Al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano, dal 3 al 15 marzo, Francesco Niccolini firma la regia di Resto qui, tratto dal romanzo di Marco Balzano.

È la storia di una coppia di sudtirolesi di lingua tedesca, diventati italiani alla fine della Prima guerra mondiale, a Curon in Val Venosta, tra gli anni del ventennio fascista e la costruzione della diga che avrebbe sommerso il paese, lasciando solo la punta del campanile a perenne memoria dell’accaduto.

Protagonisti dello spettacolo – una coproduzione Teatro Stabile di Bolzano e Piccolo Teatro –, Arianna Scommegna e Mattia Fabris.

Le recite del 7, 8, 14 e 15 marzo sono sovratitolate in inglese e in italiano a cura di Prescott Studio. Le repliche del 7 e 8 marzo sono parte del progetto Piccolo Aperto realizzato con il contributo di Fondazione di Comunità Milano.

 

 

A partire da Resto qui, romanzo di Marco Balzano edito da Einaudi nel 2018, prende forma, con la regia di Francesco Niccolini, un racconto teatrale a due personaggi e molte più voci, affidato ai corpi e all’interpretazione di Arianna Scommegna e Mattia Fabris.

La vicenda di Trina ed Erich – testimoni, vittime e, talvolta, anche carnefici della propria storia – incrocia quella del paese di Curon, in Val Venosta, a pochi chilometri dal confine con Austria e Svizzera, sommerso dalla diga inaugurata nel 1950, settantasei anni fa: un’opera che ha cancellato la vita di centinaia di famiglie, sopravvissute al fascismo, a due guerre mondiali e alla scelta forzata tra restare italiani o emigrare in Germania.

I personaggi, marito e moglie, raccontano ciascuno la propria versione: tra Fontamara e Rashomon, prospettive in parte sovrapponibili, in parte divergenti, che finiscono per comporre un quadro doloroso, ma attraversato da una tenace dignità, a dimostrare che si può perdere una battaglia senza essere sconfitti.

Scrive Francesco Niccolini, autore e regista del testo: «Attraverso un incastro drammaturgico di parti narrate e dialoghi, si dipana questo ennesimo pasticciaccio brutto della storia d’Italia. Un allestimento semplice, snello: come avrebbe scritto Melville, antico e malinconico. Storia di mani sporche e tenacia, rabbia, violenza e rimorsi. Disegni. Storia di donne e uomini semplici che non hanno accettato la resa e ora – davanti al Tribunale dell’Umanità e per una figlia che non c’è più – ripercorrono la loro lunga e umiliante sconfitta».

Così il direttore del Piccolo, Claudio Longhi:

«L’esperienza», scrive l’antropologo Victor Turner in Dal rito al teatro, «è […] sia un “vivere attraverso” che un “pensare all’indietro”»: affinché possa dirsi realmente compiuta, richiede, infatti, «un atto creativo di retrospezione, nel quale agli eventi e alle parti dell’esperienza viene attribuito un significato». È proprio dal sorgivo zampillare della vocazione a pensare all’indietro, essenziale tramite per guardare al presente con il filtro rivelatorio della distanza, che prende forma lo spettacolo Resto qui, in una screziata commistione di scena e letteratura, oralità e scrittura narrativa, evocazione e ricerca documentaria. La storia “sommersa” di cui ci fa dono, con partecipe tensione affabulatoria intrisa di pietas e sobrietà, Marco Balzano con il suo omonimo romanzo è ripercorsa da Francesco Niccolini e diventa un toccante e antiretorico scavo nelle ferite della memoria incarnato nelle parole, nei gesti e nei corpi di Arianna Scommegna e Mattia Fabris. Cristallino esempio di un teatro di narrazione civile e comunicativo, la messinscena si affida all’arte del racconto – alla sua capacità di riattivare i fatti accaduti e di dare loro un senso, stabilendo nessi e tracciando coordinate – per presentare una vicenda del secolo scorso che continua a parlarci (e a parlare di noi): le sofferenze, le vicissitudini e l’ingiustizia vissute dalla coppia formata da Trina ed Erich si affrancano da una dimensione privata per acquistare, invece, una valenza comunitaria che, a partire dalla dolorosa esperienza collettiva di un paese (Curon in Val Venosta) e dall’intreccio tra lo sgretolarsi del rapporto con la lingua madre e la perdita della propria casa (Heimat), non smette di interrogarci, ricordandoci al contempo come non esista «cultura che non si fondi su un patrimonio condiviso di racconti» (Gerardo Guccini).

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