Intervista a Simone Tomassini: ecco perché sono sparito, ma ora torno da vero cantautore

All’inizio di questo millennio sono emersi tanti cantautori che, per diverse ragioni, sono poi un pò scomparsi dalla scena mediatica. Continuano però a essere nel cuore degli appassionati di musica italiana che ricordano a memoria i loro pezzi: è il caso di Simone Tomassini, all’epoca noto unicamente col nome di battesimo, fenomeno della musica pop che arrivò anche a Sanremo nell’edizione probabilmente più strana della storia, in cui le major discografiche avevano boicottato il Festival organizzato da Tony Renis, e si poterono così fare strada i più giovani. Simone quell’anno gareggiò con E’ stato tanto tempo fa.

Da quel momento cambiò la sua vita: Il mondo che non c’è, Quando sei ragazzo, Ci sarà il sole sono solo alcuni dei suoi brani che nel giro di breve tempo vennero lanciati con enorme successo e che ancora oggi sono di assoluto prestigio, tanto da essere subito capiti e apprezzati da Vasco Rossi, che gli affidò le aperture dei concerti e gli scrisse anche Ho giorni.

Poi, all’improvviso scomparve, perché a volte i valori umani prendono ancora il sopravvento su quelli professionali, e quando si tratta di arte e musica vanno spesso parallelamente a influenzarsi. Cosa successe ce lo racconta lui stesso in questa intervista, che gli facciamo a pochi giorni dal suo concerto a Milano al Memo’s Restaurant, il 16 marzo, dove torna dopo il successo dello scorso anno. Ora Simone ha cambiato modo di fare musica, si è unito in un progetto chiamato Superstars insieme al collega e amico Paolo Meneguzzi -è dello scorso anno il singolo Estate Rock & Roll– e nel frattempo prosegue da solista con un modo più maturo di intendere la vita, ma sempre con la stessa passione per la canzone, con cui riesce a esprimersi con spiccata umiltà e voglia di fare arrivare al cuore della gente le sue emozioni. E il panorama musicale, sempre più in declino, aveva grande nostalgia di un bravo ragazzo con dei valori veri e canzoni non urlate, ma melodiche e cantabili. Quello che un tempo era l’ovvietà più immediata, oggi è diventato una perla rara: la musica che si possa cantare e uomini con valori umani. Simone dunque è tornato e il 16 marzo al Memo’s, ci racconta, presenterà i suoi nuovi brani nati con una maturità diversa, ma non mancheranno anche i suoi grandi successi. Perché il primo obiettivo di ogni artista è poter fare musica che resti, e Simone Tomassini in pochi anni ne ha confezionata tanta di musica che è rimasta.

Simone, come è iniziato questo 2019 e quali saranno gli obiettivi?

Sono partito con un tour, abbiamo fatto la data zero sabato scorso a Chiasso, dove il carnevale dura quindici giorni ed è molto sentito. Ci sono andato con molto piacere. Il 16 saremo di nuovo al Memo’s dove già lo scorso anno facemmo due date sold out nel giro di quindici giorni. Ho una band completamente nuova, formata da professionisti molto validi: mi sono in un certo senso ricostruito musicalmente.

Vedremo quindi un Simone completamente rinato?

Sono stato fuori dai giri volutamente, ho preferito stare a guardare cosa succedeva nella musica. Ho una storia molto importante, dopo aver fatto tre dischi con l’etichetta discografica di Vasco. Sono rientrato perché ora sentivo la possibilità di dire qualcosa cantando, di fare arrivare emozioni.

Nel 2004 partecipasti a Sanremo con È stato tanto tempo fa, che a tutt’oggi è una delle canzoni più eseguite anche nei karaoke, a dimostrazione di un grande affetto del pubblico che non ha smesso di seguirti.

Fu un’esperienza incredibile. Me lo dicono in tanti che la canzone funzioni tantissimo nei karaoke.

