Martedì 20 gennaio 2026 alle 19.30 debutta al Teatro Gobetti di Torino il monologo Cleopatrás di Giovanni Testori, portato in scena da Arianna Scommegna, che dà prova, in questo lavoro, di una grande forza interpretativa. La regia è di Gigi Dall’Aglio, scomparso nel 2020, che ha firmato un allestimento semplice, tribale, dove la parola è regina con il suo suono, al di là della comprensione, ed è accompagnata da un’improvvisazione musicale al violoncello eseguita da Chiara Torselli. Le scene sono di Maria Spazzi, le luci di Pietro Paroletti.


Lo spettacolo, prodotto da ATIR Teatro Ringhiera, resterà in scena per la stagione in
abbonamento dello Stabile di Torino fino a giovedì 22 gennaio 2026.
La voce e il corpo sono elementi primitivi e travolgenti in Cleopatrás, monologo di Giovanni
Testori, autore visionario capace di fondere sacro e profano in una lingua unica. In questa
rivisitazione intensa e personale del mito, la regina d’Egitto è una donna che vive la passione per Antonio con forza carnale e struggente. Ambientata in un regno reinventato, che si fonde con la topografia della Valassina, la valle del fiume Lambro, la narrazione esplora i temi dell’amore, della perdita e della redenzione.

Foto Serrani

In questo allestimento, una delle ultime regie del compianto Gigi Dall’Aglio, la parola regna sovrana, sostenuta dalla musica di un violoncello.

Arianna Scommegna attraversa la scena e penetra l’animo dello spettatore, in
un’interpretazione che le è valsa un prestigioso riconoscimento da parte dell’Associazione
Nazionale dei Critici di Teatro per il lavoro di ricerca sui personaggi femminili.
«Ormai, i soli nomi che riesco a scrivere senza essere sopraffatto da un’impressione di falsità, sono i nomi dei luoghi d’origine della mia famiglia: Lasnigo, Sormano… Per me, deve esistere sempre, mentre scrivo, una precisa incarnazione, o co-incarnazione.

Così, man mano che scrivo, questi nomi mi vengono fuori per necessità naturale. Cos’hanno di speciale Lasnigo, Chiavenna, Magreglio, il lago del Segrino? Eppure, letti nel contesto, questi nomi acquistano un potere di evocazione capace, credo, di toccare anche chi non ha conosciuto quei luoghi.»

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