Andrea Mingardi: Per suonare non mi serve l’autotune, mi basta il dialetto

Lo conosciamo per essere uno degli artisti più genuini, poliedrici e straordinariamente ironici della nostra canzone. Tra ritmi di blues, soul, funky e rock and roll ci regala momenti di appassionato coinvolgimento ormai da sessant’anni.

A 80 anni compiuti tre mesi fa, Andrea Mingardi è ancora oggi uno dei musicisti più all’avanguardia in virtù della sua musica intramontabile e dell’incredibile energia con cui interpreta ogni canzone. Quella stessa tenacia con cui…le canta e le suona anche ai “potenti”, senza peli sulla lingua. Settimana scorsa, infatti, sui social ha lanciato un grido di allarme per la musica in lockdown ormai da ben prima del 2020. Da quando, cioè, le canzoni sono suonate senza strumentisti, privandosi talvolta di emozioni e lasciandosi vivere solo dai meccanismi dei talent. Senza eccesso di nostalgia e malinconia, ma con molto orgoglio, il cantautore emiliano ha parlato di un “Paradiso dei musicisti” dove si suonerà musica vera. Lui, che nel 1992 partecipò tra i Giovani a Sanremo accompagnando Alessandro Bono, non può accettare che vengano trattate come star dei finti talenti esaltati da ancor meno credibili coach.

A poche settimane dall’uscita di un nuovo album, Lezioni di dialetto, che lo vedrà protagonista di un atteso modernissimo progetto in dialetto bolognese, Andrea Mingardi, il poeta istrionico, ci racconta cosa voglia dire essere musicisti oggi. E non sembra affatto rassegnato di fronte all’incessante stravolgimento tecnologico a cui siamo sottoposti.

Andrea, come mai un disco in bolognese?

Nel 2000 facemmo già un esperimento vincendo cinque dischi di platino: con Maurizio Tirelli abbiamo creato canzoni che sono dei quadretti felliniani in cui la gente si riconosce e si diverte. Il tessuto musicale è ovviamente moderno, anche perchè non esistono dialetti funky, ritmici e swingosi come il bolognese che può realizzare ciò che sarebbe più complicato traducendolo in italiano. Un nostro divertissement, che uscirà prima di Natale e che colmerà tante serate che non abbiamo potuto fare a causa del Covid.

Quindi esistono ancora musicisti e orchestrali in grado di conservare quei valori difficili da trovare nei software che creano le canzoni senza fatica?

Esistono. Ma a quel punto dobbiamo domandarci quale sia il senso dell’esistenza delle scuole di Conservatorio e dei grandi maestri di musica moderna jazz e leggera, se poi non serve a nulla studiare uno strumento. Questa è una domanda che si pone chiunque abbia vissuto un’altra epoca. Io che ho visto un po’ tutte le epoche me la ripeto continuamente. L’elettronica è stata una conquista importante che ha aiutato molti artisti a fare delle cose sensazionali con certi accorgimenti, sin dagli anni Sessanta, ma se ne è abusato. La “sprecisione” del suono, per usare un termine caro ai musicisti, denota un’umanità che l’elettronica invece non ha. Ho il sospetto insomma che per salire sul cavallo da un lato si sia caduti dall’altro. Con questo album ho voluto superare il concetto per cui si faccia musica solo in un certo modo…e non cado dal cavallo!

Tu i giorni scorsi hai parlato della musica da discoteca, sottolineando come già a inizio anni Ottanta il ruolo degli strumentisti fu messo da parte. Cosa è accaduto perché la situazione peggiorasse fino a quello che viviamo con buona parte della produzione di oggi?

Anzitutto c’è una questione economica, perché ovviamente una persona sul palcoscenico costa meno di un gruppo di otto persone. E poi ci manca la base culturale. Tutti i media infatti hanno fatto in modo di suggerire ai ragazzi che fosse meglio la musica registrata piuttosto che quella suonata. Le major fino a 15 anni fa avevano 900 dipendenti, ora ne hanno 50, e sono diventate poco credibili per chiunque voglia aprire gli occhi. Nei locali una volta si entrava per avere in cambio un divertimento con la musica delle orchestre, della Pfm, De Andrè…ora se uno entra in una discoteca in cambio ha solo un timbro su una mano e un “divertimento” a ritmo unico in piena notte fino a quando non si perde conoscenza…Mah!

Come si fa a sopravvivere a tutto questo?