Fai parte di quella generazione di giovani che all’inizio del 2000 faceva canzoni molto romantiche e che non si sa per quale ragione sono stati poi superati dal web e da un nuovo modo di fare musica. Quindi questa assenza è stata voluta anche per rielaborare un po’ le idee…

Esatto. La cosa bella che in questi anni non ho mai smesso di fare e che continuo a fare è di credere sempre nei giovani: ho aperto un laboratorio di cantautori, che si chiama Simone Lab. I miei concerti vengono aperti sempre dai giovani del laboratorio. Ho aperto una scuola di musica con Meneguzzi, la Pop Music School, in Svizzera. Io, Meneguzzi e molti altri siamo stati l’ultima generazione con contratti discografici pesanti: ora fanno un singolo e basta, in quei tempi puntavano molto sugli emergenti facendo fare proprio album. Nel mio caso hanno puntato tanto e gli è andata anche bene perché i primi tre dischi hanno venduto tanto.

Come mai non ti abbiamo più visto? Che fine avevi fatto?

Ho avuto un blocco personale per due lutti importanti (mio papà e mio nonno) che mi hanno aperto gli occhi su certe cose e su cosa volessi fare da grande. Prima era tutto bello, tutto un sogno, non avendo più le persone con cui ho costruito e condiviso il successo mi sono fermato. Sono quindi cresciuto, dal 2009 dopo la morte di mio nonno, con un’esperienza da cantautore, cercando una mia linea musicale e fregandomene della musica che gira intorno e che funziona davvero commercialmente. Se vado sul palco devo essere convinto di quello che faccio, altri miei colleghi invece sono un po’ dirottati su quello che richiede il mercato.

Pensi che parlare d’amore funzioni ancora per uno che non è al top della classifica, e che quindi venderebbe indipendentemente dal fatto che la canzone sia bella o brutta, o hai deciso di puntare su tematiche più di impatto per il tuo ritorno?

Parlare d’amore è estremamente difficile, ma ognuno deve parlare di quello che crede veramente e che sente davvero dentro. L’amore è un argomento che non passa mai di moda. Io ora sto scrivendo in modo differente da una volta, ma l’amore sarà sempre un argomento forte.

Su che genere musicale hai virato?

Sul cantautorato. Sono in vendita le mie canzoni ma non il mio modo di fare musica: non mi interessa fare qualcosa che vada di moda solo ora. Io faccio quello che sento dentro, e non mi metto a fare anch’io la trap solo perché adesso va alla grande quella. Magari sbaglio, ma penso che anche alla gente interessino le canzoni che restano. Mi sono un po’ ricostruito con Rovelli, manager storico di Vasco e ora siamo qua con un nuovo progetto.

Però nei concerti i tuoi brani pop non mancheranno mai spero, il pubblico li vuole.

Vedo che i miei pezzi storici funzionano ancora ed emozionano. Ho una decina di successi importanti e non sono pochi. Tutti ricantano le mie canzoni dopo quindici anni, ed è una figata pazzesca perchè vuol dire che le cose belle funzionano sempre. Come gli elettrodomestici che li metti da parte poi li riprendi in mano e funzionano. A me la musica usa e getta non ha mai interessato e non l’ho mai presa in considerazione.

Chiaramente avendo una direzione più cantautorale e più intimistica è più difficile immaginare duetti, che ormai stanno diventando la moda, ma c’è qualche artista con cui ti piacerebbe fare un’esperienza simile?

Non mi vedo con nessuno nei duetti perchè ho un modo più personale di vedere le cose. Con Meneguzzi l’anno scorso abbiamo fatto questo progetto perché con lui mi sono sempre trovato bene soprattutto di testa.

Hai pensato di partecipare a Sanremo o Ora o mai più? Sei stato contattato?

Non lo so perché non è una cosa che mi interessa, quindi probabilmente anche per questo loro stessi non si sono mai più di tanto avvicinati a me. Se me lo proponessero non direi subito di no, ci dovrei riflettere un po’, ma in questo momento non è una mia priorità andare in televisione. Ho visto qualche puntata di Ora o mai più: c’era Fausto (conosciuto a Music Farm, ndr) che è un grandissimo amico, Cutugno che è un grande cantautore. Tifavo per Vallesi che è un mio amico, e che meritava di essere dall’altra parte, mentre c’era qualche giudice che avrebbe dovuto essere in gara, ma questa è una mia considerazione personale.

Massimiliano Beneggi

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