Guenda Goria: “Vi racconterò Clara Schumann. Ai miei genitori dico grazie perché…”

Esiste la donna perfetta? Quella che, già di per sé artistica nella sua ineguagliabile natura femminile, rappresenti il quadro dipinto con forme delicate e senza sbavature? Probabilmente no, ma se dovessimo immaginarla sarebbe un’eccellente interprete di emozioni, cultura e valori da condividere sul palcoscenico ma anche in famiglia. Una donna totale, completa. Certo, avere un cognome d’arte è impegnativo. Se poi le origini artistiche provengono da entrambi i genitori, le responsabilità sono doppiamente maggiori. L’unica possibilità, per perseguire una carriera nello spettacolo, onorando il nome, è quella di studiare e dedicarsi alla passione artistica con umiltà e sincera attenzione. Senza lasciarsi trascinare da isterici attacchi d’ansia di dovere necessariamente inseguire un percorso a cui magari non si appartiene. Così ha fatto Guenda Goria, pianista e attrice ironica, laureata in filosofia, raffinata, preparata e soprattutto vera, che in qualche modo si avvicina davvero a quel tipo di perfezione, se non altro per la sua simpatia, la profonda conoscenza artistica e il delicato garbo con cui si pone nel rispondere alle domande. E’ a lei che dedichiamo l’intervista della settimana.

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Foto di Elio Carchidi

Dal 29 gennaio al 2 febbraio al Teatro Litta di Milano sarà in scena con un nuovo emozionante spettacolo, La pianista perfetta, in cui interpreta il ruolo di Clara Schumann, la moglie del celebre compositore tedesco Robert. Lo spettacolo, scritto da Giuseppe Manfridi, è diretto da Maurizio Scaparro e vede sul palcoscenico la presenza anche di Lorenzo Manfridi. Si tratta della commovente storia di una grande pianista che per amore lasciò, con coraggio, lo spazio di protagonista al marito, dedicandosi così alla famiglia. Senza per questo perdere la sua qualità di migliore pianista dell’Ottocento, Un amore tormentato, che porta ferite e dolori attenuati dolcemente proprio dalla musica, autentico rifugio di Clara, una donna meravigliosamente eccezionale assolutamente da riscoprire in questo imperdibile concerto-spettacolo.

In questo spettacolo Guenda può esprimere tutta se stessa nella sua completezza artistica suonando al pianoforte e recitando un ruolo drammatico di profondissima intimità. E può così riportare sul palcoscenico tanti di quei valori che le hanno saputo trasmettere i suoi genitori, decisamente noti (Amedeo Goria e Maria Teresa Ruta).

Guenda, la tua passione per la musica nasce da lontano.

Fin dall’asilo iniziai a frequentare corsi di musica: mi è sempre piaciuto istintivamente vivere la musica. Studiai pianoforte con un insegnante del Conservatorio che mi diede i primi rudimenti del linguaggio musicale, che è sempre utile conoscere. Inizialmente quello di vedermi suonare il pianoforte era più un desiderio di mia mamma che avrebbe sempre voluto farlo da ragazzina ma non ebbe l’occasione. Diventò poi ben presto una mia passione. Proseguii con gli studi del Conservatorio, spesso molto pesanti da fare conciliare con tutti gli altri impegni, ma la gioia che mi ha dato la musica è sempre stata più grande anche di qualunque altra cosa.

Ti appassionasti subito alla musica classica?

Mi piacciono le varie forme di musica: lo studio della musica classica in particolare agevola l’ascolto interno ed interiore. La musica è l’arte più metafisica e mi ha sempre aiutato a convogliare sentimenti talvolta anche tumultuosi. All’epoca la musica classica era pop: è una questione di educazione, di abitudine all’orecchio a un altro tipo di musica. La musica classica ha una bellezza superiore nel senso più raffinato: è più complessa dal punto di vista melodico, nei suoi vari caratteri, che non si limitano ai soli due accordi a cui siamo abituati oggi. Mi piacciono però un po’ tutti i generi musicali: anni ’80, cantautori italiani…

Nel tuo passato c’è anche un complesso musicale se non sbaglio.

Sì, ero molto giovane: facevamo musica revival, eravamo improntate anzitutto sull’intrattenimento musicale. Fu una bella esperienza.

Cosa ci dobbiamo aspettare da La pianista perfetta? Come ti sei approcciata a questo straordinario personaggio?

E’ uno spettacolo molto romantico: si racconta una grandissima storia d’amore molto intima e speciale. Schumann era un autore inattuale per l’epoca. Clara è una figura molto contemporanea: una donna dell’800 emancipata, cosmopolita, impresaria, anche un po’ mascolina nei suoi comportamenti. Sapeva accordarsi un pianoforte, trattava di persona la paga per la serata. E’ una donna che seppe fare della sua arte un’industria. Era una grandissima concertista virtuosa: questo non le impedì di essere una grandissima donna innamorata di suo marito, da cui ebbe otto figli. Si stancò molto e morì di affaticamento, perché alla morte del marito dovette proseguire con numerosi concerti per ricordare la sua figura.