Portando avanti quello che si sa fare. Qualche collega, i giorni scorsi, mi ha detto che mi dovrei rassegnare al tempo che va avanti, ma io ribadisco: non è detto che tutto quello che arriva di nuovo sia giusto. Per quale motivo dovrei accettare un tempo sbagliato? Abbiamo avuto il Medioevo, i campi di concentramento nazisti…eppure non erano giusti nemmeno all’epoca! L’uomo giusto tenta di cambiare i tempi sbagliati, o almeno di abbreviarne la sofferenza. Tra Stevie Wonder che canta e uno che va su un palco a mettere dei dischi c’è una differenza abissale, che a mio parere supera persino il concetto di bellezza soggettiva! Dobbiamo recuperare tutto questo…

I talent sono davvero una buona fucina di nuovi artisti o sono solo un modo per esaltare certi “Big” proposti come giudici?

Un’opportunità data ai giovani è sempre meglio di niente, ma il talent ha una sola missione: fare audience. Sono format che si disinteressano degli artisti e li abbandonano a se stessi molto presto. Uno arriva, mentre centinaia di migliaia di giovani restano danneggiati psicologicamente dovendo anche rispondere con le battute che gli dicono di ripetere ai soliti copioni: “E’ stato bello partecipare, è stato già un onore…”. E i giudici, di cui molto spesso nessuno sa cosa abbiano cantato nella loro carriera, li illudono senza valorizzarli.

Li congedano spesso con una frase che sa anche un po’ di beffa: “Continua così…. E a passare il turno talvolta non sono i più bravi, ma i più televisivi…

I giovani tecnicamente sono molto meglio di quello che eravamo noi negli anni Sessanta, per mille ragioni: osmosi, imitazione, maggiore possibilità di allenare le corde vocali…ma a quei programmi interessa solo lo show. Recentemente ho incontrato in una trasmissione di Red Ronnie una ragazza, seconda classificata a X-Factor e mi raccontava che il giorno dopo la finale ha chiamato la produzione per sapere se fossero previste produzioni, ospitate…Non ha più ricevuto una chiamata. Se la seconda classificata viene subito abbandonata allora non c’è speranza lì! Una volta emergeva chi sapeva mettere il naso fuori dall’anonimato con il proprio talento che poteva esprimere, oggi Vasco e Zucchero non passerebbero le selezioni! Ai loro esordi furono bravi, intelligenti e sensibili ad adoperare le radio. Oggi, purtroppo, sono le radio a sfruttare gli artisti, spesso senza citare nemmeno i loro nomi ma facendo ascoltare solo i brani.

In che modo c’è questo sfruttamento secondo te?

Siamo invasi da un pop e da un trap che hanno un unico comune denominatore: i produttori sperano in un unico colpo di fortuna spendendo poco e realizzando tante vendite. Va detto che ci sono anche dei rapper straordinari che avendo qualcosa da dire hanno fatto cose importanti…Sai cosa ti dico?

Cosa?

Non capisco perché tanti giovani debbano cantare sempre la disperazione con ritmi tutti uguali…Esistono anche altri temi e altri generi. Viviamo uno tsunami di reggaeton quando si potrebbe spaziare su tanta musica: mi piacerebbe sentire Oscar Peterson, Georges Brassens, Luigi Tenco…Ovvero tutti artisti che sono libri di testo di chiunque tenti di fare della musica di qualità, e che invece purtroppo nemmeno le radio fanno più ascoltare.

Però ogni tanto ci sono delle cover di grandi artisti in quei talent…

Chi va ai talent si riempie solo la bocca con grandi nomi. Tutti, giudici compresi, fanno finta di sapere di chi si parli e di cosa significhi la storia di quel cantante o quel gruppo. Cantano quindi qualcosa che non nessuno conosce, convincendo tutti a urlarlo con uno snobismo al contrario che è terrificante! Chi fa certe cover non vende nemmeno un disco, e lo sanno anche gli autori stessi: è una truffa come lo è il televoto.

Le cose cambieranno e tornerà una musica vera o è da considerarsi sepolta e fruibile solo nel Paradiso dei musicisti?

La musica è piena di storie di grandi artisti morti e risorti più volte. Succederà anche stavolta.

Mingardi a Sanremo 2021 è fantascienza?

Direi di sì. Credo che già alla fine dello scorso Sanremo fossero stati presi i Big del prossimo Sanremo. Le major come al solito proveranno a piazzare qualche giovane di dubbio talento. Ormai il Festival è un teatro che brucia mille cantanti, e da cui trovano l’uscita di sicurezza solo in venti. Si salvi chi può…Negli ultimi anni l’unico emerso per capacità compositiva e innovazione è Gabbani. Il web ha distrutto il mercato discografico, impossibile ormai da controllare. E in tanti hanno dovuto cambiare mestiere purtroppo…altro che Sanremo!

Massimiliano Beneggi

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