Intervista a Nicola Pistoia (“Casalinghi disperati”): Ora è più bello fare teatro, le fiction italiane non si fanno più

È uno dei personaggi più amati del teatro e della televisione italiana, dove con i suoi personaggi ha in qualche caso, nonostante interpretasse ruoli comprimari, persino superato in comicità e popolarità i protagonisti (il suo Spartaco di Finalmente soli è un’assoluta leggenda nel campo delle fiction). Nicola Pistoia, 65 anni a fine mese, presto tornerà in scena con Paolo Triestino in La cena dei cretini e Ben Hur (da cui è stato tratta anche una commedia per il cinema qualche anno fa). Intanto è uno dei quattro protagonisti, insieme a Ferreri, Pisu e Brugia, di Casalinghi disperati, una divertente commedia che affronta una situazione sempre più comune a tanti uomini. Sarà al Teatro Delfino di Milano dal 15 al 17 marzo, ed è assolutamente da vedere per distrarsi e uscire dalla sala con la netta convinzione di essersi divertiti con qualcosa di intelligente, che arricchisce dentro e che fa riflettere, con il mezzo della risata, su temi importanti. Come sempre, nessuno meglio di chi è sul palco, può raccontarci lo spettacolo. E come sempre, quando si tratta di persone cordiali e disponibili, ecco che emerge qualche curiosità in più di un attore che, per dirla come i grandi filosofi fino a Jerry Lewis e Paolo Villaggio, sa fare così ridere perchè sa osservare ancora il mondo ancora con la curiosità di un bambino.

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Quanto c’è di Nicola Pistoia nel tuo personaggio?

Molto poco, anche se pure io sono uno dei tanti uomini separati: ho una figlia e ho un ottimo rapporto con la mia ex moglie. Il personaggi di Casalinghi disperati, però, mi appartiene poco. Lì devo interpretare la parte di uno schizzato, nevrotico e disperato perché la moglie gli ha appena confessato di avere un altro. Quindi nella commedia, esasperato, vado a cercare conforto a casa di tre amici che sono i dirimpettai, anche loro separati dalle compagne, a cui il Comune ha affidato uno di quegli alloggi che vengono dati agli uomini divorziati in difficoltà economica. A malincuore i tre amici mi danno ospitalità e così mi ritrovo a far parte di questo gruppo di persone non propriamente equilibrate: siamo una gabbia di matti!

E’ una commedia fatta di molti contrasti: si odia tanto chi si è amato tanto, la solitudine dell’anima contro la compagnia di tre amici. Cosa ne emerge? Gli uomini, costretti dalle esigenze di rimanere soli, esprimono la parte peggiore o quella migliore?

Non c’è alla fine un attacco da parte dei personaggi nei confronti del pianeta donna in quanto sono stati abbandonati e traditi. Ci sono momenti in cui ciascuno esprime le proprie debolezze, fragilità e insicurezze: uno dei quattro è omosessuale e ha un figlio a cui non sa come rivelarlo, e trova qualche l’appoggio nei suoi coninquilini. Un altro detesta le donne perchè, si scopre, non vede la figlia da anni per l’opposizione della ex moglie. A un certo punto questa rinsavisce ma lui si sente perso e desolato perchè non sa come comportarsi con la figlia dopo tanto tempo, e gli amici gli danno il loro appoggio: si vede una scena molto bella quando Gianni Ferreri, che interpreta la parte del gay, si avvicina a lui dicendogli “Tu devi essere te stesso, lei ha bisogno di un padre“. Quindi dopo gli attacchi spregiudicati ci sono momenti di grande tenerezza e di abbandono nei confronti dell’universo femminile perché si ha comunque voglia di potere incrociarsi. Si sotterra l’ascia di guerra perché questa farebbe male anzitutto ai figli.

E il tuo personaggio che rapporto ha con la figlia?

Nella commedia mia figlia studia a Parigi; io tento di confortarla nelle sue difficoltà. A un certo punto mi chiede cosa sia successo con sua madre, io provo a risponderle che non abbiamo litigato e che la situazione si risolverà presto, ma scopro che la mia ex moglie ha ribaltato la situazione raccontandole che sono io ad avere un’altra. Si genera quindi una polemica dove alla fine è la figlia dà conforto al padre e gli toglie almeno qualche incertezza.

