Anche i vescovi contro Sanremo. Quando la religione interferisce con il Festival…

E alla fine arrivò la Chiesa. Mancava solo l’Avvenire alle critiche preventive sul Festival di Sanremo 2020, ora che il quotidiano della Cei ha espresso il suo dissenso rispetto all’organizzazione di Amadeus (in primo piano sempre la scelta di avere in gara Junior Cally e le parole considerate sessiste con cui il direttore artistico ha aperto la conferenza stampa), il quadro è completo.

Tocca così a Junior Cally essere trasformato nel demonio musicale da boicottare, ma non è la prima volta che, aizzata spesso dalla politica, qualcuno immagina di potere intervenire a gamba tesa sul Festival di Sanremo in nome della religione cristiana.

Il problema non si poneva in effetti nei primi trent’anni della kermesse, quando sulla Rai vigeva ancora un codice etico da rispettare talmente severo da impedire possibili contaminazioni tra la morale vaticanista e le canzoni. Il controllo era totale. Se Modugno e Gigliola Cinquetti non furono respinti ma guardati con ammonimento quando (vincendo) invocarono il nome di Dio nel brano del 1966, Dio come ti amo, resta storica l’esclusione dal Festival di Dio è morto, canzone trasformata poi in un successo eterno dai Nomadi. E pensare che in quella canzone nichilista del 1967 tutto si diceva fuorché qualcosa contro la Chiesa. La censura però era severissima: nei primi anni ’70 non faceva scalpore parlare di amore libero in modo più esplicito rispetto ai precedenti decenni in cui veniva fatto cenno al massimo al desiderio e ai baci, ma ancora era vietato a Lucio Dalla cantare il testo originale di 4 marzo 1943, dove per i ladri e le puttane era Gesù Bambino. Eresia accostare quel nome alla storia di una ragazza madre, ma Lucio avrebbe, fuori da Sanremo, fatto rabbrividire altre volte il clero. Non immaginiamo nemmeno la faccia di Monsignor Ruini quando ascoltò Dalla cantare Anche i preti potranno sposarsi ma soltanto a una certa età.

Passarono otto anni da quel Woytilaccio gridato da Roberto Benigni sul palco che gli costò un allontanamento dall’Ariston per diversi anni, ed ecco che le polemiche si riversarono nel 1988 sui Ricchi e Poveri. Il trio cantava la clonazione e il finto progresso della scienza in un brano dimenticato da molti, divertente ma che destava qualche disagio: Nascerà Gesù per qualcuno era pretestuosa ed evitabile. Temi come la droga, la follia, la mafia e naturalmente l’amore sono stati sempre apprezzati dal porporato, ma guai a toccare l’aborto (Nek nel 1993 fu boicottato per avere presentato senza peraltro esprimere giudizio nella sua In te), l’eutanasia (Povia non ebbe vita facile con La verità che nel 2010 rievocava la storia di Eluana Englaro), o la fede (Mietta fu costretta a cambiare il testo di Figli di chi da Cercando Dio a Credendo in Dio, e si sentì in dovere di ricordare la sua cristianità in conferenza stampa, era il 1993).

Solo nel 2002 fu sdoganato, con Fiordaliso, Accidenti a te, il tema del divorzio, impossibile da citare negli anni d’oro di Modugno e Villa.

Renato Zero presentò un’intensa Ave Maria per la quale, nel 1993, la Chiesa faticava a tifare dopo il passato musicalmente libertino del re dei sorcini. E fu solo quarto posto, tra i fischi del pubblico che lo voleva vincitore.

A onor del vero non hanno mai riscosso troppo successo a Sanremo nemmeno le canzoni di natura cristiana: se Paola Turci (Ringrazio Dio, 1990), gli Oro (Padre nostro, 1997) e Arisa (Guardando il cielo, 2016) passarono nell’anonimato, Pupo nel 1992 dovette praticamente giustificare La mia preghiera tra le battutine e le risate sarcastiche del DopoFestival.

Sanremo è la società italiana: quella che tra le altre cose ammette Fra Cionfoli al Festival ma non gli dà credito appena questo abbandona i voti per una vita laica. Di qui a dire che la Chiesa abbia un potere sulla musica la strada è onestamente lunga: la politica si è sempre fatta sentire molto di più, almeno palesemente, ma non sono mai mancate le polemiche e gli ammonimenti dalla morale cristiana che ha sicuramente messo in difficoltà più della politica. Se nessuno si fece scrupoli ad ascoltare una canzone in gara con l’incipit identico a quello dell’inno di Forza Italia (era il 1994, anno della discesa in campo berlusconiana, e la Squadra Italia cantava sul medesimo arrangiamento iniziale Una vecchia canzone italiana), tanti testi sono stati modificati per evitare critiche premature dalla Chiesa. È il timor sacro più che il timore sociopolitico a frenare davvero i cantanti, che quando non si autocensurano vengono allora messi su una lista nera. Si può essere d’accordo oppure no, ma i fatti sono questi, e la tv di stato non ha mai biasimato questa linea. Celentano non ebbe freni nel 2012 a criticare L’Avvenire come quotidiano poco vicino a temi religiosi e troppo a quelli politici. La presero bene: da quel momento non si è più visto Adriano su canali Rai. Vedremo se Amadeus si sentirà costretto a giustificarsi anche sotto il punto di vista religioso, certo è che ormai il suo Festival è sulla bocca di tutti, forse di troppi. E meno male che ripetono che Sanremo ormai non interessa più a nessuno, chissà se destava ancora curiosità cosa accedeva.

Massimiliano Beneggi