Leni, il toccante monologo con la Acca

Dal 6 al 9 dicembre al Brancaccino di Roma, ecco Leni, Il trionfo della bellezza, lo spettacolo di Irene Alison con Valentina Acca per la regia di Marcello Cotugno
Lo spettacolo ha debuttato nell’ambito del NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2018/sezione SPORTOPERA. Ecco qui sotto il comunicato.

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Ci sono personaggi il cui cammino è stretto in un tempo che conduce a un’involontaria ambiguità difficilmente giustificabile agli occhi della Storia.
È il caso di Leni Riefenstahl, musa, ballerina, attrice, regista, fotografa, innovatrice del linguaggio cinematografico, pioniera di nuove tecniche di ripresa, ispirazione e maestra per generazioni di cineasti. Un secolo di vita, pericolosamente vissuto attraverso le stagioni più buie e sanguinarie del Novecento – vicino, troppo vicino al fuoco del regime nazista per non bruciarsi e per non compromettersi – e poi ostinatamente (sopra)vissuto nonostante le accuse, le domande inevase e i sensi di colpa, sempre, e fieramente, resistendo alla noia e all’oblio. Di questa lunga e straordinaria parabola di vita, Leni, Il Trionfo della Bellezza racconta i giorni d’oro delle riprese di Olympia, il suo capolavoro: un resoconto delle Olimpiadi di Berlino del 1936, dove lo sport, lontano dalla trivialità della cronaca, viene raccontato col piglio epico di una narratrice di corpi, gesti, sguardi e desideri agonistici, celebrando, allo stesso – ambiguo – tempo, l’ideale di una bellezza che incarna e materializza l’estetica del Reich, e l’utopia di una competizione che unisce uomini e donne al di là di ogni appartenenza etnica o religiosa, sullo sfondo di un cielo, quello di Berlino, suggestivamente fotografato dal basso grazie a delle speciali “trincee” costruite ad hoc nell’Olympiastadion.
Se da questo incipit omettessimo l’anno, il 1936, e tacessimo la relazione (di committenza?, di passione?, di sottomissione?) che, all’epoca di queste riprese, legò Leni intensamente a Hitler, staremmo “solo” raccontando la lavorazione di una pietra miliare del cinema, ispirazione consumata e rimasticata infinite volta dalla cultura pop. Ma intorno a Olympia si gioca l’identità e il ruolo nel teatro storia di quella che è senz’altro la più grande, e controversa, regista donna che il cinema ricordi. Innocentemente spudorata ma insondabilmente oscura, pericolosamente incosciente ma maniacalmente consapevole di sé, poetessa della propaganda eppure dichiaratamente apolitica. Chi era, in realtà, Leni? La giovane ballerina piena di sogni, l’atletica diva del muto che rischia di soffiare a Marlene il ruolo de L’Angelo azzurro, la caparbia e visionaria cineasta che sfida Goebbels per difendere la propria libertà creativa, l’appassionata fotografa che nella seconda metà della sua vita creativa immortala in immagini indimenticabili i Nuba e i tesori sottomarini?
Oppure Leni è, prima di tutto, l’occhi dietro la più sofisticata, e ferocemente politica, operazione di manipolazione dell’immaginario che la Storia ricordi? E che cos’è dunque, Olympia? L’ideale prosecuzione de Il Trionfo della Volontà, proiezione mitopoietica dei valori del regime realizzato dalla regista su commissione del partito, o piuttosto il tentativo ispirato e disperato di una grande artista di domare il caos attraverso la bellezza? Può in definitiva un occhio dichiararsi innocente? Può esistere uno sguardo apolitico?

Tradurre queste contraddizioni in forma di monologo/voce recitante è stata una sfida stimolante, portata avanti in uno spettacolo che anima lo spazio scenico attraverso la relazione tra l’attrice e i luoghi deputati, spesso creati con semplici luci o grazie all’uso di oggetti evocativi, per muovere il racconto come in una narrazione filmica. L’utilizzo del video, in questo caso seconda “voce” in scena, permette di amplificare i sensi del racconto e di ricondurre lo spettatore sugli spalti della Storia. D’altra parte, le Olimpiadi del ’36, rimaste nella memoria collettiva per straordinari episodi come le quattro medaglie oro vinte (davanti agli occhi di un Hitler visibilmente contrariato) dall’afroamericano Jesse Owens, sono anche le prime dell’era mediatica (riprese e trasmesse quasi in diretta nei cinegiornali): una gigantesca operazione di seduzione visiva, con la quale la maschera del regime incanta e inganna il mondo, che ritorna più volte nei frammenti disseminati nello spettacolo.
Lavorare con un’attrice come Valentina Acca, capace di mutuare e remixare diversi stili teatrali, consente una grande libertà espressiva e dialettica: non molti attori riescono, infatti, a passare con tanta semplicità dal naturalismo all’astrazione, dal teatro lirico a quello brechtiano, assecondando senza limiti e barriere un percorso polimorfo e diacronico come quello di Leni, Il Trionfo della Bellezza. Il testo prevede infatti un’architettura non lineare di superfici narrative che si sovrappongono ricostruendo un’unica vicenda: quella di una donna simbolo dei chiaroscuri del Novecento, che approda al nuovo millennio portando con sé un enigma mai risolto. Anche le musiche, in questo progetto per voce sola, sono un fondamentale apporto al tradursi di emozioni e immagini: dalle note evocative di Max Richter alle rivisitazioni weimariane di Brian Ferry e della sua Orchestra, per finire al minimalismo neoclassico di Philip Glass.

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