Intervista a Mino Manni (Il fu Mattia Pascal): “I social? Pirandello direbbe che non fuggiamo da quel che siamo: destinati al fallimento”

Da domani al Teatro Litta di Milano va in scena Il Fu Mattia Pascal, trasposizione del celebre romanzo di Luigi Pirandello che, come consuetudine, ci riporta a suggestive interrogazioni circa l’identità umana, la voglia di cambiare vita, la possibilità di farlo e la scelta umana.  Ogni volta dandoci risposte differenti. In tutto questo prende posto la felicità, che si inserisce in dinamiche assolutamente private e intimistiche. La storia è nota: Mattia Pascal, per un gioco del destino, viene riconosciuto morto e ha l’occasione di ricominciare la sua vita da zero eliminando tanti fardelli di una vita pesante e priva di soddisfazioni personali. Quella che potrebbbe apparire come una enorme possibilità, però, deve fare i conti con le conseguenze del caso di una società per la quale Mattia non esiste più. A portare sul palcoscenico una rivisitazione sicuramente originale e mai vista prima a teatro é la Compagnia dei Demoni, che non rivoluziona la parte centrale del romanzo ma ci presenta interessanti metafore e nuove chiavi interpretative. Mino Manni, Marco Balbi, Letizia Bravi, Alessandro Castellucci e Gianna Coletti, sotto la regia di Alberto Oliva, sono impegnati ancora una volta in un lavoro che li mette a confronto col lato oscuro umano, le sue contraddizioni e con la domanda più forte e più vera che ogni filosofo si sia mai fatto: chi siamo davvero noi e quali scelte possiamo fare? Lo spettacolo ha già debuttato a Lodi lo scorso novembre e con le scuole ha già riscontrato un notevole successo, e ora fino al 20 gennaio sarà nel capoluogo lombardo. Abbiamo intervistato il protagonista, Mino Manni, che con Oliva é l’ideatore di questo spettacolo, e la qualità più straordinaria che scopriamo è il suo amore per Pirandello, nonché la sottoscrizione non della sua filosofia a tratti con un pizzico di malinconia, ma sicuramente molto vera. 

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Mino, si tratta di un adattamento o sarà uno spettacolo fedele al romanzo originale?

È un adattamento, perché non sarebbe possibile mettere in scena un romanzo scritto per la pagina letteraria. Abbiamo voluto tradurre quindi il romanzo in azione, in immagine adatta per il teatro. Abbiamo immaginato la prima vita di Pascal attraverso il teatro d’ombre con le sagome. 85 pagine le abbiamo concentrate in 7 minuti: sono figure bidimensionali, una vita piena di ipocrisie, infilata in identità che si classificano in un certo modo ma che non ti danno mai la possibilità di esprimersi. Pascal si trova imprigionato dalle ansie di questa città che non sente sua, e riesce a uscirne. L’uscita è rappresentata dall’abbattimento di questo dietro cui si nascondevano le sagome delle ombre e da lì divento io in carne e ossa Pascal, mentre prima era solo una figura, come tutti gli altri personaggi. 

Come nasce questa curiosa sintesi nel teatro d’ombre?

Lo abbiamo voluto fare così perché nel romanzo c’è un capitolo in cui il protagonista viene invitato dal padrone di casa, Anselmo Paleari, a vedere uno spettacolo di marionette sulla tragedia di Oreste. A un certo punto Paleari gli dice: “Immagini signor Meis se Oreste mentre sta uccidendo si bloccasse perché il cielo di carta dove avviene la rappresentazione si squarcia”. In quel momento Oreste non è più Oreste ma diventa Amleto, e quindi nasce l’impossibilità della tragedia perché diventa tutto paradossale: se non c’é più Dio, ovvero se non c’é una giustizia diventa tutto relativo, e in qualche modo anche inutile. Quindi l’inutilitá della prima vita di Mattia l’abbiamo rappresentata con lo squarcio del telo da cui esce fuori il vero Pascal. Purtroppo però quando ha la possibilità di uscire, va al Casinò, con la possibilità di costruire il suo futuro, e per l’ennesima volta si rivela incapace di farlo. Si chiude in una stanzetta che prende in affitto a Roma, entrando in una serie di relazioni che lo imprigionano in una vita che non sente sua, al contrario della libertà verso cui voleva volare: finisce in un nuovo fallimento. Si innamora di una donna che non può sposare perché è ormai riconosciuto morto e si trasforma in un morto vivente perché tutti raccontano i loro problemi a lui ma nessuno si interessa della sua vita.

