Più cantiamo, più ricordiamo. L’esempio di “Auschwitz” di Guccini

In queste Giornate della Memoria, tanti sono i sentimenti che affiorano e si potrebbero dire un mucchio di cose, senza mai essere troppo ripetitivi o retorici. E’ stato detto tutto in pratica, ma ne sappiamo sempre troppo poco. Ogni volta riaffiora una sensazione di nuova indignazione, uno spaesato stupore di quanto sia in grado di compiere la malvagità umana. Magari avviene anche grazie a un racconto ascoltato più volte, ma comunque mai abbastanza. C’è sempre un’emozione incastrata lì tra le parole e le immagini, che a un certo punto ci colpisce come una lama nel petto.

Ecco, allora la cultura serve davvero a tutto questo. E in quella cultura ci vogliamo inserire tutto ciò che può arrivare a noi documentandoci, informandoci. Anche la televisione quindi.

Le Giornate della Memoria confermano un fatto inequivocabile: senza la cultura e senza quella voglia di incuriosirsi circa il nostro passato, senza scappare dalle sue negatività, non sapremmo mai chi siamo stati. La cultura vive tutti i giorni la Memoria, non solo quella della Shoah, ma di tutto ciò che faccia parte della nostra storia.

Basterebbe imparare da ciò che avviene in queste Giornate per capire quanto debba essere centrale il ruolo della letteratura, del teatro, del cinema, della musica, dell’arte. Senza di questi le Giornate della Memoria sarebbero solo delle date istituite come tutte quelle Giornate Internazionali che ormai si sono inventati per tutto. Spiace dirlo, ma è così: senza la cultura che propaghi i ricordi e accenda i nostri sentimenti, la Shoah sarebbe solo un brutto evento cancellato come qualcosa che “tanto non accadrebbe mai più oggi”. E invece non è proprio così.

Prendiamo la canzone Auschwitz di Francesco Guccini. La si può ascoltare in tantissime versioni, da quella originaria dell’Equipe ’84 a quella dello stesso cantautore insieme ai Nomadi, fino ad arrivare all’ultima tra tante, quella pubblicata da Elisa qualche anno fa. Si ha la sensazione di ascoltare arrangiamenti diversi, qualcuno più rock, qualcun altro più pop o melodico. In ogni caso quelle parole ci lasciano senza fiato, ogni volta allo stesso modo per quanto è vera.

E’ meglio di qualunque trattato storico. Talmente cruda che non vorremmo potesse mai essere esistita una poesia simile, invece esiste e la ascoltiamo piangendo ogni volta. Riconoscendola come la più bella di sempre.

Ma perché allora non creare spettacoli teatrali, canzoni, poesie, libri, quadri, film per ogni Giornata importante che esista? Almeno le Giornate Internazionali meritevoli di tale ricordo. Almeno per non confondere la Giornata mondiale del whisky (sì, esiste anche quella, il 20 maggio, giorno in cui si festeggiano anche le api!) con quelle della famiglia, della diversità culturale, dell’alfabetizzazione…

Una canzone rimane e ci insegna. Anche senza volerlo. Cantiamo, ripetiamo ritornelli. E ogni volta impariamo qualcosa in più. Una canzone ci dà una serenità anche nel dolore, perché perlomeno non ci fa mai sentire soli anche quando intorno a noi c’è il vuoto.

Torniamo quindi alla canzone di Guccini. Prima di leggerne attentamente il testo, talmente chiaro e diretto da non necessitare di alcuna parafrasi, ricordiamone la storia.

Affascinato dalla lettura del romanzo Tu passerai per il camino, di Vincenzo Pappalettera, Guccini nel 1966 creò questa autentica poesia. Non la firmò direttamente, però, in quanto non era iscritto alla Siae. Lì vennero depositate le firme di Maurizio Vandelli e Iller Pattacini, senza peraltro il sottotitolo che molti conosceranno successivamente (La canzone del bambino nel vento).

Al contrario di quanto accadeva di solito, con interpreti italiani che ripercorrevano melodie provenienti dall’estero con testi nostrani, in questo caso avvenne qualcosa di inverso. La canzone infatti venne riproposta (sempre dall’Equipe ’84) in inglese. Quasi trent’anni dopo, nel 1994, Rod MacDonald fece sua questa versione e la ricantò per il mercato straniero.

E così tutti, più cantiamo, più ricordiamo.

Massimiliano Beneggi

Ecco il testo del brano:

Son morto con altri cento
Son morto ch’ero bambino
Passato per il camino
E adesso sono nel vento
E adesso sono nel ventoAd Auschwitz c’era la neve
Il fumo saliva lento
Nel freddo giorno d’inverno
E adesso sono nel vento
Adesso sono nel ventoAd Auschwitz tante persone
Ma un solo grande silenzio
È strano non riesco ancora
A sorridere qui nel vento
A sorridere qui nel ventoIo chiedo come può un uomo
Uccidere un suo fratello
Eppure siamo a milioni
In polvere qui nel vento
In polvere qui nel ventoAncora tuona il cannone
Ancora non è contento
Di sangue la belva umana
E ancora ci porta il vento
E ancora ci porta il ventoIo chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poseràIo chiedo quando sarà
Che l’uomo potrà imparare
A vivere senza ammazzare
E il vento si poserà
E il vento si poserà
E il vento si poserà

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