritrovo molto: credo abbia una gamma di possibilità espressive che in poche altre possono vantare. In passato ha recitato in ruoli che la facevano apparire più borghese e forse non rendevano sempre ragione della sua personalità, ma in questa fiction è passata molto bene la sua natura.
Il collega o la collega più sorprendente?
Christiane Filangieri è stata una bellissima rivelazione per me: nella prima serie ci eravamo conosciute a malapena. Invece standoci più a contatto ho scoperto una persona davvero carina e intelligente e anche molto brava. E poi anche Davide Divetta, il ragazzo che interpreta Matteo: simpaticissimo!
Ti rivedremo presto a teatro?
Mi hanno proposto un paio di ruolo ma non mi interessavano. La verità è che vorrei tornare sul palcoscenico con un testo classico. O comunque con un personaggio molto complesso. Ho fatto tante commedie anche per una mia propensione al cabaret e al linguaggio comico: mi è piaciuto impersonare quasi sempre ruoli brillanti, con una cattiveria alla Maggie Smith, sebbene sia un paragone inarrivabile, ossia personaggi apparentemente cinici ma con una carezza e un sorriso di fondo. L’elemento drammatico vero mi spaventava: avevo paura di entrare in quell’area del dolore e della malinconia. Non mi sentivo pronta ma. Adesso invece mi sento come quando il legno ha raggiunto la sua giusta combustione: credo sia nelle mie vene e mi piacerebbe un ruolo del genere per tornare a teatro.
Chiudiamo con la tua passione musicale: se la vita di Pia Engleberth fosse una canzone quale sarebbe?
Da qualche tempo sto ascoltando molto una canzone di Ornella Vanoni, Perduto: è una traduzione italiana di una canzone brasiliana. Io amo quella lingua portoghese da quando sono stata in Amazzonia col film di Diritti (Un giorno devi andare, ndr). È una canzone che strappa il cuore: legata sì a un amore perduto, ma può essere allargato a una sfera non solo sentimentale.
Massimiliano Beneggi