Stefano D’Orazio: “Cambiamo sistema di scelte, puntiamo sulla competenza e rinasceremo”

Appena Roby Facchinetti, l’amico di una vita, gli ha proposto una melodia emozionante su cui realizzare un testo, lui si è messo all’opera e in poche ore è nato il testo di Rinascerò, rinascerai. La canzone, che ha infiammato i cuori dei fans entusiasti di ritrovare quelle arie dei Pooh compagne di viaggio per 50 anni, è diventata in un attimo l’inno degli italiani in questo momento di difficoltà sanitaria ed economica.

Stefano D’Orazio, batterista e paroliere dello storico gruppo, nonché amatissimo autore teatrale di musical storici (Aladin, W Zorro, Cercasi Cenerentola, ma anche Pinocchio e Mamma Mia di cui scrisse i testi) questa volta insieme al suo collega ha davvero superato se stesso. Lui, romano doc che ha abitato per tanti anni a Bergamo, può dire di avere vissuto nelle due città più poetiche d’Italia, e forse questo ha consentito alla sua anima di trovare sempre le parole più delicate e preziose in cui potersi immergere senza dovere fare eccessivi sforzi di immaginazione per capire cosa voglia comunicare. Quando la musica sa usare parole chiare e dirette in un modo inaspettato e sorprendente, allora ecco che il testo può diventare una favola proprio come quelle dei suoi musical. Questa volta, una meravigliosa favola per adulti. Dove tutto ricomincerà, come in una primavera lunghissima che non smetterà di fiorire dopo l’inverno. Stefano, di questo, è sicuro e ripone totale fiducia negli italiani e nello spirito combattivo. Ce lo racconta così, parlando di questa splendida canzone, i cui ricavi saranno devoluti all’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo, arrivata immediatamente al primo posto dell’hit parade. E destinata a rimanerci per tantissime settimane: anche perché, lo ricordiamo, per aiutare l’Ospedale è necessario scaricare legalmente il brano o fare una donazione all’Iban indicato.

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Stefano cosa hai pensato quando Roby ti ha mandato la musica di Rinascerò, rinascerai? In che punto dell’anima hai trovato quelle parole che arrivano dritte al cuore?

Le cose che nascono così in fretta senza orpelli né possibilità di verificare, migliorare e arricchire, vengono fuori con grande spontaneità. E’ un grande grido di speranza che viene dal cuore, perché si esca da questa vicenda migliorati in qualche modo. Qualcosa deve cambiare sicuramente. Avevo voglia di dire che quando tutto sarà finito torneremo a vedere le stelle: il testo è venuto fuori di getto, come un respiro quasi naturale. E’ un’esperienza di disperazione che non abbiamo mai avuto nella storia, e che sta facendo venire fuori il meglio di noi stessi anche in tempi strettissimi.

La canzone è un vero inno italiano che non parla solo di Bergamo, se non nelle immagini del video. Però nasce da lì: qual è il tuo rapporto con questa città?

Io sono un cittadino adottivo di Bergamo: lì ho una casa nella quale ho vissuto per tantissimi anni, passando quindi i momenti più faticosi ma anche i più belli della mia vita. Lì avevo eletto il mio quartier generale: a Bergamo c’era il nostro (dei Pooh, ndr) capannone prima che tutto si spostasse a Milano dove avevamo già gli studi. Tutte le sere rientravo a Bergamo se non ero in tournée. Ho tantissimi amici lì che ora stanno soffrendo, molti di loro ricoverati. Immaginare le sirene delle ambulanze che, come mi raccontava Roby, rompevano il silenzio di giorno e di notte, coi parenti a casa che non sapevano se avrebbero potuto rivedere i familiari o stargli accanto nel momento della morte, mi ha profondamente scosso. Siamo nati per combattere la sorte da che mondo è mondo, ma è altrettanto vero nella storia siamo sempre usciti vincenti, e lo faremo anche questa volta.

Chi è stata la prima persona, oltre a Roby, che ha ascoltato questa canzone e di fronte a cui hai capito che avevate scritto un vero e proprio capolavoro? 

