Fabrizio Berlincioni: Io, “Passeggero senza biglietto” che conserva le emozioni

E’ uno dei parolieri di successo più cercati dai grandi interpreti, ormai da 45 anni; autore televisivo di storiche trasmissioni (Buona domenica, Trenta ore per la vita, Ti lascio una canzone, Io canto, Melaverde, The Wall) che ci fa ancora sperare in uno spettacolo di qualità e cultura in mezzo a irritanti reality sempre più omologati tra loro.

Fabrizio Berlincioni è una delle penne più raffinate e sensibili del nostro panorama artistico ed è proprio con lui che riprende la nostra rubrica settimanale di interviste a tu per tu i protagonisti della musica.

Qualche canzone l’ha scritta anche in treno e per questo non c’è da stupirsi se un poeta, viaggiatore nelle anime, ha scritto Passeggero senza biglietto – Storie di parole e biografie di stati d’animo, edito da Parallelo45. Il libro, in vendita da qualche mese, racconta la vita dello stesso autore attraverso impressioni e sensazioni dei suoi testi più significativi. Scegliere tra tanti brani non deve essere stato facile (si ricordino, tra le altre, pietre miliari della nostra musica come Non lo faccio più, Mi manchi, Ti lascerò, Gli amori, E quel giorno non mi perderai più, Amanda è libera): è lui stesso a raccontarci questo progetto.

Cosa rappresenta Passeggero senza biglietto?

Lo definirei un’autobiografia poetica. Sono riflessioni sul mio mestiere d’autore che si intersecano con divagazioni personali, a cui ho aggiunto qualche testo delle mie canzoni. Ho voluto raccontare come sono nati alcuni brani che mi rappresentano di più, scoprendone alcune dinamiche non sempre conosciute dalla gente.

Per esempio?

Spiego il motivo per cui alcune canzoni hanno tante firme. In genere non si tratta di pezzi scritti di getto, bensì “costruiti a tavolino” per realizzare un prodotto ben preciso: uno mette una frase, un altro la cambia…Ci sono però eccezioni: in contrapposizione porto l’esempio di Una piccola parte di te (cantata da Leali nel 2009, ndr), che nasce direttamente dall’animo. Quello del rapporto padre-figlio è un discorso che riguardava da vicino sia me che Franco Fasano, autore della musica e che ha inserito qualcosa anche del testo: in questo caso più che un brano scritto a quattro mani potremmo definirlo scritto a due cuori. È difficile comporre in due un testo, che in genere è più personale, al contrario della musica: quella volta ci riuscimmo e, credo, molto bene.

Quando nasce la tua vena poetica?

Da ragazzo, in campeggio con gli amici, mi ero inventato una specie di gioco: mentre eravamo seduti, munito di block notes e penna indicavo una delle persone che stavano intorno e gli scrivevo una poesia che ne raccontasse lo stato d’animo che intuivo. Il soggetto della mia dedica mi dava 500 lire: in certe serate arrivavo a guadagnare anche 30 mila lire. Così mi ero creato un nuovo lavoro. Mi ispiravo a quello che vedevo e ci azzeccavo in poche righe. Tutte poesie che poi gli regalavo: avrei dovuto scrivere con la carta carbone per conservarle, sai quante canzoni ne sarebbero potute nascere!

Ecco, avevi scoperto un modo per fissare le emozioni vissute. Qual è stata la prima volta che hai capito che un tuo testo poetico poteva diventare una canzone?

Avevo 19 anni e scrissi il mio primo brano strimpellando un giro in do su una chitarra: la portai da Peppino Di Capri, a cui piacque. Me la fece registrare su una cassettina dicendomi “Ti farò sapere”. Dopo qualche mese mi chiamò dicendo: “Ho deciso di partecipare con quella a Sanremo”. E incredibilmente vincemmo con Non lo faccio più. Fu così che nacque una folgorazione per la musica.

Oggi sembra tutto facile con Google che dà la possibilità di cercare frasi filosofiche d’effetto, ma un tempo per fare colpo su una ragazza o un ragazzo si riciclavano le frasi delle canzoni. Sei consapevole che tante tue poesie sono state poi dediche di tanti amori?

Certo, ho letto alcune mie frasi sulle lavagnette di ragazzini tanti anni fa, da Mi manchi a Ti lascerò fino a Gli amori. Molte canzoni hanno fatto innamorare alcune persone o hanno aiutato le coppie a riconquistarsi: sono le soddisfazioni che gratificano più di ogni altra cosa.

