Intervista a Ludovico Fremont: “Essere adulti vuol dire essere responsabili, ma non bisogna uccidere Cenerentola”

Lo abbiamo conosciuto in diverse fiction televisive e numerosi film che lo hanno reso popolare soprattutto nel ruolo del ragazzo scanzonato e simpatico, a volte un pò scapestrato.

Questa volta Ludovico Fremont, dipolomato all’Accademia Silvio D’Amico ormai 15 anni fa, torna a teatro in una veste completamente differente, mantenendo quei tratti di commedia che da sempre lo caratterizzano. Dopo l’enorme successo romano, da ieri sera fino al 15 dicembre (da giovedì a sabato alle 21, la domenica alle 18, con doppio spettacolo il sabato) sarà infatti impegnato al Teatro Martinitt di Milano in Per favore non uccidete Cenerentola, di Riccardo Mazzocchi, prodotto da La Bilancia con la regia di Roberto Marafante. Con lui sul palco anche Sebastiano Colla, Susanna Laurenti, Valeria Monetti, Enrico Torzillo.

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Negli anni Ludovico è maturato moltissimo riscuotendo successo presso il pubblico che ne apprezza sempre di più le qualità di attore intimistico, empatico e profondo. In Per favore non uccidete Cenerentola, nei panni di Glauco, vedovo tormentato dallo spettro della solitudine che cresce quando i due figli stanno per lasciare la casa, Ludovico può dare respiro davvero a una prova completa delle sue capacità artistiche, in una commedia che tocca moltissime tematiche e ci farà sorridere probabilmente anche con un pò di commozione. Ci sono momenti della vita in cui il passato e il presente devono essere affrontati per comprendere ciò che davvero ci danno, distinguendolo dalle nostre paure talvolta infondate. Siamo padroni della nostra stessa vita e delle emozioni che la colorano, decidendo quali fare emergere e da quali non lasciarsi trasportare perchè ci fanno stare male. Passato e presente vanno a sintetizzarsi così come le basi solide per il futuro, che non sarà mai completamente risolto a qualunque età ma che potrebbe essere altresì felice e ricco di soddisfazioni per ciascuno, a seconda del punto di vista dal quale si decide di osservare e vivere i propri anni. Basta non uccidere la parte più sognante e creativa di noi stessi, coltivando ciò che davvero ci piace fare e ci fa stare bene, affetti compresi.

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Ce lo spiega bene in questa intervista Ludovico Fremont, protagonista della commedia in scena al Martinitt che si conferma uno dei maggiori teatri milanesi per la prosa leggera, in grado di farci sorridere e comprendere qualcosa in più di noi.

Che commedia ci dobbiamo aspettare? Chi è Cenerentola?

E’ un inno alla diversità, all’amore, alla gioia. Cenerentola è la parte più nascosta di noi, quella che talvolta tendiamo a relegare in un angolo senza darle troppa importanza ma che poi vuole emergere e apparire in tutta la sua autentica bellezza. A Glauco sta cambiando completamente la vita, quindi vive una piccola crisi e si pone delle domande. Il fantasma della moglie e il suo amico immaginario che si è creato nella testa non lo perdono un attimo di vista e lo stuzzicano da ormai dodici anni. Glauco così prenderà coscienza di quello che vuole per se stesso e saprà trovare delle risposte ai suoi perchè.

La solitudine è una realtà o è una espressione delle nostre paure in un mondo pieno di pensieri, sentimenti e punti di vista diversi?

Potrebbe essere entrambe: bisogna capire cosa si intenda per solitudine, se ci si riferisca a quella fisica o a quella emotiva. Per qualcuno può essere una scelta quella di essere da soli perchè si ha paura della vita. Siamo spesso costretti a doverci relazionare con sentimenti e comportamenti che la società ci impone, allontanandoci dai nostri veri desideri e dalle parti più sognatrici di noi stessi. Glauco si è ritrovato da solo quando è morta la moglie e ora ha paura di rimanere di nuovo solo quando i figli lasciano il nido dopo averli cresciuti da solo: non è una solitudine voluta, per cui deve chiedere chiarezza a se stesso su cosa vorrebbe per la propria vita. In questo spettacolo vengono toccati temi molto importanti in una maniera assolutamente contemporanea, e il pubblico ci aspetta tante volte fuori dal teatro apprezzando proprio questa peculiarità del testo.

Una tematica molto significativa credo sia quella di una proiezione nei confronti del passato, in questo caso la moglie scomparsa, che può dare quella sicurezza di cui si ha bisogno. E’ un bel messaggio. Ti capita nella tua vita di rivolgerti a qualcuno di importante nella tua vita, che ora non c’è più?

Nella vita perdiamo affetti cari che ci hanno lasciato molto. Gli affetti che se ne vanno cambiano solo forma ma rimangono completamente vivi nella nostra esistenza per quello che hanno fatto, detto e trasmesso. Cerco quindi costantemente di ricordare ciò che mi donavano in vita e di proseguire nella direzione che mi indicavano. Sembrerà assurdo ma non è vero che gli animali non possano insegnare qualcosa che vada oltre la compagnia fisica: recentemente ho perso il mio cane ed è stato un dolore enorme. Tutti gli affetti fanno parte di noi e continuano a farlo per tutta la vita anche quando non ci sono più fisicamente.

Si matura quando si assomiglia sempre di più ai propri genitori e si apprezzano qualità che prima non si sapeva nemmeno esistessero. Come ti relazioni quindi con un personaggio di età più adulta della tua e diversa da alcuni ruoli interpretati in passato?

Con Roberto abbiamo lavorato su molte cose, anche alcuni trucchi del mestiere che consentono di avvicinarsi di più a un personaggio di un’età differente. Mi rifaccio tantissimo a una frase che dice Glauco al figlio: non si cresce mai, essere adulti non vuol dire essere completi o in grado di comprendere tutto quello che ci succede, ma prendersi le proprie responsabilità e farsene carico, e in realtà non riusciamo mai, rimaniamo sempre dei bambini. Anche quando infatti mi relazionavo col compagno di mia madre, coi miei nonni che avevano un atteggiamento più maturo, mi rendevo conto della loro capacità di prendere coscienza di quello che succedeva. A un certo punto si razionalizzano il più possibile gli eventi e le parole che si dicono, senza dimenticare che non è vero che a ottant’anni non si possano vivere le stesse emozioni che si provano a dodici anni.

La maturità consente quindi maggiore razionalità ma non trascura le emozioni.

Si tende a riappropriarsi delle proprie parti più intime in qualche modo: c’è una capacità di apprezzare la vita e gli eventi in una maniera più scanzonata dopo un passaggio di ragionevolezza che ci fa dare un peso diverso alla vita, fatta di momenti unici e irripetibili.

Massimiliano Beneggi

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