Mi viene in mente una frase di Kant che diceva: “L’intelligenza di una persona si misura sulla qualità delle sue incertezze”.

Bella questa. È proprio così, e noi di incertezze ne abbiamo tante. Siamo uomini soli, come diceva la famosa canzone dei Pooh. Insomma è un pretesto per parlare di una realtà molto comune.

Tu hai recitato in numerose fiction, da Caro Maestro fino a Finalmente soli: i tuoi personaggi sono sempre stati molto amati. Pensi che la televisione aiuti il teatro nel fare conoscere un attore a un pubblico che altrimenti non si avvicinerebbe a questo mondo o la vedi più come un ostacolo per il teatro?

La televisione aiuta certamente ad avere una certa popolarità, che quindi fa riempire di più i teatri, ma non è indispensabile. Ci sono tanti attori che prima di fare televisione hanno fatto per anni teatro ma non andava nessuno a vederli: io ho lavorato con Columbro, Proietti, Scotti, Maria Amelia Monti..la tv ti dà visibilità e ti fa conoscere, ma alla fine quello che mi ha dato il teatro, con il suo cantiere, il suo passaparola non l’ho avuto assolutamente con la tv. La soddisfazione più grande è quando la gente ti ferma per strada per quello che hai fatto a teatro, perché con la televisione è tutto facilitato, entri nelle case delle persone anche senza che queste lo vogliano. Qualche mese fa sono andato in pensione e l’ho potuto fare grazie a 45 anni di teatro. A volte ho visto attori televisivi che vengono dal teatro e li ho rivisti successivamente a teatro recitare con microfoni, che è una cosa che personalmente aborro: non si possono sentire i microfoni a teatro!

Quindi non ti manca la tv?

Sai che c’è? Ti dico la verità, ormai non vedo più fiction italiane: come dice un mio amico, sono diventato cintura nera di Netflix, e non vedo più una fiction italiana che mi faccia invidiare qualche collega da poter pensare che vorrei essere presente anch’io in una produzione. Al contrario, mi viene una certa frustrazione a vedere fiction dei Paesi stranieri più vari. E sono tutte fatte benissimo, con attori bravissimi, sempre perfetti che si scambiano i ruoli: li trovi in una fiction con un ruolo da coprotagonista e in un’altra con interpretazioni più marginali. Per le fiction straniere ha un senso fare questo mestiere dell’attore, in Italia no, non siamo maniacali come loro. Diciamo che oggi, parlo per me, trovo abbia più senso recitare a teatro, che dà la possibilità a tutti di fare cose diverse.

La gente che apprezza il teatro quindi ci va a prescindere dalla concorrenza mediatica.
Assolutamente sì.

Tu sei un personaggio con caratteristiche molto personali. Ti sei mai segretamente ispirato a qualcuno che imitavi magari a inizio carriera?

No, non mi sono mai ispirato a nessuno. A me piace molto osservare e curiosare: cammino sempre almeno un’ora e mezza al giorno, prendo l’autobus e la metro, e stando a contatto con la gente osservo tanti volti, modi di fare. Da lì prendo quello che poi mi piace interpretare. A me sul palco piace abbandonarmi e giocare, come quando ero bambino: si inventavano le storie, diventavo medico, avvocato. Diventavo chi volevo io. E’ una cosa che mi porto dietro: sono rimasto, in quel senso, infantile. Mi dimentico di tutte le angosce e depressioni sul palco, sono libero.

Qual è il complimento più bello che hai mai ricevuto nella tua carriera?

Mi dicono in tanti che sono talmente naturale e senza filtri sul palco da sembrare che non reciti. Non so come ci arrivo, oppure lo so ma non mi rendo conto: è una dote che ho e nessuno mi ha mai insegnato. Tento di insegnarla a qualcun altro quando faccio il regista. Non lo dico io ma me lo dicono gli altri, e questa è la cosa più bella.

Massimiliano Beneggi

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