Mia moglie. Quando le ho letto il testo senza riuscire nemmeno a finirlo perché mi veniva un groppone alla gola incredibile, e ho visto che anche lei si è commossa e lacrimava, e quando Roby successivamente ha provato a cantarlo con la melodia a braccio, lì mi sono reso conto che era nato qualcosa che poteva rappresentare il momento che si sta vivendo. Ho capito che si poteva coinvolgere l’emozione della gente. Avere oggi 8 milioni di scaricamenti su internet in pochi giorni non è facile: tantissime persone si stanno riunendo per condividere questo brano anche all’estero, stanno emergendone le traduzioni sui siti. E’ un segnale bellissimo e di cui siamo assolutamente grati agli italiani.

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E’ arrivata subito nei cuori di tutti l’ispirazione puramente artistica della canzone, che nasce da una necessità umana e per una volta non commerciale.

C’è stata immediatamente molta onestà anche da parte nostra: tutto quello che verrà fuori da questo lavoro, sarà devoluto in beneficienza all’Ospedale Giovanni XXIII di Bergamo. Questa è solo una goccia in mezzo al mare, ma è l’inizio per una rinascita. Con questa canzone stiamo girando per tutte le televisioni e le radio, e questo ci permette di sensibilizzare molto gli ascoltatori sull’importanza di stare a casa, ma anche di parlare tanto dei medici degli ospedali, non solo quelli della bergamasca ovviamente. Sono veri eroi, e non mi stancherò mai di dirlo. Soprattutto all’inizio hanno lavorato in condizioni davvero precarie e pericolosissime: nessuno si aspettava una cosa del genere, e non eravamo pronti. Non dimentichiamo che se oggi siamo considerati un modello da seguire, all’inizio nel mondo ci consideravano i soliti esagerati italiani che facevano del vittimismo nel loro pizza, spaghetti, mandolino e mamma. Ora che anche gli altri Paesi stanno vivendo la stessa realtà, forse si stanno facendo venire qualche dubbio anche loro. Evidentemente i nostri governanti non sono in grado di affrontare questa situazione: siamo stati capaci di costruire muri, inventandoci nemici a cui abbiamo voluto dare un volto e un colore ma questa volta di fronte a un nemico esistente ma che non vediamo perché è subdolo, ci scopriamo inermi. Non eravamo preparati minimamente a questo tipo di difesa. Ora dovremo quindi fare un po’ di ripensamenti, comprendere che ci sono cose più importanti rispetto al protagonismo che ci ha guidati finora. E’ l’occasione per ritrovare una vera emozionalità e una filosofia di vita maggiore rispetto agli interessi.

In questi giorni siamo tutti coinvolti anche grazie all’arte e alla musica nella voglia di stare uniti, ma una volta che finirà tutto da dove dovranno trarre la forza per ripartire gli italiani?

Dal ricordo e dalla memoria proprio di questi giorni che non dobbiamo cancellare dalla testa: dobbiamo iniziare a cambiare il nostro sistema di scelte. Bisogna dare spazio alle competenze e non alle promesse roboanti. Facciamoci circondare da chi sa lavorare e affrontare le cose con competenza e proprietà, e non sempre in antagonismo alla ricerca del nemico. Se avremo memoria, ci sarà una rinascita, come è sempre stato alla fine di ogni tragedia. L’Italia farà sicuramente la sua parte perché quando c’è da rimboccarsi le maniche tira fuori tutta la sua fantasia e il suo talento: lo abbiamo visto anche in questi giorni che è dagli italiani che stanno nascendo le idee migliori per difenderci (penso ai respiratori che vengono fuori dalle maschere subacquee e le varie ricerche che ci mettono in prima linea). Dipenderà da ognuno di noi non lasciarci di nuovo ingoiare dal golfo delle promesse.

Qual è la prima cosa che farai appena finirà questo periodo?

In questo momento solo a potermi riaffacciare dalla finestra e rivedere la mia Roma ricominciare a vivere come ha sempre fatto: una Roma attiva, più calma, tranquilla e forse anche più prudente. Ora è il mio unico pensiero.

Massimiliano Beneggi

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