Se lo spettacolo di Massimo Ranieri, Tutti i sogni ancora in volo, sta ottenendo un enorme successo in tutti i teatri d’Italia (l’ultimo in ordine di tempo il Nazionale, in quella Milano dove appena a dicembre aveva già riempito il Lirico) il motivo non è molto difficile da intuire. Ma mai banale. Il talento immenso di un artista a 360 gradi è qualcosa che va ben oltre la notorietà di brani che durano nel tempo, lasciando intatte le stesse originarie emozioni. Per questo viene ripetutamente premiato dal pubblico, che continua a seguirlo ovunque vada. Stasera sarà a Firenze, poi a luglio raggiungerà Roma e Barletta. Quindi Cremona, Modena, Padova, Bologna. È sicuramente le repliche continueranno.

Lo ha confermato, d’altra parte, anche con il suo ultimo show andato in onda in due puntate su Raiuno. Massimo Ranieri potrebbe cantare qualunque cosa e sbalordirebbe sempre. È un tutt’uno con il popolo, che lo adora e lo acclama per l’artista che rappresenta e non solo. Uno così ispirato poeticamente, con una voce regalata da Dio per far vivere meglio chi lo ascolta, non può che essere anche una bella persona. Genuina e trasparente, appunto come lo spettacolo che porta in scena nei teatri. Lì, oltre cantare, recitare, danzare e fare contemporaneamente esercizi da palestra, Ranieri racconta molto di sé.
Con la scusa di ripartire dalla celebre frase di Perdere l’amore, si confessa a cuore aperto col pubblico. Parla dei suoi sogni che non smettono di esistere e tracciare la strada della sua vita. Sogni d’amore di un ragazzo da sempre appassionato di automobili, ma disposto a prendere la bicicletta pur di accompagnarci sopra romanticamente la fidanzata dell’epoca. Sogni realizzati oltre ogni aspettativa, come quelli di una carriera folgorante. Sogni ancora da concretizzare come quelli di un Napoli Campione d’Europa. La morale è: sono i sogni a muovere la nostra anima verso ciò che ci può fare stare bene. Ranieri lo racconta per due ore e mezza con una confidenza tale che potrebbe sembrare un dialogo a tu per tu tra pochi intimi piuttosto che un concerto davanti a un teatro gremito. Non manca un po’ di retorica dal facile consenso (“oggi abbiamo perso la socievolezza e siamo impegnati solo in smartworking”, “chi esce di casa per andare a teatro è un eroe”) che con Ranieri anziché essere stucchevole diventa una raffinatezza da ascoltare piacevolmente fino in fondo. Perché è vero: i valori si sono ribaltati e ciò che un tempo era retorico, oggi non appare più scontato. È così, basta uscire di casa e vivere oltre gli schermi per rendersi conto che esistono ancora il mare e le bellezze di questo mondo che troppo spesso ci dimentichiamo. Persino l’eleganza di Ranieri, per quanto già evidente anche in tv, è molto più godibile a teatro.

Canta molto e lo fa per tutto il tempo straordinariamente bene. Non esistono imperfezioni e, se mai dovessero accadere, il pubblico non se ne accorgerebbe perché Massimo con quella voce gioca facendo quello che vuole. Erba di casa mia, Vent’anni, La vestaglia, Rose rosse, Se bruciasse la città, ma anche Lettera da lontano, La mia mano a farfalla (poesia di Bruno Lauzi musicata da Franco Fasano e incisa recentemente dal cantante napoletano), quindi evergreen ormai fatti suoi come Pigliate ‘na pastiglia, Resta cummè, Tu vuò fa l’americano, Quando l’amore diventa poesia. E naturalmente la sua più storica Perdere l’amore.
I grandi successi della sua carriera non mancano, fatto salvo O’surdato innamurato, che il giorno dopo la festa scudetto del Napoli avrebbe fatto ballare anche tutta Milano. La potenza della sua voce e l’agilità sono talmente notevoli e costanti, che viene persino l’odioso sospetto che si diverta a mostrarli e a ricantare i finali dei brani appena intonati dal pubblico, per dimostrare la sua grandezza. Magari fossero tutti così odiosi. Magari anche i giovani talenti di oggi sapessero puntare tutto unicamente su canzoni d’amore allo stato puro. Senza arroganza, ma con assoluta generosità. Se Massimo Ranieri continua a essere un punto di riferimento per la musica, il teatro e la tv, il merito è per forza della sua unica e inimitabile eleganza. Nonché della capacità di sognare, che lo ha reso a sua volta fenomenale nel renderci sognatori.
Si resta estasiati e sorpresi, ben sapendo dall’inizio che artista ci si ritroverà davanti. Ogni canzone appare come un sogno: al termine di ogni esecuzione, le luci si spengono di colpo lasciando al buio per due secondi il teatro. Proprio come un magico sonno, fatto di tantissime immagini che si susseguono l’una dietro l’altra. In questo concerto dall’atmosfera onirica le luci contribuiscono a creare un grande spettacolo, dando molta luminosità al palcoscenico in un tripudio di colori. Ranieri (più che Giovanni Calone, l’alter ego svogliato, ma inevitabilmente presente con tutto il suo bagaglio di vita personale) è accompagnato da dieci eccezionali elementi tra cori, chitarre, percussioni, fiati. In un mondo che mette egoisticamente al centro della scena sempre solo un artista per raccogliere gli applausi, anche tanta coralità diventa qualcosa che supera ogni retorica. Ci sono concerti che sono dei grandi karaoke per il pubblico. Altri che vanno ascoltati in religioso silenzio lasciandosi affascinare dall’artista. E poi c’è Massimo Ranieri, che comprende tutto. In calcio, sarebbe definito un top player. Rendiamocene conto e ricordiamocene, soprattutto quando qualche esterofilo ci dice che la musica straniera è migliore della nostra. Da noi gli altri possono solo imparare, se non ci si crede portatelo a un concerto di Ranieri. A proposito, tra un anno la Rai dovrà scegliere il successore di Amadeus come direttore artistico e magari conduttore di Sanremo: allo stato attuale resta incredibile come questo ruolo non sia mai stato ricoperto da Ranieri. Sarà il caso di pensarci e rimediare a questa lacuna.
Massimiliano Beneggi