Si è fatto un gran parlare nelle ultime settimane a proposito del ruolo della donna: comunque la si metta, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, che per amore mette davanti a sé la figura del marito.

La cosa curiosa è che la storia è sempre scritta dagli uomini. Le donne sono attente a come viene veicolata la loro immagine, mentre gli uomini sono più attenti a far sì che venga veicolato il loro nome. Questo accade anche su Wikipedia, dove gli uomini tendono a scrivere maggiormente di se stessi affinché la storia non li dimentichi. Robert Schumann non era conosciuto, e la sua musica non era apprezzata. La vera diva era Clara, che fece dei passi indietro soprattutto durante le gravidanze per consentire al marito di comporre: lei tornò a suonare quando Robert si ammalò. Anche in una coppia come loro in cui il faro era lei c’è una lotta per la supremazia. Tra tutti i fallimenti il peggiore del marito, secondo lei, era quello di dovere accettare che i proventi dei concerti della moglie valessero più di quelli di una sua intera annata. La difficoltà di Robert Schumann fu nel riconoscere la supremazia di Clara, che nei bis cercava di fare conoscere la musica del marito.

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Foto di Elio Carchidi

La musica insegna sempre qualcosa e fa scoprire parti di sé Cosa ti ha insegnato soprattutto questo spettacolo?

E’ lo spettacolo più mio che ci possa essere. Attraverso Clara si legge Guenda in maniera molto profonda: mi sento Clara in maniera molto istintiva e autentica, nonostante la differenza di epoca, in primis per la passione. Clara dice “La mia immaginazione non può figurarsi felicità più grande che quella di vivere per l’arte”. Io ho una passione e una abnegazione artistica totalizzante, che viene prima di ogni altra cosa. Mi sento artista prima che donna: la possibilità di esprimermi artisticamente mi rende felice, è la mia finalità che perseguo sempre con totale dedizione. L’arte va sempre realizzata con perfezionismo, senza pressapochismo, con la voglia di migliorare per essere strumento, canale di emozioni. Quando si fa questo mestiere (teatro, musica, danza) bisogna essere molto focalizzati e altresì severi: è un grande lusso, che coinvolge anima, corpo e mente. Non bisogna farsi sconti per raggiungere quello che vogliamo raggiungere.

E invece troppo spesso ci facciamo sconti, riempiti di attività e di cose a cui pensare che ci fanno dimenticare quello che davvero sappiamo e vogliamo fare nella vita.

Viviamo un’epoca pressapochista. Siamo distratti dai social, dalla voglia di apparire, dalle amicizie. Bisogna puntare a essere fuoriclasse: serve anche altro, ma è appunto altro, non dobbiamo dimenticarci l’essenziale. Un giornalista deve sapere scrivere, un attore deve sapere recitare. Un pianista diceva che se non suoni un giorno non se ne accorge nessuno, se non suoni due giorni se ne accorge qualcuno, se non suoni tre giorni se ne accorgono tutti. Bisogna perseverare in quello che si ama fare e fa parte di noi.

La bellezza della musica sta nel racconto personale e segreto che sa fare a ciascuno di noi senza che venga saputo da tutti. Immaginiamo che ora tu sia una musica. Quali sono, tra i tantissimi valori che ti sono stati trasmessi dai tuoi genitori, quelli che non hai mai raccontato nemmeno a loro e per i quali vorresti oggi dire loro grazie?

A mio padre devo l’incanto nei confronti della bellezza artistica: è un appassionato di arte figurativa e mantiene un incanto e un candore nei confronti della bellezza in generale. A mamma devo la forza nell’affrontare tante situazioni. Per me mia madre è un esempio unico di una donna che ha sempre tenuto tantissimo al suo lavoro: quando eravamo piccoli con mio fratello la seguivamo ovunque, e che si trattasse di una prima serata di Raiuno o di una festa di paese mia madre ci ha sempre messo tantissimo entusiasmo, con infinito rispetto per il pubblico. Ancora oggi mi rammenta di ringraziare, di prendere gli applausi: la gratitudine nei confronti della vita, e la disponibilità soprattutto dietro le quinte sono indispensabili, perché è un lavoro effettivamente privilegiato che non esisterebbe senza il pubblico. E’ una donna molto autonoma, pulita, per bene: si è sempre definita con grande autoironia la Ruta di scorta e questa sua purezza è un grande insegnamento per me.

Massimiliano Beneggi

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