Roberta Marten: Così ho scelto di cantare l’Imbarazzismo

Capitano situazioni in cui la musica insegna. In altri momenti consola. Talvolta accompagna. In tutti i casi la musica racconta qualcosa, e mai confonde, ma solo di rado svolge contemporaneamente tutte le tre funzioni. A meno che non ci siano un messaggio particolarmente forte, un tema molto sentito e una voce estremamente talentuosa. Come nel caso di Roberta Marten, appassionata di musica vera, quella di Mina e Battisti, e anima estremamente sensibile e determinata.

Nata a Rho nel 1981 con il nome di Roberto Martinazzo, scopre presto la disforia di genere che non la rende schiava di un corpo dissociato dall’anima ma la costringe a dare delle risposte a una società che la vorrebbe uomo. Il confronto con i compagni di classe e con un mondo che le impedisce di esprimersi per quello che sente le crea disagi che si possono solo immaginare e che lei, ora, può raccontare a testa alta con la musica, la sua più grande passione da sempre. Con la canzone Imbarazzismo, nata due anni fa ma con un messaggio più facile da trasmettere serenamente oggi con tanti tabù superati, ha voluto raccontare la sua storia e le sue paure, ora diventate straordinari punti di forza. Il brano, cantato in coppia con Mauro Coruzzi (che dichiara “Quello con Roberta è un incontro che mi ha cambiato la vita”) è uno dei più delicati e autenticamente profondi che si siano sentiti negli ultimi anni: nessun pietismo, né tantomeno alcuna parodia, piuttosto un bel racconto trasportato in musica che supera ogni tipo di classificazione sociale. L’abbiamo incontrata, e ne è nata una meravigliosa conversazione, di quelle che accrescono la cultura e restituiscono dignità alla comunicazione umana. Non poco di questi tempi, in cui tutto sembra destinato a smartworking e tecnologia che avvilisca il rapporto personale.

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Roberta, in un’epoca in cui per fare arrivare il proprio messaggio tanti usano la trap, tu hai optato per una linea diversa per raccontare l’imbarazzismo. Una scelta che sembra quasi coraggiosa oggi, come del resto sei tu.

Ho voluto sposare questo termine, che tutti fanno fatica a pronunciare ma che ha un significato molto semplice, con una musica pop. Difficilmente avrei potuto fare qualcosa di diverso, perché è da quando ho 3 anni che amo questo genere. Diciamo che la trap crea imbarazzismo, ma non la giudico perché non la conosco abbastanza e non è il mio stile, per quanto riconosco che suoni da Dio. Questa canzone è nata di getto, senza l’idea di una collaborazione all’inizio. Tante canzoni vengono di getto per poi risultare banali: ho creduto invece di portare avanti questo progetto perché c’è un senso importante.

In cosa consiste l’imbarazzismo?

E’ un termine che non ho inventato io, ma esiste sul dizionario: unisce la parola imbarazzo e razzismo. Alla base c’è anzitutto un pregiudizio, che fa sempre male alla società. La maleducazione e la mancanza di rispetto non dovrebbero avere a che fare con nessun individuo: il fatto che esistano non li rende giustificati. Si possono condividere o non condividere scelte altrui, ma nessuno ci chiama a giudicarle. Il pregiudizio quindi è sbagliato: non ci accorgiamo ma proviamo imbarazzismi continui durante la giornata. Per assurdo anche quando passa un cane con un cappottino fuxia che attira la nostra attenzione, talvolta si crea imbarazzismo nei confronti di chi glielo ha messo addosso. Dovremmo invece imparare a rispettare la vita di tutti.

Istituzioni, musica, persino lo stesso pride: pensi che tutto questo aiuti a superare l’imbarazzismo o al contrario lo alimenta nel discutere continuamente temi che dovrebbero ormai essere sdoganati?