La canzone per cui avevi scritto parole particolarmente sentite e che poteva avere più successo?

Ed io ti amavo, scritta con il bravissimo Mario Rosini. Una canzone spettacolare, che inizialmente avevo scritto per Gigi D’Alessio e che poi invece cantò Anna Tatangelo, ma purtroppo si perse nel suo album. Oggi la vendita discografica e il concetto di album sono cambiate. Sanremo è l’unica vera vetrina che ormai c’è, le altre canzoni rischiano di rimanere nascoste nei progetti e non arrivare al grande pubblico. Anche per questo ho imparato a non cedere ogni bel brano che ho nel cassetto, e ce ne sono davvero tanti. I più belli non vengono a macchinetta: a ognuno esce forse un capolavoro all’anno, quindi se lo percepisci lo devi tenere stretto fino a che non arriva il momento giusto.

Nell’album Le migliori di Mina e Celentano c’è un tuo brano straordinario e struggente, Ti lascio amore, che tuttavia è un po’ vittima di quel perdersi tra le altre canzoni.

Quella canzone era davvero bella, micidiale: l’avevo scritta nel 1996 con Mario Culotta. La diedi da cantare a Toto Cutugno, che collaborò e si incontrò con Claudia Mori a cui era piaciuta. Così, successivamente, anche Celentano se ne innamorò, ma rimase nel cassetto. Si intitolava inizialmente Lasciami amore, poi Toto disse che un titolo come quello avrebbe suggerito un messaggio da perdente e quindi sarebbe stato meglio farla diventare Ti lascio amore. Se fosse andata a Sanremo avrebbe spaccato sicuramente, aveva bisogno di quella vetrina per farsi strada. Per anni ho sperato che uno come Massimo Ranieri la cantasse al Festival. Non l’ho mai data a nessuno perché ci credevo tantissimo. Poi vent’anni dopo arrivò l’occasione di quell’album, e come fai a dire no a Mina e Celentano?

Scrivere per mostri sacri della musica è più difficile per la responsabilità che ci si sente o diventa più facile perché qualunque cosa cantino sarà sempre di sicuro impatto?

Devo dire che non ho mai scritto “per il mostro sacro”: io scrivo, poi se mi accorgo che è giusta per Mina o Celentano la propongo a loro. Per il loro primo album del ’98 avevo due canzoni perfette: una, che avrebbe dovuto cantare Adriano, per la quale era impazzita Mina, ma a lui non piaceva. L’altra, viceversa, per Mina, che invece non era convinta. Per fortuna quella che piaceva a Mina, Con te sarà diverso, la fece da sola nel suo album singolo successivo; per Celentano mi “accontentai” di aver scritto qualche tempo prima Ti lascio vivere.

Sei un autore cercato da tanti Big della musica, ma ci sono interpreti che insegui e con cui vorresti lavorare?

Fiorella Mannoia. Ho sei/sette canzoni perfette per lei, una più bella dell’altra, ma non ho mai avuto il piacere di parlarci direttamente e collaborare. Chissà….

Hai portato in qualche maniera il linguaggio poetico anche in televisione. Ma si può ancora sperare in una tv poetica e di qualità nel 2021?

Oggi come oggi si importano format televisivi già scritti e intoccabili. La creatività dell’autore quindi è ormai inutile: serve un buon redattore che metta in pratica quello che c’è già scritto. Quel poco di creativo rimasto è falso, perché le dinamiche che si creano in quei programmi – quasi tutti reality – si sviluppano in maniera del tutto innaturale. Se si sa di essere ripresi dall’inizio alla fine sarà sempre tutto falso. Una volta ci si inventava i programmi, i giochi, esistevano i briefing con gli ospiti. Oggi tutto questo vale solo per i programmi musicali.

Progetti nel cassetto?

Ho scritto due romanzi, che presto spero di pubblicare. E poi ho una decina di canzoni molto particolari scritte con Mario Culotta, accompagnate da contrabbasso, chitarra e percussioni, che avrebbero bisogno di una cantante importante dalla voce particolare. Ma, come ti dicevo, i brani belli bisogna tenerli lì fino a quando non si presenta l’occasione giusta…

Fiorella Mannoia è avvisata…

Massimiliano Beneggi

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