I Big di Sanremo, l’analisi. Ottimo cast, il regolamento un po’ meno.

Sanremo 2020, ora sappiamo ufficialmente chi sono i 22 Big che si sfideranno dal 4 all’8 febbraio, senza esclusione di giornate. Quest’anno infatti la serata delle cover non costituirà una gara a sé: i voti ottenuti nella terza serata si sommeranno a quelli delle altre esibizioni, dove non interverrà più il giudizio della giuria di esperti. In pratica, se un cantante avrà in gara un brano che convincerà poco, ma in compenso porterà una cover esplosiva con cui esalterá tutti, potrebbe comunque andare a podio…con la canzone nuova e meno convincente. A prescindere da questo paradosso, a vincere Sanremo non sarà la canzone, come sembrerebbe ancora da nomenclatura, bensì l’artista, che per trionfare al Festival dovrà avere una canzone importante e una cover altrettanto all’altezza. Poi starà al pubblico decidere se a vincere Sanremo sarà stata la canzone nuova o la cover. Una confusione sinceramente evitabile nell’anno dei 70 anni del Festival. Ovvero nell’anno in cui Sanremo decide di fare a meno di tanti Big storici per dare spazio ai giovani (ma già affermati) artisti. I cosiddetti storici sanremesi saranno ospiti proprio nella terza serata. E allora non si poteva lasciare la gara per conto suo, sfruttando la presenza degli ospiti per le cover in occasione dei 70 anni di Festival?

Amadeus, lo abbiamo già detto, ha deciso che questo sarà il Sanremo di tanti, forse di tutti, ovvero di nessuno. I Big in gara sono 22, la metà dei quali non è mai stato al Festival se non, al massimo, come ospite. Solo due di loro (Gabbani e Masini) hanno un successo alle spalle. Vinsero prima anche tra i Giovani, dove vinsero altri due colleghi in gara (Zarrillo e Gualazzi). Cinque donne, due gruppi, un duetto (al maschile). La partecipazione più vetusta di un cantanti in gara risale solo al 2015 (Irene Grandi). I nomi dovevano essere ufficializzati il 6 gennaio ma Chi aveva spoilerato tutto ieri, costringendo Amadeus (che evidentemente si è fidato di qualche talpa poco ortodossa) ad anticipare i tempi.

Mancano quindi all’appello gli annunciati Ranieri, Bella, Albano, Tozzi e Raf, solo per dirne alcuni. Cutugno, Zanicchi e Di Capri nemmeno presi in considerazione. Il guaio non è la loro assenza dalla gara, ma il fatto che molto probabilmente molti di loro non saranno nemmeno ospiti. A Parigi hanno idolatrato Aznavour fino a 90 anni, da noi chi fa la storia poi si deve fare da parte. Siamo l’Italia, purtroppo. Un lato però positivo c’è: il servizio pubblico incentiva ad ascoltare musica nuova. Se avessimo visto i nomi di quei Big sopracitati avremmo detto che a Sanremo ci sono sempre i soliti, un po’ come già ci capita di constatare per Zarrillo, uno che per undici mesi all’anno pensa a come partecipare l’anno dopo senza ormai più entrare nei primi posti della hit parade. Perché la verità è questa, certi artisti la loro occasione l’hanno già avuta, ora è giusto darla ad altri, probabilmente più di nicchia prima di arrivare sul palco tanto ambito dell’Ariston.

Chi storce il naso per la presenza della Lamborghini (farà ridere ed eccitare ma non basta) ha ragione, ma forse farebbe bene a ricordare senza troppo bigottismo che nel 1991 Sabrina Salerno, non avendo la voce di una cantante arrivò in reggiseno e mutande gridando di non avere solo le gambe. Chi ironizza sui Pinguini Tattici nucleari dovrebbe ricordarsi dei commenti che venivano fatti su Elio e le Storie Tese a gennaio 1996, poche settimane prima che esplodessero con La terra dei cachi. Il gruppo sarà soprendere. Chi accusa l’eccessiva presenza dei talent potrebbe fare riferimento alla recente storia di Emma Marrone e Marco Mengoni: due che sarebbero emersi anche senza l’aiuto della tv.

I talenti di Giordana Angi, Riki e Alberto Urso sono parimenti indiscutibili. Insomma la storia in qualche modo si ripete, e Sanremo quest’anno rischia qualcosa in più con la consapevolezza che solo così si può proporre musica nuova. Cantautori veri ce ne sono. I graditi ritorni di Nigiotti (che meritava di più lo scorso anno con la canzone sul nonno che commosse tutti), Achille Lauro (il più cantato del 2019), Elodie, Le Vibrazioni e Morgan fanno da apripista a un esordiente di esperienza come Piero Pelù che dopo tanti anni ha deciso di mettersi in gioco. E se la Grandi e Zarrillo dovranno fare di tutto per non risultare noiosi e bolliti, Gabbani e Masini sono due certezze. Almeno quanto Paolo Jannacci, il milanese talentuoso e silenzioso che saprà scatenarsi con il microfono e il pianoforte. Levante è la ciliegina ironica e grintosa che ci voleva. Non si sentiva la necessità di così tanti rapper e forse nemmeno di Diodato, ma su 22 artisti qualcosa si può concedere non sia perfetto. Ora la parola non vada agli esclusi che tutti gli anni hanno da lamentare la loro dimenticanza: si taccia e ci si accinga ad ascoltare un Festival che ha già troppo show previsto e un regolamento un po’ bislacco. Vinca la musica.

Massimiliano Beneggi

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