Credo che lo si alimenta ogni qualvolta si parli di normalità e diversità, da qualunque parte arrivino queste definizione. Non esiste il concetto di normalità, ma quello di essere nella norma. Una scelta che non fa del male a nessuno non credo debba essere classificata. Non ho vergogna di dichiarare che sono nato di sesso maschile, omosessuale, con una disforia di genere. Avere un orientamento sessuale che non è usuale per me è un dono, che mi rende anche più affascinante perchè se è vero che siamo attratti dall’opposto, la persona transgender che è fuori dalla norma attrae ancora di più. Tutto viene ancora fatto di nascosto perché le persone hanno ancora paura ad uscire allo scoperto in quanto si teme non ci sia qualcosa di normale. In realtà lo è assolutamente, solo che non è nella norma, e io sono orgogliosa di esserlo perché fa parte del mio percorso. Siamo tutti esseri umani: le uniche differenze vere sono nel percorso.

Da Seneca per cui la schiavitù del proprio corpo impedisce la libertà dell’anima, fino alla dicotomia di cui parlava Cartesio, il rapporto tra spirito e materia è uno dei temi più discussi dai filosofi. Nella tua disforia, il corpo già da quando eri piccolo ti dava delle risposte: che relazione hanno corpo e anima?

Tutti nasciamo con un sesso biologico e da questo non si scappa. La difficoltà della disforia di genere è nelle mancate risposte di un corpo, che segue l’anima ma talvolta crea disagio nella società: da ragazzo non mi cresceva la barba, tanti altri aspetti fisici mi tenevano lontana da ciò che il mio sesso biologico richiedeva. Ho sempre dovuto travestirmi da maschio, accentuare spasmodicamente la mascolinità che contrastava con i lineamenti molto dolci. A un certo punto mi chiedevo: mi crescerà la barba o il seno? Il fatto che non potesse succedere nessuna delle due cose mi destabilizzava.

E’ un ostacolo nel mondo musicale essere un transgender?

Purtroppo siamo molto legati all’aspetto fisico, e non posso negare che siano state parecchie difficoltà. Ricky Martin e Tiziano Ferro sprizzano virilità da tutti i pori: sebbene siano omosessuali il loro pubblico è fatto prevalentemente di donne, e la loro esteriorità li aiuta, nonostante siano comunque bravissimi a prescindere.

Cosa ti ha dato l’incontro con Mauro Coruzzi?

La prima volta dovevamo incontrarci per un quarto d’ora e invece ci vedemmo per due ore e mezza: partì una questione di feeling tra noi, per usare una espressione che piace a due grandi appassionati di Mina come siamo io e lui. Ha curato lui la regia del video. E’ un uomo sensibile, umile, colto, estremamente intelligente. L’intelligenza è un dono, che consente alla persona di non puntare mai il dito contro nessuno.

Avete altri progetti insieme?

Con Mauro abbiamo registrato una canzone a gennaio, che dovrebbe uscire a settembre. Si tratta di Il doppio del gioco, tratto da Don Giovanni, primo album del periodo Battisti-Panella. Mauro, come me, ama quella fase musicale che io avevo già sperimentato con un album che incisi nel 2003 su un’idea di Franco Zanetti, prodotta da Rudy Zerbi. Il doppio del gioco non fu inserito in quel lavoro, e ora si è presentata l’occasione giusta, con un arrangiamento fatto da me.

Nel 2007 partecipi a Sanremo con Milva, in una canzone (The show must go on) che racconta la difficoltà degli artisti che devono cambiare mestiere. Un brano che rischia di essere più che mai attuale.

Una bellissima canzone un po’ sottovalutata scritta da Giorgio Faletti, che richiedeva la presenza di un coro gospel. La direttrice del coro dove cantavo fu chiamata da Lucio Fabbri che curò l’arrangiamento del brano: registrammo in studio le voci e ci chiamarono per salire su quel prestigioso palco di Sanremo. Il senso della canzone era assolutamente attuale: Faletti aveva anticipato i tempi. Bisogna vendere, con le visualizzazioni su You Tube non si fanno i soldi. Il mercato musicale era già in difficoltà 20 anni fa, quando c’erano tantissime etichette: ora è innegabile che la crisi sia sempre più forte. Ma, come dicevamo nel 2007, the show must go on. E’ una legge dello spettacolo che, ahimè, viene sempre ribadita.

Massimiliano Beneggi

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