Le parolacce di Feltri non sono volgari. La tv di oggi sì. Cosa c’è dietro al successo di “Techetechetè”.

LA TV REVIVAL

Sta per finire un’altra estate di Raiuno sotto il segno di Techetecheté, la trasmissione che ripesca spezzoni talvolta quasi dimenticati dalla memoria televisiva, facendoci vivere nuovamente programmi e momenti del passato. Che continuano ad appartenerci più di quanto non si immagini. E sui social sono già in tanti a dispiacersi per la chiusura del programma, chiedendone la continuazione durante tutto l’anno. Ma perché nell’epoca di Netflix e dei media più interattivi di sempre, continuiamo ad abbeverarci di revival e di play tv? Sì, quelle tv on demand su cui possiamo rivedere Canzonissima, Luna Park, Fantastico, Scommettiamo che, Papaveri e Papere, Telefono Giallo e persino l’edizione 1968 del Festival di Sanremo. Ritmi più lenti, poca interattività, audio meno tutelato da rumori esterni. Eppure, tutto preferibile agli urlati talk show di oggi e alla schiera di talent con tre giudici convinti di comandare il mondo con un o un no.

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SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO

È una legge che vale da sempre, non solo nello spettacolo. Il passato ha sempre un appeal in più e, in un Paese come il nostro dove si ripete che Si stava meglio quando si stava peggio come panacea di tutti i drammi, basta chiamare in causa la nostalgia canaglia per essere sicuri di fare centro. Perché l’esperienza ci può solo aiutare, se non per ripercorrere la strada di chi ce l’ha fatta, almeno per evitare di ripetere quella di chi ha sbandato. Perchè siamo quel che siamo in virtù dei vecchi successi che non vanno dimenticati. Perché il passato, quello che abbiamo consegnato alla memoria, al contrario del presente non è mai volgare. E con volgare non si intende parlare necessariamente di un nudo o una bestemmia.

ORA E’ TUTTO VOLGARE

Chiariamo il concetto di volgarità: è una esasperata discesa nei bassi fondi dell’esistenza, mai richiesta, che risulterà sempre sgradevole perché si disinteressa del senso comune e vuole uscire a tutti i costi dalla natura umana. Si dirà che Bergson diceva che la comicità nasce quando si esce dalla propria natura: a fare la differenza è il livello toccato.

Del resto basta poco a fare diventare la comicità stessa quanto di più volgare ci possa essere: Franco e Ciccio o Sandra e Raimondo non hanno mai avuto bisogno dei rutti e delle scoregge dei cinepanettoni.

Un seno prosperoso messo in evidenza con eleganza come quello della Lollobrigida non è certamemte mai stato volgare quanto la voce di una ragazzina sbraitante che ci ricorda di essere nipote di Fabrizio De Andrè.

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LE PAROLACCE DI FELTRI NON SONO VOLGARI

E così le parolacce di Vittorio Feltri, unico rimasto dei Grandi Giornalisti, saranno sempre un monito per chiunque voglia diventare giornalista, ben più del volgare asservimento di altri colleghi nascosti dietro la fastidiosa maschera della persona senza macchia. Di loro non sapremo mai davvero cosa pensano: razza pericolosissima da cui guardarsi come si fa con i volantinatori delle palestre che si incontrano nei mercati. Anche qualora prima o poi avessero qualcosa di interessante da proporci, la loro faccia ci apparirà sempre come il simbolo di poca trasparenza, e li eviteremo. Feltri è un colto dissacratore che sa usare l’ironia e la provocazione: da lui vogliamo la parolaccia, quel modo di esprimere senza filtri ciò che raramente è confutabile. Viene invitato volgarmente dagli autori perchè si incazzi, lui sa giocare come gli pare e fino a quando non abbandona lo studio sappiamo di divertirci e di accrescere la nostra cultura. I giovani giornalisti hanno solo da imparare dai vaffanculo di Feltri. Dalla sua esperienza che lo fa essere da sempre se stesso senza voler somigliare a qualcuno. L’imitazione non dichiarata è di una volgarità talmente poco edificante per chi la fa, che diventa preferibile persino un tris di imitazioni di Loretta Goggi nei panni di Ornella Vanoni, Mina e Patty Pravo. Pazienza se appariranno tutte uguali tra loro, almeno saranno frutto di un lavoro su un talento vero. Merce troppo rara oggi.

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Ormai si guarda nel pomeriggio di canale 5 e Raiuno la cronaca nera trattata con il pettegolezzo tipico della cronaca rosa: un’informazione contro natura che viene imbonita come normale per nasconderne l’estrema volgarità. E quando ci capita Raffaella Carrà in prima serata riscopriamo cosa voglia dire fare un’intervista con delicata e preziosa curiosità.

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LA COSTANTE INSODDISFAZIONE CELA LA PAURA DI INVECCHIARE

Del resto, se negli anni ’90 si ripeteva che non c’erano più i programmi di una volta e ora siamo qua a rimpiangere Non è la Rai come un fenomeno cult da ripetere, qualcosa è andato fortemente storto. O nell’offerta televisiva, o nella nostra costante insoddisfazione. Abbiamo fatto di tutto per fare ripristinare Ciao Darwin, per poi accusarlo di immoralità e indecenza sociale. Abbiamo elemosinato i ritorni di Portobello e Rischiatutto per poi lamentare (quasi sorpresi!) che la Clerici e Fazio non fossero come i conduttori originali. Ora abbiamo rivoluto a ogni costo quei concorrenti che corrono dietro a palloni nell’acqua e gareggiano nelle staffette di Giochi Senza Frontiere: avevamo smesso di seguirlo fino a farlo chiudere, e ora si crea entusiasmo per il ritorno. La natura umana è strana. O forse è troppo facile da capire. La tv della memoria funziona non perchè ci manchino quelle trasmissioni, ma perchè ci mancano i tempi che non ritroveremo più. Un modo come un altro per cercare invano di fermare gli anni che avanzano. I corsi e ricorsi storici furono già raccontati da Gianbattista Vico e toccati diversamente da Nietzsche quando parlava dell’eterno ritorno della vita. Presumere di ripetere, però, esattamente tutto quello che fu fatto in passato, diventerebbe una forzatura contro natura che toglierebbe dignità al presente. Diventerebbe volgare. Ecco perchè allora è giusto che Techetechetè ora vada in vacanza. E’ giusto dare al presente la possibilità di prendere esempio dall’esperienza del passato, che sapeva sfornare continuamente diversi format dando voce agli autori. Figure ormai del Mesozoico. Se non saremo capaci, tornerà anche l’estate nel 2020: le repliche sono vicine.

Massimiliano Beneggi

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