Martedì 28 aprile 2026, alle ore 19.30, debutta al Teatro Carignano di Torino Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello, con la regia di Andrea Baracco. Sarà in scena Silvio Orlando con
Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella
Marotta, Stefania Medri, Marta Nuti. La scena è di Roberto Crea, i costumi di Marta
Crisolini Malatesta, le luci di Simone De Angelis, il sound design di Giacomo Vezzani.
Lo spettacolo, prodotto da Cardellino srl in coproduzione con il Teatro Stabile dell’Umbria e il Teatro Stabile di Bolzano, resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di
Torino fino a domenica 10 maggio.
Mercoledì 29 aprile 2026, alle ore 17.30, al Circolo dei Lettori, Silvio Orlando e gli attori della compagnia dialogheranno con Leonardo Mancini nell’ambito di Retroscena.
Silvio Orlando porta in scena Ciampa, protagonista de Il berretto a sonagli, figura tragica e
grottesca nata da una novella e trasformata da Pirandello in commedia nel 1917. Non è il
dramma a interessare l’autore, ma lo scandalo, la verità che si nasconde e la follia come
rifugio. Ciampa è un uomo umile, che cerca quiete e dignità, ma viene spinto allo scontro: il
salotto borghese diventa ring, le parole fendenti, le risate, trovano sfumature di angoscia.
Pirandello stesso lo definiva “strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo”, un
personaggio che vive nelle “mosse d’anima” più che nei discorsi.

Così il regista Baracco:
«Pirandello non è autore per tempi di pace, ma di guerra. È il tempo di guerra a creare le
condizioni effettuali per comprendere l’autore siciliano; il dissolversi del principio di identità, la tragica disintegrazione dell’io, il gioco di specchi intorno alle molteplici individualità dell’essere umano. In tempi di guerra se la realtà chiama, Pirandello sa cosa rispondere; intravede la feroce e grottesca maschera di un mondo convulso e impazzito. I tempi di pace sono i tempi degli ismi, della ricerca affannosa di una filosofia, e allora sotto con “essere è apparire” o “conflitto tra vita e forma” con il pirandellismo insomma; quell’insopportabile pozzo del pensiero che sembra mettere in pausa il teatro, la concretezza degli accadimenti per passare altrove, in un generico luogo, astratto. Inchiodare in una formula un autore è sempre molto pericoloso, con Pirandello è quasi mortale. Sentire il bisogno di chiarire più che di capire ha chiuso l’autore dentro una formula lucida e perentoria, non permettendo ai suoi personaggi di far esplodere quello che hanno di più potente: le passioni. Solo liberandolo dalle preoccupazioni filosofiche, Pirandello mostra il suo volto autentico.
Si vede solo allora come i grandi protagonisti della drammaturgia pirandelliana siano uomini costretti a frugarsi dentro e non lucidi pensatori al dettaglio. Proprio per questo credo necessario lasciarsi guidare dalle parole di Leonardo Sciascia: «Bisogna liberare Pirandello da tutte le incrostazioni filosofiche e pseudofilosofiche, da tutte le etichette concettuali, in una parola del pirandellismo. Restituire all’opera pirandelliana quella verità e libertà, quella effervescenza fantastica, che oggettivamente possiede.» Cinque anni dopo aver scritto la novella La Verità, Pirandello la trasforma nei due atti de Il berretto a sonagli, la cui versione siciliana confezionata per Angelo Musco debutta nel 1917 al Teatro Nazionale di Roma. In una delle lettere indirizzate a Muscoche metteva in dubbio le qualità della commedia e del suo protagonista, Ciampa, Pirandello dice di come questo sia un personaggio «strapieno di tragica umanità, non vivo ma arcivivo» e parla del testo in questione come di un’opera “nata e non fatta”; sottolineando con forza come qualora negli interpreti mancasse l’anima si ritroverebbero in bocca «l’imbroglio di discorsi lunghi, incisi, da portare alla fine senza sapere come! Bisogna leggere non le parole ma l’azione parlata, perché è sempre tale il mio dialogo, non fatto mai di parole, ma di mosse d’anima.»