L’uomo allora ha sempre bisogno di riconoscersi nella sua ombra, della sua anima

Pirandello ci dice che noi non possiamo fuggire da noi stessi: quello che siamo lo siamo sempre. Reiteriamo sempre gli stessi errori e la stessa vita che ci è stata data, per uno strano caso del destino, forse perché l’uomo in qualche modo per quanto possa volare in alto è sempre destinato a fallire, e tornare in una realtà da cui non può fuggire. 

Quindi Pascal si ritrova ancora più prigioniero di se stesso e dei suoi errori dopo la messa in scena della sua morte

Si perché lui non riesce a fare il grande salto, e la sua ombra, il suo spirito non lo abbandona mai. C’è una battuta di Pascal che dice “Siamo io e l’ombra mia qua sulla terra, non ho nessuno, non ho amici e mi portò sempre a spasso questa ombra senza costruirmi nulla di duraturo a livello di amicizie e relazioni”. Pascal quando potrebbe scappare non lo fa per paura di essere riconosciuto, costretto a tornare nella vita di prima e perché non ha il coraggio di farlo. Il racconto si conclude con un suo ritorno al mondo delle ombre, dove però non sarà più lui ma sarà la proiezione di un’ombra. Il sentirsi umano lo rende ancora più imprigionato in un’identità che non sente sua. Abbiamo dentro di noi tante personalità e non potremmo mai svilupparne una sola e non potremmo mai essere sereni o felici di essere riusciti a diventare noi stessi perché siamo uno, nessuno e centomila come ci insegna Pirandello.

Oggi coi social tutti potremmo fare un po’ come Mattia Pascal: quando una conversazione non ci va più bene si scopre la possibilità di bloccare l’utente e sentirci come “morti” per quella persona. Salvo poi rovinare molto spesso rapporti umani. Tu che rapporto hai con i social? Ti è mai capitato di usarli celandoti dietro a un’identità in qualche misura non tua?

Il social ha una potenza incredibile, il suo risultato dipende dall’uso che se ne fa. Può essere una gran comunicazione come una non comunicazione. Si può scrivere una cosa che non si pensa più dopo cinque minuti, Io li uso sempre per diffondere le mie passioni, la bellezza di ciò che non è più visibile (immagini di vecchi film, vecchi autori e scrittori). Cerco di diffondere la cultura, ed evito le risse con persone che non si conoscono. Odio il social autoreferenziale, o il dolore che diventa spettacolo con foto di persone malate ecc…Ma non si può demonizzare il social in sé, è l’uso che se ne fa che può essere giusto o sbagliato. Puoi fare un profilo falso ma non scapperai mai da quello che sei. Preferisco comunque sempre un contatto diretto per conoscere le persone, e un dibattito, non un litigio, perché non ha senso discutere con qualcuno che non conosci.

Che differenza c’è nel recitare tra Milano o in un’altra città?

Ho girato per 23 anni l’Italia in tournée ma Milano è sempre una platea straordinaria con un pubblico molto maturo, e che molto spesso fa delle scelte culturali di un certo livello: è un pubblico che va a cercare il testo e l’autore e non il personaggio famoso. Milano è una città molto civile e moderna. Ogni volta che vengo a Milano per me è un vero piacere, e anche col Litta ho un rapporto speciale, che si rinnova da tempo, perché lì debuttai anni fa con la mia esperienza di Pirandello. 

Con i Demoni ancora un volta un grande traguardo grazie al vostro innato spirito creativo che si evolve ogni volta di più.

Tutti sono perfetti nei loro ruoli, abbiamo creato una squadra con un’armomia straordinaria: quando c’é una bella energia sul palco, viene subito recepita dal pubblico.

Massimiliano Beneggi 

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